Mani di Babilonia visse ai tempi dei Re Saphur (240-270 d.C.), Ormizda (270-272), Bahram (273). Apparteneva ad una comunità gnostica e dedicò la sua vita all’elaborazione di una dottrina religiosa nuova ed antipagana ed a tale fine aveva connesso sincreticamente cristianesimo, buddismo, zoroastrismo.
Di nobile stirpe iranica Mani era nato nel 216 d.C. ad Afrunya, una città collocata nell’Anatolia sud orientale situata nei pressi di grandi centri commerciali e culturali della Mesopotamia, e le cui zone contermini erano un punto d’incontro, anche, per le diverse fedi, antiche e nuove che si andavano affermando ed evolvendo, oltre il politeismo e spesso confluivano nel cristianesimo. Mani era figlio di un funzionario la cui famiglia era imparentata con alcuni membri della corte reale sassanide, quindi facendo parte dell’aristocrazia e del notabilato del regno non avrebbe avuto problemi a farsi strada nelle gerarchie di palazzo a Ctesifonte.
Forse i genitori professavano una religione che predicava l’ascetismo e la riflessione filosofica, sicuramente il padre, il cui nome era Patek, era intransigente quanto a morale. A Roma in quell’anno governava Caracalla e sul soglio pontificio sedeva Papa Zefirino, il cui pontificato non fu dei più tranquilli, se si considera che egli venne contestato per la troppa tolleranza dimostrata verso gli eretici cosiddetti “Patripassiani” che negavano la trinità del Cristo, e tra le dispute teologiche emerse la luce di Tertulliano che risolse il dilemma, anche se poi avrebbe perduto ogni credibilità avendo abbracciato l’eresia montanista.
E’ da dire infatti che questi – Montano -era un sacerdote pagano convertitosi al cristianesimo e che soleva dire messa insieme a due donne, sedicenti profetesse: Priscilla e Massimilla, che cadevano in estasi e pronunciavano oracoli, ispirate- asserivano- dallo Spirito Santo. Inoltre sosteneva di essere il portavoce dello Spirito Santo e di ricevere rivelazioni in stato di estasi. Quanto ad affidabilità evangelica, i dubbi per i credenti in Cristo certo non mancavano.
I Montaniani credevano nella realizzazione di un Regno Millenario, nella Fine del Mondo, con la discesa dal cielo della Nuova Gerusalemme e questa ingenua attesa, tanto apocalittica quanto palingenetica aveva ascolto e basi di massa, ed era espressione concreta di una reazione alle raffinate speculazioni gnostiche.
Molti in quel tempo – tra la fine II sec. e gli inizi del III d.C., sostenevano la necessità di un rafforzamento organizzativo e di una adesione militante al cristianesimo, ed anche se Tertulliano, dopo un difficile travaglio interiore rigettò l’ortodossia, altri vi furono ad appoggiare quell’impresa : Clemente di Alessandria, Origene, San Dionigi, San Paolo eremita – che si ritrasse nella solitudini d’ Egitto e che diede il primo esempio di una vita isolata e penitente – furono esempi ammirevoli e fecondi di fidelizzazione aderente ed in linea col messaggio cristiano.
Infine san Ireneo di Smirne che aveva scritto un testo fondamentale “Contro le eresie”, riproponendosi l’obiettivo di confutare le principali espressioni dello gnosticismo, fu la base ideologica che concretamente poteva opporsi agli eretici mettendo in connessione la tradizione e l’autorità della Chiesa Apostolica.
Era questa l’epoca in cui apparve Mani, così oltre lo gnosticismo,oltre il cristianesimo che si faceva chiesa organizzata e diffusa su tutto l’ecumene romano, nel permanere di paganesimo babilonese, zoroastrismo, politeismo, a contendersi palmo a palmo il terreno delle fede si fece strada un’ altra opzione : il manicheismo.
Va detto che all’età di 12 e 24 anni Mani ebbe esperienze visionarie di un suo “gemello celeste” (syzygos ), che lo invitava a lasciare la casa paterna, la religione di suo padre e a predicare il vero messaggio di Gesù in un nuovo vangelo
Mani così per avere l’ascolto delle persone diceva ai suoi discepoli che egli era stato contattato da un angelo e raccontava il suo itinerario di illuminazione verso la vera fede : il mondo della materia era sì creazione di Jahve, ma questi era il Dio del Male ed era coincidente con Satana ), e quel mondo era perennemente in conflitto con quello del bene, ma chi avesse creduto nella forza della Luce avrebbe anche saputo come battersi contro il Diavolo.
Il credente doveva così proteggersi organizzandosi in comunità e seguendo la via della Luce. Mani sosteneva anche come l’universo si fondasse sulla lotta eterna e irrisolvibile tra due princìpi opposti, la Luce (il Bene e lo spirito) e le Tenebre (il Male e la materia).
