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La tortura come strumento di pulizia etnica

di Luciano
Beolchi

Quando si parla di pulizia etnica è normale che il lettore pensi a un periodo, limitato nel tempo, di violenze, di sfollamento forzato e di uccisioni individuali o di massa, ma quanto detto è piuttosto simile al pogrom che alla pulizia etnica, per quanto l’uno non escluda l’altra.
La pulizia etnica però è molto di più, è prolungata nel tempo e ha caratteristiche simili nei diversi casi che abbiamo studiato – Algeria, Malaysia, India e Kenya. Identici sono i metodi perché analoghi sono gli obiettivi, coloniali e di predominio razziale.
Anche nel caso israeliano ha caratteristiche simili ai precedenti, trattandosi di una pulizia etnica in un contesto coloniale.
Già nel 1948, tra l’80% e l’85% dei villaggi arabi passati sotto controllo israeliano furono semplicemente rasi al suolo e la loro popolazione cacciata con violenza e morte, per cancellare ogni traccia o segno di un passato palestinese1.
La pulizia etnica tuttavia era cominciata da molto prima, in collaborazione tra ebrei e mandatari inglesi e l’episodio più eclatante era stata la demolizione di duecento case a Jaffa con la cacciata di oltre 6.000 palestinesi e la trasformazione di un intero quartiere da arabo a ebraico, un episodio che risaliva al 1936 al tempo della Guerra araba. Il comandante inglese dell’operazione lo troveremo poi nel 1953 in Kenya, al momento di dare il via a un altro genocidio per le cui modalità, come lui stesso dichiarò, si rifaceva alla sua precedente esperienza palestinese.
Tra aprile e maggio del 1948 la stampa palestinese, una fonte di primaria importanza per la ricostruzione storica degli eventi, fu confiscata e mandata al macero, interrompendo anche la narrazione degli eventi successivi. In quello stesso periodo, l’intero patrimonio culturale scritto palestinese fu saccheggiato e distrutto. In particolare, furono prese di mira le biblioteche pubbliche e private, gli archivi, la stampa, le tipografie, di cui furono sistematicamente distrutti i caratteri per la composizione e rubate le linotipie. Bruciati i registri catastali, obiettivo primario di ogni pulizia etnica, le case editrici e i centri culturali, i documenti familiari e le memorie personali, con lo stesso metodo che le autorità di occupazione e i coloni ebrei stanno adoperando ancora oggi nei Territori Occupati della Cisgiordania.
Anche Ilan Pappé ha sottolineato la meticolosità di questa distruzione2.
L’ampiezza di questa distruzione multiforme e la sua incidenza in ogni ambito della vita personale e collettiva è stata spesso sottovalutata dagli storici di tutte le opinioni.

Nel racconto storiografico israeliano tradizionale, i palestinesi sono descritti come responsabili del proprio esilio: il loro rifiuto della pace e la loro presunta fuga su istigazione di leader arabi; e questo nonostante sia disponibile tutta la documentazione delle istruzioni dell’Haganah e delle altre formazioni ebraiche che prescrivevano di circondare i villaggi da tre lati, lasciandone uno solo aperto, dare ordini alla popolazione di evacuare da quell’unico lato. Successivamente i reparti dovevano entrare, uccidere quanti non erano fuggiti e immediatamente dar fuoco alle abitazioni.
È così che furono devastati e distrutti oltre 200 villaggi palestinesi, mentre la pulizia etnica nelle cittadine e nelle città era già stata effettuata nei mesi precedenti prima che le Nazioni Unite dichiarassero la spartizione della Palestina e naturalmente prima che i Paesi arabi confinanti e non dichiarassero aperte le ostilità per venire in soccorso dei palestinesi martirizzati, che nessuno aveva interpellato circa la creazione dei due stati, quando cioè l’unico esercito in campo, già all’inizio di oltre centomila combattenti, era quello ebraico, e fu in quella circostanza che, contrariamente alle decisioni dell’ONU, gli ebrei si impadronirono di metà dei territori che sarebbero toccati ai palestinesi. Dell’altra metà (Cisgiordania e Gaza) si sarebbero impadroniti nel 1967, insieme a parti della Siria e del Libano.
Non è quindi un caso che di recente alcuni dei sionisti francesi più insidiosi e fanatici abbia chiesto – in nome della pace – di modificare i testi scolastici (particolarmente quelli di storia) degli scolari palestinesi3.
Molti storici hanno dimostrato che la narrazione proposta dagli israeliani è un rovesciamento della realtà4 per cui la vittima viene trasformata in colpevole, ridotta a una persona disumanizzata e anonima5.

