La UE ha bisogno dei “coronabond”?

di Erhard
Crome

In tempi di coronavirus – come durante la crisi finanziaria del 2008 – lo stato nazionale è tornato a essere protagonista in Europa. La politica finanziaria resta legata alla piramide economica, con la Germania in cima. Gli “eurobond” sono il pomo della discordia.

Il coronavirus continua a circolare. Programmi televisi, giornali e media alternativi ne sono pieni. Tra le ipotesi più diffuse vi è l’idea che la diffusione del virus sia determinata principalmente da fattori individuali. Chiaramente non è così, poiché è invece decisiva la possibilità di accesso ai servizi sanitari da parte dei malati. Su questo punto c’è una netta differenza tra l’Unione europea e il Sud globale, ma ci sono differenze anche all’interno della UE. Secondo l’Organizzazione mondale della sanità (OMS), dalla metà di aprile il bilancio delle vittime della pandemia in Italia era di 203 morti per milione di abitanti, in Spagna addirittura di 339, e in Germania di 31.

L’efficienza del sistema sanitario tedesco viene sottolineata con orgoglio. In Germania i tagli imposti dall’ideologia neoliberista sono stati attuati nei decenni precedenti, ma non con la stessa drasticità con cui sono stati effettuati nei Paesi del Sud dopo la crisi finanziaria iniziata nel 2008. La ministra degli esteri della Spagna, Arancha Gonzáles Laya, ha recentemente sottolineato che anche il suo Paese “aveva in passato un solido sistema sanitario, ma oggi è più debole di quanto potrebbe essere”. In Grecia i tagli della Troika durante la crisi del debito hanno messo il sistema sanitario nazionale in una condizione disastrosa: più di 20.000 medici sono emigrati dal 2010. Ciò nonostante, attraverso restrizioni molto drastiche assunte in fase iniziale, il governo è riuscito a limitare, fino a metà aprile, la mortalità da Covid-19 a “solo” 12,5 persone per milione di abitanti. Tuttavia, il Paese deve affrontare conseguenze economiche di vasta portata. Il turismo è crollato in tutto il mondo e in Grecia il 30% della produzione economica del Paese dipende da questo settore.

In questo contesto è riemersa l’idea degli “eurobond” ora chiamati “coronabond”. All’interno dell’Eurozona restano fronti opposti: i Paesi del Sud, soprattutto Italia e Spagna – sostenuti dalla Francia – stanno spingendo per la creazione di questo strumento e la Germania, spalleggiata principalmente da Paesi Bassi e Austria,si oppone. È vero che il ministro tedesco delle finanze Olaf Scholz (SPD) ha ammesso che il principale motivo usato in passato per respingere gli eurobond, cioè che avrebbero rallentato la “spinta alle riforme” dei Paesi del Sud – detto in altre parole: questi Paesi sono responsabili della loro difficoltà finanziaria –, non è utilizzabile in questo contesto perché nessun Paese può essere considerato responsabile per la pandemia. D’altra parte, argomenta Scholz, i “coronabond” costituirebbero una “comunitarizzazione del debito”, non prevista dai Trattati europei e, quindi, si devono trovare altre forme di credito per attutire finanziariamente le conseguenze economiche del coronavirus.

Germania ed EU: la situazione pre-corona

Il fatturato del commercio estero della Germania nel 2019 ha raggiunto un volume di oltre 2,4 trilioni di euro; le esportazioni ammontavano a 1.327,6 miliardi, l’eccedenza delle esportazioni era di 223,6 miliardi di euro, l’avanzo delle partite correnti di 266,2 miliardi.

Il valore delle esportazioni tedesche verso altri Paesi della UE nel 2019 è stato di 773,3 miliardi di euro e l’eccedenza ammontava a 146,0 miliardi di euro; 491,8 miliardi di euro di esportazioni verso Paesi della zona euro, con un avanzo di 82,7 miliardi di euro. Ciò significa che nel 2019 il 65,3% delle eccedenze di esportazione tedesche proveniva dalla UE e il 37% dall’Eurozona.

