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La strategia dell’eliminazione fisica

di Stefano
Galieni

La stampa mainstream, non solo italiana, continua ad ignorare o a tenere ai margini la questione palestinese. Eppure è chiaro al pianeta intero che un nuovo processo di pace aprirebbe nuovi scenari che riguarderebbero un’area molto più vasta del pianeta. Dopo la strage (l’ennesima) nel campo profughi di Jenin (Cisgiordania), dopo che il conflitto continua a divampare in presenza di un governo di Tel Aviv di estrema destra, pochi spazi si offrono. C’è chi, con superficialità parla di “terza intifada”, ma quando mai è cessata la resistenza palestinese verso un percorso che assume sempre più i contorni di una “pulizia etnica”. Ci sono stati sprazzi di “tregua armata”, momenti in cui le ipotesi di confronto politico fra le parti, attraverso mediazioni internazionali, potevano riprendere labilmente piede. Ma erano illusioni a cui hanno creduto in pochi. Sono stati più frequenti i momenti in cui lo scontro è divenuto così esplicito da meritare un po’ di spazio mediatico: la dichiarazione di Gerusalemme (da sempre città divisa), come capitale di Israele, riconosciuta da numerosi governi occidentali, l’aumento degli insediamenti dei coloni e della demolizione di abitazioni palestinesi, le azioni terroristiche di tsahal che, col pretesto di eliminare terroristi islamisti hanno portato soprattutto alla morte di civili, il divieto di esporre la bandiera palestinese, ma non basta. Ad un’impasse politico della classe dirigente palestinese – tanto dell’Anp quanto di Hamas – si è contemporaneamente accentuata una serie di crisi politiche nel governo di Tel Aviv che hanno portato ad elezioni in continuazioni, per formare una maggioranza e un governo fino a giungere a quello attuale. Quello di oggi è un governo di destra in cui oltre al premier “Bibi” Netanyahu, ci sono, nella maggioranza e nei ruoli chiave, esponenti dei partiti ultraortodossi e delle forze che rappresentano i coloni.

E se in passato era la striscia di Gaza l’area in cui il conflitto era più violento, oggi l’intera West bank è territorio continuo di brutalità. Chi prova a raccontarne l’orrore, come l’ex parlamentare europea e Presidente dell’Associazione per la Pace, Luisa Morgantini, ne parla con un dolore ed un’indignazione difficili da rendere a parole. «Sono tornata da poco – racconta – e sarebbero troppi i fatti da raccontare, i livelli di crudeltà gratuita che ho visto. Ci sono zone che teoricamente dovrebbero essere considerate anche dagli occupanti “palestinesi”, in cui non è possibile neanche seppellire i morti. È così predominante l’idea di cacciare chi ci abita che non debbono rimanere neanche le tracce di chi vi è sepolto». Lo raccontava con la voce di chi porta la Palestina nel cuore, durante un presidio “concesso” a qualche centinaio di metri dall’ambasciata di Israele a Roma, indetto dalla comunità palestinese e a cui hanno partecipato attiviste/i e militanti vicini alla causa di questo popolo. Qualcosa sta accadendo di profondo e di tremendo in quella piccola / grande porzione di mondo, ma non è cosa di oggi. Ormai 38 anni fa, quando l’8 dicembre del 1987 il mondo riscoprì il martirio di un popolo con l’esplosione della cosiddetta “Prima Intifada”, la “rivolta delle pietre”, perché erano sassi quelli che i minorenni palestinesi lanciavano contro i blindati di uno dei più potenti eserciti del pianeta, c’erano le basi per una speranza. Il movimento che ne nacque, diffuso in maniera capillare nei territori occupati, era laico e progressista, cercava e trovava sostegno con le sinistre di buona parte del pianeta, non era lasciato da solo. Oggi, dopo accordi mai partiti e comunque penalizzanti solo per una parte, risoluzioni Onu mai rispettate, solo da una parte, costruzione di muri, di insediamenti, di linee di comunicazioni stradali separate fra israeliani e palestinesi, arresti, uccisioni, realizzazione di un sistema di apartheid sempre più simile ad una garrota, è difficile immaginare il ripristino di percorsi di pace. Oramai, con gli insediamenti che si espandono senza freni, almeno da 20 anni, la soluzione di buon senso “due popoli per due Stati” non ha più possibilità di essere realizzata. Una fase di passaggio è stata poi segnata dal fatto che, fallite le prospettive laiche, per alcuni anni si sono imposte, soprattutto nella striscia di Gaza, i gruppi fondamentalisti di Hamas e della Jihad. La realizzazione di un’Autorità Nazionale Palestinese, mai realmente riconosciuta da Israele, avrebbe dovuto permettere di sedare i conflitti ma questo, per infinite ragioni e responsabilità non è accaduto. Quanto sta emergendo negli ultimi mesi all’esterno – ma si tratta di fatti che hanno radici profonde – è un distacco, politico, culturale e sociale, di linguaggio e di azione, tanto in Palestina quanto nella diaspora, fra generazioni della Resistenza palestinese.