Detenzione e tortura

In questo quadro, anche detenzione e tortura diventano strumenti coerenti al piano di pulizia etnica e non è per caso se, insieme al personale penitenziario, troviamo personale medico, psicologi e giudici direttamente implicati nello studio di forme di tortura efficaci e di condizioni di detenzione quanto più possibile disumanizzanti e degradanti.
Che la tortura sia esplicitamente consentita in Israele, anche se il codice penale civile e quello militare formalmente la vietano, è confermato da due autorizzazioni esplicite di organi di livello superiore.
La prima viene dalla Commissione Landau, costituita nel 1986, che nel rapporto conclusivo dice che di una moderata pressione fisica non si può fare a meno nel corso degli interrogatori. La seconda viene dalla Corte Suprema che, con sovrana ipocrisia, non dice che la tortura è permessa, ma dice che sono vietate alcune forme di tortura (tra l’altro non delle più violente e degradanti).
Se la Commissione Landau afferma di ritenere che la tortura non sia punibile penalmente, la Corte Suprema, con la sentenza del 1999 (HCJ 5100/94), la conferma in questa sua opinione, dicendo che alcuni metodi di tortura sono vietati e cita espressamente: lo scuotimento, gli accovacciamenti prolungati, gli ammanettamenti dolorosi, lo shabeh. Questo significa implicitamente che centinaia di altri tipi di tortura (la fantasia umana è molto fertile in questo campo) sono dunque permessi, sia che si tratti di tortura bianca che di tortura nera. E siccome non esiste alcun tipo di controllo interno e lo stesso personale sanitario è subordinato all’IPS (Israel Prison Service) e non al Ministero della Salute, né ad alcuna associazione professionale, elude sistematicamente i rapporti che evidenziano o raccolgono denunce di tortura e anzi collabora attivamente a procedimenti di tortura, per cui le sentenze della Suprema Corte ha un unico effetto: quello di autorizzare la tortura.
Le conclusioni della Commissione Landau sopracitata erano che l’uso della tortura è giustificato affinché si possa compiere un interrogatorio efficace su sospetti terroristi cui Israele riconosce il titolo di “combattenti illegali” che non hanno né i diritti dei normali cittadini, né quelli di prigionieri di guerra; questo significa che non solo sono sottoposti per un tempo indefinito alla detenzione amministrativa senza che contro di loro siano formulate accuse, né hanno diritto a un supporto legale, ma che non hanno neanche diritto al trattamento dei prigionieri di guerra, tra cui il diritto a ricevere supporto e assistenza dalla CRI, nonché una serie di norme riguardanti gli spazi, il trattamento, il diritto a ricevere vestiario e cibo dall’esterno.
In regime coloniale lo scopo della tortura non si limita a estorcere informazioni al singolo individuo depersonalizzandolo, staccandolo dalla comunità e inducendolo a credersi responsabile del danno che col proprio comportamento avrebbe provocato alla famiglia e alla comunità.
La punizione collettiva utilizzata da tutti i sistemi coloniali serve solo a terrorizzare la comunità e a disgregarla, abbattendo le case dei familiari del cosiddetto “combattente illegale”, abbattendo gli alberi, imponendo multe collettive, chiudendo i villaggi per giorni e settimane – tutte cose espressamente vietate dall’Alta Corte, ma che si fanno abitualmente e quotidianamente.
Per provocare questa disgregazione dell’individuo e della comunità si ricorre a metodi quanto più possibili umilianti e degradanti come fare inghiottire feci, urine, vomito e ogni altro tipo di spazzatura, associando questi trattamenti a stupri osceni e derisioni del corpo.
Quanto più possibile l’umiliazione gira intorno alla violenza sessuale che, quando tecnicamente possibile, viene commessa di fronte ai famigliari più stretti, obbligando i detenuti ad accoppiarsi tra loro e sottoponendoli a ogni genere di violenza sessuale 6.
Il colonizzatore è portatore di tutti i valori sani della civiltà bianca, il colonizzato è un individuo bestiale che va trattato come tale: questo è il punto di partenza indispensabile a tranquillizzare e a giustificare una comunità di torturatori e assassini. La tortura ha l’obiettivo di strappare alla vittima convinzioni che sono giudicate “malattia mentale”, come accadeva in Kenya, o oscenità comuniste come si voleva far credere ai combattenti delle FLN che comunisti non erano.
Da questo punto di vista, tanto gli obiettivi quanto i metodi della tortura sono analoghi a quelli usati dal colonialismo bianco, in particolare tra gli anni Venti e gli anni Sessanta in Algeria, Tunisia, Camerun, Sudafrica e Kenya, ma anche in Indocina, Malaysia, India e Indonesia7