Bilancia del commercio estero tedesco in miliardi di euro

  Miliardi di euro %
Paesi UE 146,0 65,3
di cui Eurozona 82,7 37,0
di cui non Eurozona 63,2 28,3
Paesi non UE 77,5 34,7
Totale 223,6 miliardi euro

Fonte: elaborazione su dati dell’Ufficio statistico federale tedesco, comunicato stampa n. 39 del 7 febbraio 2020

Nota: a causa degli arrotondamenti, possono essere presenti alcune differenze tra le sottocomponenti e il totale

Nel 2010 il surplus dell’export derivava per il 79% dall’esportazione verso altri Paesi della UE e per il 55,2% verso l’Eurozona. Nel 2019 le esportazioni verso Paesi esterni alla UE avevano un valore di 550,3 miliardi di euro con un surplus di 77,5 miliardi. Ciò significa che una parte crescente del surplus del commercio estero della Germania proviene dai suoi scambi con il mondo in generale. Pertanto nel breve spazio di 9 anni la UE e l’euro si sono trasformati da principale fonte delle eccedenze tedesche in fondamento e precondizione degli interessi economici globali della Germania.

Tensioni interne

Le eccedenze delle esportazioni tedesche sono il rovescio della medaglia dei debiti degli altri Paesi della UE. La “politica di austerità” imposta ai Paesi debitori è il risultato della decisione di sostenere l’euro come seconda valuta mondiale in concorrenza e in conflitto con il dollaro USA. Poiché l’euro è alla base della posizione della Germania nell’economia globale, la politica tedesca ha dato priorità al risparmio e alla stabilizzazione dell’euro anche a scapito di altri Paesi dellaUE, delle loro condizioni sociali e della loro stabilità. Ne è derivata una tensione tra gli interessi globali della Germania come potenza geo-economica e ciò che è necessario per plasmare l’Unione Europea come unità integrata di stati, popoli e regioni. Dal punto di vista degli obiettivi di integrazione, le disparità di sviluppo all’interno dell’Unione devono essere ridotte, mentre per gli interessi globali della Germania sono irrilevanti fin tanto che non danneggiano le esportazioni tedesche.

L’euro è spesso considerato un problema centrale delle attuali tensioni all’interno della UE, perché i Paesi dell’Unione non possono ricorrere alla svalutazione per migliorare la competitività dei prezzi delle loro economie nazionali per compensare i loro scambi e i disavanzi delle partite correnti all’interno dell’Eurozona. Pertanto, durante la crisi finanziaria iniziata nel 2008 sono stati discussi vari scenari di uscita dall’euro in diversi Paesi. Tuttavia, Donald Trump ha ragione quando afferma che, con l’euro, la valuta per l’economia delle esportazioni tedesche è sottovalutata. Il marco tedesco era un’espressione della capacità di rendimento dell’economia tedesca; il valore dell’euro risulta, nel confronto internazionale, dalla media della capacità di prestazione di tutti i Paesi dell’Eurozona, dall’Estonia e dalla Grecia alla Germania, ai Paesi Bassi e all’Austria. Per questo motivo, l’economia delle esportazioni tedesche beneficia effettivamente della riduzione del prezzo di acquisto internazionale dell’euro, determinato dalla presenza delle economie più deboli dell’Eurozona. Al culmine della crisi dell’euro erano quasi tutti concordi nel ritenere che un collasso dell’unione monetaria e un ritorno al marco tedesco non avrebbero danneggiato permanentemente l’economia delle esportazioni tedesche, ma avrebbe comportato un forte apprezzamento del marco tedesco e quindi un forte calo delle esportazioni (Wirtschaftswoche, 29 maggio 2012). Da allora non c’è stato motivo di modificare questa supposizione.