La salvezza dell’anima si poteva ottenere però solo attraverso la conoscenza spirituale (la gnosi) e con una vita irreprensibile di rigido ascetismo per liberare le parti di luce che ancora pativano il gelido inverno del mondo.
Mani aveva ripreso o (forse) solo riscritto una delle tanti versioni del Vangelo di Luca ? E’ possibile : verosimilmente Luca apparteneva alla terza generazione di evangelisti e morì a Roma circa nel 160 d.C.. Ma la concezione docetica- la possibilità o la sola aspettativa della ri-apparizione del Messia – gli sopravvisse (sarebbe stata cancellata appena nel 325 d.C, e poi dal Concilio di Calcedonia nel 451 d.C.).
I due concili allora definirono il dogma delle due n
ature di Cristo: Gesù era, è, e sarà contemporaneamente vero Dio e vero uomo. Ma non c’è solo dualismo in questa sistematizzazione dottrinaria. Si capisce ed intravvede la Potenza Divina che la religione è chiamata a realizzare.
Mani è convinto che il Dio del Bene saprà inviare, materialmente, di tempo in tempo, i suoi profeti interpreti della sua volontà. Dopo Adamo, dopo Noè, dopo Abramo, dopo Zoroastro, dopo Budda e dopo Gesù…ecco chi avrebbe predicato la sua dottrina dopo averne ottenuto il permesso dal sovrano Gundes Shapur (Sapore). Mani voleva diventare o essere considerato un profeta.
Ed al sovrano della Persia Mani espose i principi base della sua riflessione, teologica, etica e filosofica. Ed infine le sue conseguenze politiche e pratiche nella vita quotidiana… Mani è convinto che la materia vivente contenga, mescolate alle tenebre, frammenti di luce spirituale che possono indicare all’uomo la nuova strada da percorrere per emancipare la propria anima: il rispetto e la fratellanza, il rifiuto della violenza, la liberazione dalla schiavitù.
Mani è antesignano quindi di un modello sociale utopistico, per quei tempi, della politica, che però per essere concreta e traducibile in prassi sociale e collettiva richiedeva capacità persuasive e criteri di organizzazione politica ed il sostegno religioso era un presupposto indispensabile, ma necessitava anche di una solida base di partenza.
Mani trovò i discepoli che lo avrebbero sostenuto in questo cammino di ricerca. Da parte sua aveva avuto una prima rivelazione premonitrice all’età di dodici anni, quando si verificò un evento astronomico straordinario – che la scienza successiva avrebbe definito come allineamento multiplo planetario Sole-Luna-Terra. All’età di ventiquattro anni, a seguito di una seconda rivelazione, Mani abbandonò la comunità dei Battisti. Seguito da vari compagni e dal padre, iniziò un’attività missionaria che lo avrebbe portato fino in India, a Deb, sul delta dell’Indo.
Il manicheismo si presentò quindi, per alcuni anni, come un piccolo gruppo di seguaci che seguiva le orme del suo portavoce. Mani così ritoranto in Persia, dopo un prolungato ma positivo confronto col re sassanide Sapore, ottenne il permesso di predicare liberamente la sua dottrina ma qui entrò in contrasto con l’ordine sacerdotale zoraoastriano, che non lo voleva tra i piedi ed ebbe buon giuoco accusandolo di blasfemia ed eresia. Mani immaginava e descriveva nelle sue perorazioni l’itinerario da seguire per poter realizzare una sola grande religione universale, in grado di riconoscere e separare definitivamente il male dal bene, il buio dalla luce, la vita dalla morte. Conosciamo i titoli di alcune sue opere : Lo “Shapuhragan”, scritto per il Re Sapore, l’“Evangelo vivente”, il “Tesoro della vita”, i “Pragmateia “ – che sembra vadano identificati con la “ Epistula fundamenti” contro cui avrebbe poi polemizzato San Agostino-, poi c’è un “Libro dei Misteri” e un “Libro dei Giganti”.
Innumerevoli quindi sono poi le epistole e testi postumi dei suoi discepoli, ad esempio i “Kefalaia” scritti in lingua copta.
E su queste basi Il manicheismo trionfò o avrebbe trionfato, più tardi, in diversi luoghi dell’Oriente cristiano. Ma non ci fu un lieto fine.
Nell’anno 272 Mani poté essere ricevuto varie volte a corte, ricevette il consenso del sovrano di dedicarsi all’organizzazione della sua chiesa e alla predicazione, potè viaggiare ed ebbe risorse per portare il suo credo nelle varie provincie dell’Impero Sassanide, fu quindi nella Mesia, nella Partia, a Babilonia, nell’Adiabene e nella Susiana, ove si trovava la grande città mercantile e carovaniera di Bassora. Ma ignorava che la reazione dei guardiani dell’ortodossia di lì a poco l’avrebbe raggiunto e colpito, e fu inesorabile e tremenda.