La tortura dei civili come strumento di pulizia etnica

Oltre un anno dopo la denuncia dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, la raccolta di numerose testimonianze e la natura continuativa di tali abusi indicano che essi vengono perpetrati in modo sistematico dalle autorità israeliane contro i detenuti palestinesi, incluso il personale medico di Gaza. Tali elementi rafforzano ulteriormente l’ipotesi di un “presunto genocidio” già delineata dalla Corte Internazionale di Giustizia. Le testimonianze riportate qui sono tutte di operatori sanitari e sono state tratte dal position paper di febbraio 2025 di Physicians for Human Rights – Israel e del report di Healthcare Workers Watch di ottobre 2024 (PHR-I, 2025; HWW, 2024).
Lo scandalo della tortura viene giustificato o fatto passare come strumento neutro per raccogliere informazioni mentre è il più praticato, feroce e consapevole strumento di pulizia etica.
La disumanizzazione attraverso la tortura colpisce senza distinzione di età o genere: Anche i minori e le donne vengono trattenute e torturate. Il caso di Ahmad Manasra è esemplare della tortura applicata ai minori (Save the Children, 2020): «Un anziano malato di Alzheimer e ulcere è morto nel campo di detenzione… Abbiamo subito chiesto aiuto, implorando di curarlo e di scattare foto per diffondere la storia come segno di misericordia! L’ufficiale ci ha chiesto se respirava. Abbiamo risposto di sì, e lui ci ha detto: “Quando smette di respirare, fatemelo sapere!”. Poi è morto; il suo nome era […]. Senza contare i pazienti trascurati e costretti a stare in piedi o a camminare. Avevamo un [medico] del nord di Gaza  di  nome […], affetto da BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva), che non può dormire sulla schiena. L’ufficiale si è rifiutato di dargli un cuscino, così abbiamo dovuto dormire di lato, e […] dormiva sui nostri piedi» (infermiere).
La disumanizzazione attraverso la tortura è inflitta anche a malati e a persone con disabilità: la condizione di malattia non attenua il regime carcerario e la tortura è attuata anche attraverso la negazione delle cure mediche o l’impedimento del ritorno a casa per i prigionieri malati cronici o terminali: «Ci sono detenuti malati, ma nessun medico li visita. C’è una clinica, ma i detenuti non vengono portati lì. Io non ho mai visto un medico o un infermiere. Nessuno si è informato sulle mie condizioni di salute». La visita dell’avvocato del dottor M.K. è avvenuta quattro mesi dopo la sua detenzione.
La tortura come strumento intimidatorio e di affermazione di una presunta superiorità intrinseca: come nel caso di K.A., che è stato lasciato morire nel 2023 durante uno sciopero della fame nel corso del quale chiedeva un processo legittimo o di essere liberato dalla sua 13esima reclusione amministrativa e dal settimo anno di detenzione (Amnesty International, 2023).