Intreccio di interessi

L’economia della Repubblica federale tedesca, con la ricostruzione successiva alla seconda guerra mondiale, era diventata “il centro di accumulazione dell’Europa occidentale” negli anni ’50[1] (Fülberth, 2012, p. 39). Alla fine degli anni ’70 fu creato il Sistema monetario europeo (SME). Era caratterizzato da un sistema di cambi fissi che, tuttavia, erano flessibili in determinati intervalli (“serpenti monetari”), allo scopo di facilitare il traffico di merci, servizi e capitali e preparare un’unione monetaria. Pur considerando la forza dell’economia federale tedesca nello SME, si trattava di un sistema in cui tutti i Paesi erano legati a quello della valuta di riferimento, poiché il sistema Bretton Woods aveva legato l’economia mondiale al dollaro USA. Dal momento che la Bundesbank tedesca era stata in grado di gestire la propria politica monetaria, sostanzialmente senza tener conto delle preoccupazioni degli altri Paesi, si formò l’idea, nonostante il fatto che la UE è composta da stati nazionali, di introdurre l’euro come moneta comune. La Banca centrale europea (BCE) doveva consentire a tutti i Paesi partecipanti anche di co-determinare la politica monetaria. La condizione tedesca, tuttavia, era che la BCE dovesse essere un’istituzione indipendente sul modello della Bundesbank, cioè non collegata alla politica fiscale dei Paesi dell’euro, e che la lotta all’inflazione dovesse essere dichiarata obiettivo prioritario. Gran parte di ciò che è stato discusso dal 2008 come “difetto strutturale dell’euro” deriva direttamente dalla costruzione politica ed economica della UE.

Gli squilibri economici all’interno della UE e dell’Eurozona sono precedenti all’introduzione dell’euro ma sono peggiorati dopo di essa. Già nei tre decenni precedenti la crisi del 2008 si era verificato lo “sviluppo di una divisione asimmetrica del lavoro tra due diverse forme di regime di accumulazione”.

“La Germania ha costituito il nucleo di un gruppo di economie attivamente estroverse. L’estroversione tedesca è stata caratterizzata da un forte orientamento alle esportazioni industriali e da un crescente coinvolgimento nei processi di finanziarizzazione all’estero attraverso l’esportazione di capitali. I Paesi del Benelux e l’economia austriaca, per esempio, sono stati integrati direttamente nel sistema produttivo tedesco”[2].

A partire dagli anni ’90 i Paesi dell’Est europeo sono stati considerati come “spazi di lavoro estesi” dell’industria tedesca o come sfere specifiche di influenza di questo nucleo.

D’altro canto, nella periferia occidentale e meridionale della UE, in particolare in Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia, prevalevano vari modelli di accumulo orientati all’importazione. Attraverso l’euro questi Paesi sono stati privati della possibilità di affrontare i loro deficit attraverso la svalutazione.

“A loro volta, hanno avuto la possibilità di indebitarsi a tassi di interesse più bassi. Nell’Europa meridionale i processi di deindustrializzazione – che erano già stati avviati con la rimozione di opportunità per proteggere la loro politica industriale nel quadro dell’adesione alla UE negli anni ’80 – sono stati consolidati dall’unione monetaria. Negli allora nuovi Stati membri dell’Europa meridionale, l’accumulazione di capitale si è spostata verso i settori turistico, immobiliare e delle costruzioni. Parte dei capitali sono stati spostati dalla produzione industriale all’importazione”.

Di conseguenza: “Nel Sud Europa e in parte dell’Est il disavanzo commerciale e delle partite correnti è aumentato notevolmente. Sono stati finanziati da prestiti dei Paesi dell’Europa occidentale”[3].

I consumi finanziati dal credito nel Sud e i ricavi delle esportazioni raccolti dalla Germania o dagli altri Paesi principali sono stati il risultato di un reciproco intreccio di interessi, una transazione commerciale reciprocamente vantaggiosa. La Germania non ha imposto questo modello agli altri Paesi, però i detentori di capitali nei Paesi periferici ne hanno tratto grande profitto e sono diventati agenti dell’implementazione del modell, diventando, per così dire, compagni degli interessi economici globali della Germania. La crisi iniziata nel 2008 ha rivelato con crescente chiarezza gli ampi divari tra il centro e i vari Paesi periferici, tra i due modelli di accumulazione. Allo stesso tempo, la posizione dei lavoratori e quella dello stato sociale è stata indebolita a livello europeo.