La furia del clero zoroastriano aveva le sue motivazioni, in quanto col cambio di passo che stava per realizzarsi – Mani poteva contare sul sostegno di molti simpatizzanti e discepoli – i suoi sacerdoti avrebbero dovuto o riconvertirsi o andarsene, in ogni caso si sarebbero ritrovati pressochè privi di potere e controllo (anche economico) sulla massa dei fedeli che garantivano le risorse per la continuità ma che ora sempre più numerosi si staccavano dalla vecchia dottrina per aderire alla nuova fede.
Così gli zoroastriani reagirono con veemenza coinvolgendo le alte sfere del potere politico, i consiglieri e gli agentes in rebus, per eliminare fisicamente il profeta della nuova religione; forse anche costretti o corrotti per questa azione, l’obiettivo era quello di colpire direttamente, anche fisicamente Mani. Non escludendo quindi la più estrema e violenta delle soluzioni. Ciò avvenne non come sussulto cospirativo a difesa di vecchi privilegi o per conservare il lascito dottrinario del mazdeismo ma per salvaguardare la cospicua rendita di posizione che il ceto sacerdotale deteneva in tutte le città del Regno Sassanide. Così la monarchia dovette sottostare, forse a malincuore, all’ultimatum postole dai sacerdoto mazdeiti e sollecitata ad intervenire a favore della Tradizione, sostenendo le richieste e i ricatti del ceto religioso tradizionale. Che agì spietatamente coinvolgendo in questa manovra i fedeli piu’ tradizionalisti ed additando Mani come un delinquente sacrilego e disonesto.
Quando Bahram I° succedette a Sapore sul trono (272 d.C.), la strada per la diffusione degli insegnamenti di Mani che con il suo appoggio si stava concretizzando nel paese fu quindi bloccata dal revanscismo ed intolleranza del ceto sacerdotale zoroastriano, che fece sentire il suo peso e chiese la testa del Rinnovatore.
Mani così, fu processato e condannato a morte ; era l’anno 277, a Roma si era da poco insediato Marco Aurelio Probo. Non conosciamo le esatte modalità con cui fu eseguita la sentenza capitale ma la vox populi sostenne da subito che morì in maniera atroce, nel buio di un carcere, dopo aver subito i tormenti, per scuoiamento. Gli si aveva ingiunto di rinnegare i suoi principi, la sua dottrina. Egli non si piegò. Forse sorrise ai suoi carnefici.
Mani però non fu dimenticato, il suo messaggio spirituale, la sua vita, il suo esempio sopravvissero grazie ai suoi discepoli ed adepti che giunsero sino in Cina ed anche in Africa per divulgare un nuovo e rinnovato cristianesimo. Anche molti cristiani, seguaci della nuova religione, conservarono ricordo della sua vita esemplare, tanti secoli secoli dopo, e si chiamarono catari, albigesi, bogomili, pauliciani… I testi di Mani, se non vennero distrutti sopravvissero nelle Biblioteche dei monaci benedettini, e ne ricordiamo i titoli : “L’Evangelo vivente”, “Il Tesoro della Vita” i “Pragmateia”, il “ Libro de Misteri”, il “ Libro dei Giganti”. Il suo Evangelo infine, è andato quasi completamente perduto, ma ne è pervenuto un frammento e testimonianze indirette tramite alcuni Padri della Chiesa. Sappiamo così che il testo era suddiviso in 22 parti, una per ogni lettera dell’alfabeto aramaico. Si è conservato però solo l’incipit dell’opera, cioè la prima parte corrispondente alla sezione/lettera Alef. Se ne conserva una copia nella Chester Beatty Library di Dublino.
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Il “manicheismo” si diffuse un pò ovunque. I suoi discepoli si organizzarono in gruppi e si diressero inizialmente in Oriente. Ma giunsero anche in Italia… La dottrina manichea che nel VII secolo era poi giunta in Cina, nell’VIII secolo divenne religione ufficiale dell’Impero turco uiguride.. In Africa, nonostante la vigilanza occhiuta di Costantinopoli, si diffuse spingendosi nella lontana entroterra e molti secoli dopo riapparve in Europa come base dottrinaria dei catari e albigesi..
Marino Calcinari
Fonti :
1) Il libro “ Mani: Ricerche sulla religione manichea” fu pubblicato originariamente a Berlino nel 1889. Per saperne di più vedi la traduzione di Charles Kessler, dallo svedese all’inglese, del fondamentale saggio dello storico svedese Geo Widengren, intitolato Mani and Manichaeism (Mani e il manicheismo), pubblicato nel 1965.