La disumanizzazione e l’umiliazione nelle pratiche della tortura: la tortura viene praticata sull’individuo per colpire l’intero gruppo. Sono stati riportati numerosi casi di abusi sessuali e persino il ricorso ad animali per rendere più feroci le forme di violenza e di umiliazione: «Per tre giorni, i soldati della Force 100 hanno fatto irruzione nei recinti con i cani, picchiato i prigionieri e lasciato che i cani urinassero e defecassero su di noi. Dal momento del mio arresto e fino a pochi giorni fa sono stato tenuto ammanettato e bendato. Eravamo sempre ammanettati e bendati, costretti a inginocchiarci o a sederci sui glutei, il che ci provocava piaghe da decubito. Se qualcuno si stancava, veniva costretto a restare in piedi contro la recinzione».
Il dottor A.M. ha raccontato la violenza sessuale subita da un altro detenuto: «I soldati continuavano a schernirlo dicendo: “Sei tu quello che è stato stuprato”. Era profondamente depresso. Un giorno sono entrati con i cani, lo hanno aggredito e colpito alla testa: è morto sul colpo».

Tortura come strategia di punizione collettiva: l’incarcerazione e la tortura utilizzate per punire preventivamente e terrorizzare la famiglia del detenuto e l’intera comunità.
K.N., un coordinatore d’emergenza e autista di ambulanza di 60 anni: «Nel mio primo mese di detenzione sono stato interrogato per quattro o cinque giorni. Durante queste sessioni mi picchiavano, mi versavano addosso acqua e mi umiliavano. Sono stato interrogato nella “Disco Room” per una settimana. Lì il volume era sempre assordante. Mi hanno picchiato così violentemente durante una sessione che mi è caduta un’otturazione. Mi hanno versato addosso acqua fredda, colpito alla testa con un cellulare e ridotto in fin di vita a suon di botte. Mi hanno minacciato di fare del male alla mia famiglia e ai miei genitori».
Il dottor K.A., riportato all’ospedale Nasser durante un raid militare, ha dichiarato: «La prima volta sono stato portato in ospedale di notte, mentre l’esercito lo stava perquisendo, e costretto a guidare i soldati fino alla sala dei generatori elettrici. La seconda volta mi hanno obbligato a mostrare loro i reparti al piano terra dell’edificio chirurgico. Durante il tragitto sono stato picchiato e insultato verbalmente».

La tortura come strumento del progetto genocidario: la sproporzionata presa di mira di operatori sanitari va di pari passo con la deliberata distruzione di tutte le strutture sanitarie a Gaza e il blocco di forniture mediche, farmaci, acqua potabile, alimenti, di strumenti chirurgici e di carburante necessario al funzionamento degli ospedali e delle ambulanze. La disattivazione del sistema sanitario ha conseguenze a cascata, aumentando l’insicurezza della popolazione, di malattie, infezioni, malnutrizione e rischio di morte per i degenti.
Il dottor R.M., pediatra di 51 anni dell’ospedale pediatrico Muhammad Al-Durrah,  detenuto a  Ktzi’ot,  ha  testimoniato: «Affronto condizioni durissime solo perché sono un pediatra. Quando scoprono che qualcuno è un medico o un accademico, il trattamento diventa più brutale».

Tutto quanto ricordato pone da tempo Israele al di fuori delle regole e delle leggi internazionali, sebbene non siano cessati da parte dei governi europei, con rare eccezioni, la collaborazione militare e il sostegno politico.

La persona torturata: l’incarnazione della persecuzione palestinese

Mentre i metodi di tortura segnalati di recente includono quelli noti da almeno cinquant’anni8, il suo utilizzo sulle figure professionali è stato ampiamente documentato dal 7 ottobre 2023. Come già accennato, diversi sono gli intenti di questa pratica tra cui quello di punire la resistenza pacifica del personale sanitario che si rifiuta di abbandonare i pazienti e le strutture sanitarie.
La tortura è imposta senza limiti fino al punto di determinare la morte o gravi conseguenze psichiche e fisiche. A scopo punitivo per riaffermare il proprio potere assoluto, la tortura assume la forma del dolore fisico inflitto in vari distretti corporei e mediante svariati metodi, lasciando segni indelebili sui corpi e la mente delle vittime. Altri metodi come la privazione o l’assalto sensoriale, parziale o totale, o ancora l’isolamento rientrano nei metodi della tortura bianca»9 chiamata così perché non lascia tracce fisiche. La tortura bianca, ben più temibile per gli effetti psicologici che lascia sulla persona, può provocare difficoltà di concentrazione, di attenzione e di orientamento nel tempo, l’incapacità a effettuare ragionamenti complessi, reazioni psicotiche e disturbi della memoria.
Con un corpo menomato, dolorante e frammentato, e una mente svuotata di ricordi, in cui si dissolve la percezione del tempo, le persone torturate diventano la personificazione stessa della Palestina.