Disuguaglianze crescenti

Le disuguaglianze nei Paesi della UE sono visibilmente aumentate dal 2008 e in questo modo si sono erose le basi dell’integrazione. Unire l’Europa attraverso la moneta senza creare contemporaneamente un’unione sociale e un’unione ambientale si è rivelato estremamente problematico. Le eccedenze del commercio estero della Germania all’interno dell’Unione contrastano con l’indebitamento di molti altri Paesi. Le norme stabiliscono che il saldo finale deve essere pari a zero, vale a dire che ogni eccedenza da un lato presuppone un deficit dall’altro. La crescita asimmetrica ha in gran parte arrestato lo sviluppo economico nei Paesi dell’Unione Europea. La convinzione che la moneta unica avrebbe offerto protezione dalle imposizioni della globalizzazione era molto diffusa, ma sappiamo che ha invece aggravato i problemi; i processi di deindustrializzazione sono irreversibili nel prossimo futuro. Il mercato interno in quanto tale porta in generale alla deindustrializzazione della periferia a vantaggio del centro, dove si trova soprattutto la Germania. L’elevata disoccupazione, in particolare la disoccupazione giovanile, nei Paesi del Sud, da un lato, e la bassa disoccupazione in Germania, dall’altro, sono la sua espressione sociale ed economica. Nel marzo 2019 il tasso di disoccupazione in Grecia era del 18,5%, in Spagna del 14%, in Italia del 10,2%, in Francia dell’8,8% e nella UE nel suo insieme del 6,4%. Al contrario, in Germania era solo del 3,2% (statista.com).

La crisi dovuta al coronavirus aggraverà ulteriormente tutti questi problemi, pur senza considerare le conseguenze dirette della pandemia sul cui sviluppo e sulle cui future vittime non possiamo ancora dire nulla di certo.

Già all’inizio di aprile di quest’anno il pacchetto di aiuti nazionali (federali e statali) della Germania in riposta alla crisi del coronavirus ammontava a 1,8 trilioni di euro. I titoli di stato tedeschi hanno attualmente un tasso di interesse dello 0% e sono classificati ai massimi livelli – tripla A – dalle agenzie di rating statunitensi. Al contrario, i titoli italiani sono stati recentemente classificati come “spazzatura”. Il che significa che qualunque prestito contratto, anche per fronteggiare il coronavirus, deve essere remunerato con alti tassi di interesse. Tutti i Paesi della UE stanno ora cercando di mettere insieme pacchetti di aiuti, ma ogni Paese procede autonomamente. È vero che la Commissione Europea e i capi di stato e di governo annunciano la loro intenzione di avviare misure comuni, ma alla fine tutto rientra nei quadri nazionali. In Italia il debito statale raggiungerà il 160% del PIL. Pertanto Italia, Spagna e Francia propongono obbligazioni comuni. La Germania le respinge, spalleggiata ancora una volta, come già durante la crisi dell’euro, da Paesi Bassi e Austria. La loro accusa è che ciò significherebbe “comunitarizzazione del debito”. La Germania ha chiesto “solidarietà” nella crisi dei rifugiati, ma in questa situazione la solidarietà viene nuovamente rifiutata. Eric Gujer, caporedattore della Neue Zürcher Zeitung (3 aprile 2020), ha osservato che “la Germania vuole essere la principale potenza dell’Europa, ma si sta comportando come se ne fosse il contabile capo”.

Una delle malattie dell’Unione Europea è chiamata egemonia tedesca.

Erhard Crome, politologo, è stato consulente di ricerca per la politica di pace e sicurezza presso la Fondazione Rosa Luxemburg dal 2002 al 2016; è condirettore della rivista Berliner Debatte e consulente della rivista di politica estera WeltTrends, che ha co-fondato.


[1] G. Fülberth, Geschichte der Bundesrepublik Deutschland [Storia delle Repubblica federale tedesca], Cologne: PapyRossa, 2012, p. 39.

[2] J. Becker, J. Jäger, Regulationstheorie und Vergleichende Kapitalismusforschung: Die Europäische Union in der Wirtschaftskrise [Teoria della regolamentazione e ricerca comparata sul capitalismo: l’Unione europea nella crisi economica], in I. Bruff et al., Vergleichende Kapitalismusforschung: Stand, Perspektiven, Kritik [Ricerca comparata sul capitalismo: status, prospettive, critiche], Münster: Verlag Westfälisches Dampfboot, 2013, p. 170.

[3] J. Becker, J. Jäger, Regulationstheorie und Vergleichende Kapitalismusforschung: Die Europäische Union in der Wirtschaftskrise [Teoria della regolamentazione e ricerca comparata sul capitalismo: l’Unione europea nella crisi economica], in I. Bruff et al., Vergleichende Kapitalismusforschung: Stand, Perspektiven, Kritik [Ricerca comparata sul capitalismo: status, prospettive, critiche], Münster: Verlag Westfälisches Dampfboot, 2013, p. 170.

 
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