Metodi di tortura

I metodi di tortura testimoniati dai prigionieri che sono stati rilasciati includono:

  • il dolore: è onnipresente nella tortura e include mal di testa e dolore muscoloscheletrico; dolore legato alla colonna vertebrale, dolore articolare, dolore ai piedi e dolore pelvico. È frequente anche il dolore diffuso dovuto non solo a lesioni corporee ma anche a malfunzionamento di alcune aree cerebrali. Alcune evidenze scientifiche hanno mostrato un aumento della prevalenza di dolore cronico nei 10 anni successivi la tortura10..
    Il dottor N.T., un chirurgo di 48 anni dell’ospedale Nasser, è stato detenuto in almeno due campi militari — Sde Teiman e Ofer — oltre che a Ktzi’ot, una struttura dell’IPS. La sua testimonianza rivela abusi sistematici in tutti i luoghi di detenzione: «A ogni fase abbiamo subito percosse e violenze gravi, colpi di manganello, attacchi di cani e acqua bollente versata addosso, che ci ha causato gravi ustioni […]. So che ad alcuni prigionieri sono stati inseriti manganelli nell’ano».
    «Un soldato mi ha spruzzato qualcosa come gas al peperoncino nell’occhio destro, ha iniziato a bruciare terribilmente. Non riuscivo a vedere cosa avesse spruzzato, ma odorava di peperoni, di gas, non lo so» (infermiere J.)
  • la deprivazione di sonno: il suo uso è stato documentato negli interrogatori dei detenuti palestinesi  in  Israele  e  se ne possono identificare due modelli: uno incidentale, dovuto alle condizioni di detenzione definite come privazione secondaria del sonno e uno sistematico, intenzionale e legato a interrogatori continui, definito come privazione primaria del sonno11. È responsabile di danni cognitivi prolungati: in particolare, è stato segnalato che la mancanza di sonno compromette il consolidamento della memoria e le funzioni di controllo cognitivo12.
    Il dottor K.S.: «Le luci restano accese tutto il giorno e la notte, e le guardie non ci permettono di coprirci il volto mentre dormiamo»
  • la privazione di cure mediche: «Ho detto al medico: “Siamo colleghi professionisti — dovresti trattarmi con umanità”. Dopo aver sentito questo, mi ha schiaffeggiato mentre ero ancora bendato e mi ha detto: “Sei un terrorista”» (dott. H.SB., ortopedico dell’Ospedale Nasser)
  • la privazione idrico-alimentare o il sovraccarico idrico: la privazione di cibo e bevande è parte integrante del sistema coercitivo, così come, al contrario, l’ingestione forzata di liquidi o sostanze non commestibili (vomito, urina, feci, liquidi molto salati) In questo contesto, è stato ampiamente denunciato come Israele sta utilizzando la fame come strumento di tortura di massa13.
    «Ci danno tre fette di pane con marmellata o cioccolato, appena sufficienti per una fetta. La maggior parte del cibo è a base di zucchero. Ho iniziato a digiunare per risparmiare cibo — digiuno da 22 giorni» (medico).
    Il sovraccarico sensoriale è realizzato attraverso l’uso di luci stroboscopiche, rumori continui o musica ad alto volume usati per determinare, con la sovrastimolazione sensoriale, stati di confusione e destabilizzazione del tono dell’umore
  • disorientamento temporale, Isolamento e confinamento: riduzione drastica di stimoli e contatti sociali, eliminazione di riferimenti a giorno/notte e orari, con dissociazione, regressione e perdita di autonomia, aggravate dalla somministrazione forzata di farmaci psicoattivi.
    Paramedico A: «I soldati ci davano queste pillole. Era per l’interrogatorio, ogni tre giorni me le davano, prima dell’interrogatorio, non so cosa fossero, me le davano prima dell’interrogatorio. Era come se parlasse la mia coscienza interna, non io. Quando prendevo la pillola ero sveglio e mi chiedevano degli ostaggi. La pillola mi faceva sentire strano, era la prima volta che provavo questa sensazione, come se la mia mente interiore stesse parlando quello che avevo nel cuore. Mi sentivo come se stessi volando come un aereo e giocando con le nuvole. Ho avuto allucinazioni visive. Forse la pillola era simile agli alcaloidi dell’ergot».
    Il terrore causato dall’orrore viene messo in scena in vari modi, in particolare con finte esecuzioni. Il prigioniero viene portato sul luogo dell’esecuzione e “ucciso”… ma vengono sparati solo proiettili a salve. Le minacce di morte e i tentativi di omicidio sono spesso utilizzati per sistematizzare la paura. Queste minacce riguardano non solo le persone direttamente colpite dalla repressione, ma anche i loro cari. Questi ultimi vengono minacciati e, in molti casi, giustiziati al posto della persona ricercata.
    Il dottor K.J.: «Le mie mani e gambe erano legate e ci costringevano a giocare a un “gioco” in cui dovevamo saltare da un punto all’altro entro cinque secondi. Se non ci riuscivamo, i soldati ci picchiavano. Hanno minacciato di uccidermi e tagliarmi le mani».
    La violazione dei tabù culturali e la disumanizzazione: profanazione di simboli sacri e religiosi, abusi sessuali, imposizione di posture che mirano ad umiliare e degradare l’integrità e la dignità umana.
    Il dottor M.T. ha raccontato i fatti avvenuti durante la sua detenzione a Sde Teiman: «Durante una delle irruzioni, i soldati ci consegnarono delle copie del Corano e ci fotografarono mentre le tenevamo in mano. Poi entrò una soldatessa e calpestò le copie di Corano che ci avevano portato. Dopo che riportai l’accaduto a un ufficiale beduino, mi portarono via e mi picchiarono brutalmente».
    Il dottor K.J., un dentista arrestato dall’esercito israeliano presso l’ospedale Al-Shifaa, dove si era rifugiato con la sua famiglia dopo essere stato sfollato, ha testimoniato: «Il “capitano” mi ha interrogato su tunnel, combattenti e armi. Ogni volta che dicevo di non sapere, mi picchiava, mi prendeva a pugni e mi colpiva ai testicoli, insultandomi continuamente. L’interrogatorio è durato circa un’ora»
  • l’impossibilità di posizionare liberamente il proprio corpo nello spazio per lunghi periodi: mantenimento forzato di posture dolorose o sospensioni; oltre al dolore fisico, queste esperienze inducono la percezione di essere causa della propria sofferenza. L’esposizione a caldo o freddo intensi per compromettere motivazione e funzioni cognitive.
    A.MQ.,    un    infermiere    di    38    anni,    ha    testimoniato: «A Petah Tikva (durante l’interrogatorio) sono stato sospeso per i polsi al soffitto, con le gambe forzate all’indietro, e lasciato in quella posizione per ore. Mi hanno umiliato e sputato addosso… Durante l’interrogatorio nella prigione di Ofer mi hanno spento sigarette sulla testa e versato addosso del caffè. Sono stato picchiato brutalmente».
    La colpevolizzazione nei confronti del gruppo sociale mediante azioni come la demolizione forzata della propria abitazione. Ai detenuti viene sistematicamente ripetuto che gli atti di resistenza contro l’occupazione israeliana sono la sola causa della distruzione delle loro abitazioni.
    AA, 29 anni, residente palestinese del quartiere di Jabal Mukabbir a Gerusalemme Est, è stato costretto a demolire la propria casa il 20 luglio 2024. «È impossibile trovare parole adeguate e precise per descrivere il sentimento di una persona costretta a demolire con le proprie mani la sua casa» ha detto Ahmed. «Questa sensazione equivale, se non è persino più dura, a quella di perdere una persona cara».

Una specialità delle prigioni israeliane che praticano ogni tipo di tortura usata in Tunisia, Kenya, India – eccetto scorpioni e serpenti infilati nell’ano, per quanto ne sappiamo e speriamo di non avergli fornito un’idea – è quella di mantenere i detenuti sottonutriti, passare un cibo pieno di vermi ogni 24 ore ma, e qui è la specialità, mettono a disposizione un servizio mensa che vende cibo a 3 volte il prezzo ordinario14.

Cosa s’intende per tortura nel mondo civile e in Israele

L’art. 1 della Convenzione contro la tortura (CAT) dice: “S’intende per tortura ogni atto con il quale severo dolore o sofferenza, fisica o mentale, venga inflitto volontariamente a una persona”.
L’art. 2 dice che non sono consentite deroghe in nessun caso e di nessun tipo. Ma la definizione è troppo vaga e ambigua per essere accettata. Ad esempio, ogni collegio di professori che boccia un alunno potrebbe essere accusato di tortura.
Il 3 ottobre 1991 anche Israele ha ratificato il CAT, pur consapevole che infrangeva sistematicamente l’art. 2, consentendo la tortura “in particolari circostanze”. Più specificamente, la Corte Penale Internazionale che definisce la tortura come “un atto o un’omissione che infliggono severo dolore o profonda sofferenza fisica o mentale: l’atto o l’omissione siano commessi con intenzionalità [cade, non solo per questo, il caso dello studente bocciato] e l’atto di omissione siano mirati a ottenere una informazione o una confessione o per punire o per intimidire o costringere la vittima o una persona terza; o a discriminare, su qualsiasi base, la vittima o una persona terza”.
Secondo un’altra corrente di pensiero un reato di maltrattamento (schiaffi, pugni, calci) può diventare tortura a seconda dello scopo, della lunghezza e dell’intensità del maltrattamento anche se le lesioni non risultassero particolarmente significative, quando il maltrattamento avesse indubitabilmente causato “una sofferenza mentale e fisica severa”, aggiungendo che “l’uso della forza s’intende mirato a destabilizzare l’interrogato (l’imputato) riducendolo a uno stato di sottomissione e facendogli confessare un reato che non aveva commesso”15.
L’ambigua definizione della CAT ha lasciato spazio agli Stati per restringere il campo della tortura, specie quando si parla di terrorismo. Così gli USA che hanno emanato un “Enhanced Interrogation Techniques” dopo l’11 settembre 2011: le tecniche usate a Guantanámo.
Tecniche inumane, umilianti e degradanti che secondo quel protocollo non sono torture.

Nel 2014 il rapporto della Commissione del Senato sull’Intelligence ha stabilito che l’impiego di quelle tecniche non era un mezzo efficace per ottenere informazioni.
Nel 2019 la Corte d’Appello del IX Circuito Federale nella causa Husayn vs Mitchell stabilì che l’impiego di “tecniche d’interrogatorio spinto” costituiva tortura e, poiché la CIA opponeva il segreto di Stato, aggiunse che il segreto di Stato non si applicava all’impiego di quelle tecniche e che ogni magistrato, prima di respingere un caso, aveva il dovere di separare le informazioni privilegiate da quelle non privilegiate.
Per superare in maniera positiva l’ambiguità della CAT sono intervenute le Nazioni Unite, il cui rappresentante tra 2004 e 2010, Manfred Nowak, ha cercato di definire la tortura e distinguerla dal trattamento crudele, degradante e inumano16: anche nei casi in cui una Corte non riconoscesse il reato di tortura, la quasi totalità dei casi cadrebbe nelle altre tre categorie, ugualmente proibite e soggette a procedimento penale.
Il Tribunale Criminale Internazionale (ICC) può intervenire: sulle 4 categorie di crimini, nella fattispecie, dei crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini di genocidio e crimini di invasione e può iniziare l’indagine su possibili crimini in tre modi:

  1. quando uno Stato membro riferisce alla Corte una situazione nel suo territorio
  2. quando il Consiglio di Sicurezza chiede di intervenire in una situazione in base all’art. 7 della Carta delle Nazioni Unite
  3. su iniziativa del Procuratore che avvia un’indagine in uno Stato membro motu proprio (quando quello Stato ha dato prova di eludere sistematicamente quello che sarebbe il suo dovere).

Solo il terzo caso può fare perseguire i sospetti responsabili del reato di tortura in Israele.
Ciò potrebbe non accadere mai, ma potrebbe anche verificarsi, nel caso di una condanna di B. Nethanyahu per il reato di genocidio, condanna che porterebbe con sé l’apertura non più da parte della ICJ ma dell’ICC dei procedimenti connessi.

Che fine ha fatto Facility 1391 (Le Diplomatique, 2003)? General Security Service è il servizio che interroga la maggioranza dei palestinesi, dice Lea Tremol nelle sue Note per la storia della tortura in Israele. Con loro operavano the Military Intelligence e l’IPS Israeli Penitentiary Service.
Era estremamente difficile che la Corte permettesse ai palestinesi di ritrattare le confessioni estorte nell’interrogatorio, almeno dagli anni Settanta.
Le denunce erano sempre le stesse: deprivazione di sonno e di cibo, bastonate, schiaffi, colpi e pugni, la negazione del cesso e della doccia, l’incappucciamento, le manette, lo scuotimento (a volte a morte).
Nerm O’Rourke, Politics and Life Science, vol. 18, n. 1, 1999, Vigorours Shaking of Political Prisoners as a Means of Interrogation: Physical17.
Un detenuto era morto dopo essere stato scosso 12 volte in 12 ore. 

Luciano Beolchi

  1. M. Benvenisti, Sacred Landscape: The Buried History of the Holy Land since 1948, UCLA Press, 2002.[]
  2. Ilan Pappé, La pulizia etnica in Palestina, Fazi Editore, 2008.[]
  3. Marc Maidenberg, Jean Cartier-Bresson, Monique Vacquin, Joanna Kubar hanno pubblicato su Lepoint: Pour paix changeons les manuels scolaires des enfants palestiniens, 30 mai 2024.[]
  4. E. Childers, The Other Exodus, 1962.[]
  5. A.J. Sala (2003), Le témoignage de Palestiniens, in C. Coquio, L’histoire trouée. Négation et témoignage, L’Atalante.[]
  6. Franz Fanon, I dannati della terra. Einaudi, 2007.[]
  7. Cell n° 26, A Study on the use of Torture Against Palestinians Prisoner in Israeli Interrogation Centers, a cura di Addameer Prisoner Support and Human Rights Association.[]
  8. Addameer, 2022, https://www.addameer.ps/media/4821.[]
  9. M. Menegatto, A. Zamperini (2015). La tortura “bianca”. Psicologia Contemporanea.[]
  10. Williams ACC, A.K. (2017), Treatment of persistent pain from torture: review and commentary. Medi Confl Surv; Amris K. (2019), Pain from torture; assessment and management, Pain Reports; Oren T .(2024), Treatments and interventions addressing chronic somatic pain in torture survivors. A systematic review. PLOS Global Public Health.[]
  11. Sehwail M. (2019), Sleep deprivation does not work, Epidemiology, impact and outcomes of incidental and systematic sleep deprivation in a sample of Palestinian detainees. Torture: quarterly journal on rehabilitation of torture victims and prevention of torture.[]
  12. Kim T.  (2022), The Common Effects of Sleep Deprivation on Human Long-Term Memory and Cognitive Control Processes, Frontiers in neuroscience.[]
  13. de Waal A. (2025), Starvation is a lifelong sentence: Gaza’s civilians must be protected in accordance with international humanitarian law, BMJ; Sah S. (2024), Israel is using starvation as a weapon of war in Gaza, BMJ; Bahour N. (2025), Food insecurity, starvation and malnutrition in the Gaza Strip, Eastern Mediterranean health journal.[]
  14. The Economic Exploitation of Palestinian Political Prisoner, pubblicato da Addameer.[]
  15. Caso Shishkin contro Russia, Corte europea dei diritti dell’uomo, n. 18280/04, pubblicato il 7 ottobre 2011.[]
  16. Addameer, Cell n° 26, pag. 31.[]
  17. Affective and Neuropsychological Sequelae, Cambridge Un. Press.[]
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