I partiti di un tempo, i notabili, “gli anziani”, hanno perso l’autorevolezza. Anche le organizzazioni fondamentaliste non sono più in grado di rappresentare un disagio che ha anche forti connotazioni giovanili perché, giovane è la popolazione palestinese. Giovani che comunicano attraverso i social, che rompono con le proprie forme di lotta politica meno ingessata, più fluida, meno disponibile al compromesso in cui si mette in conto come rischio quotidiano, non fatalista, quello del martirio o dello scontro armato con l’occupante. Nascono formazioni come la “Fossa dei Leoni”, che gestiscono le proprie azioni senza paura e con la potenza che solo chi non ha più nulla da perdere può avere.

Lo si avvertiva anche negli interventi ascoltati nel presidio di cui si riferiva. Un compagno, Yussef Salman presidente della Comunità palestinese di Roma e del Lazio, nell’ostinarsi a voler credere in un “25 aprile”, anche per il suo popolo, chiedeva conto degli statisti italiani che avevano capito l’importanza della causa palestinese: Andreotti, Craxi, Berlinguer. Nomi ormai lontani nel tempo e nella memoria. Parlava della tragicità del presente e della necessità di una risposta della comunità internazionale sorda, quando si parla di Palestina, del voto contrario e sprezzante dei nostri governi, ogni volta che si provava a chiedere, anche timidamente all’esercito di Tel Aviv. Il suo era un sentimento di sconforto profondo, di chi ha vissuto decenni di lontananza dal proprio paese, di ostinazione nel voler continuare a lottare, di richiesta di sostegno a chi non si rassegna al fatto che esistano invasioni da condannare e invasioni da ignorare o da non chiamare con tale nome. Non in contrapposizione ma con una forza e una carica diversa la giovane Maia Adel responsabile dei giovani palestinesi di Roma e Lazio. Non è solo una differenza generazionale, ma la carica che trasmette comunica sfiducia e disprezzo verso le tante promesse fatte, il percepirsi come realtà che va eliminata da ogni nuovo scenario e, in ragione di questo, ancora più combattiva : «Col nuovo governo israeliano non ci stupiamo più di nulla. Molte cose sono avvenute sotto ogni governo sionista ma in questo c’è quanto di peggio si possa immaginare. Benjamin Netanyahu è già sotto processo per vari reati, Itamar Ben- Gvir ( oggi ministro della Sicurezza Nazionale) è già conosciuto per il suo odio anti palestinese. Nel 2007 è stato condannato dallo stesso tribunale israeliano per aver sostenuto un’organizzazione che incitava al razzismo. L’attuale governo è malvisto anche all’interno di Israele, ci sono spesso manifestazioni a Tel Aviv per mandarlo a casa. La situazione politica israeliana è estremamente debole e l’unico modo affinché non prevalgano le divisioni interne è quello di coagularsi contro il nostro popolo. In Italia se ne parla poco ma ad esempio il ministro della finanza, che è anche “Responsabile del ministero della Difesa per gli affari civili in Cisgiordania”, Bizalel Smotrich, si è recentemente dichiarato, fascista e razzista, lamentando il fatto che ad oggi non farà lapidare gli omosessuali. Si tratta di un leader del sionismo ultrareligioso e omofobo. A noi stupisce ancora che un popolo che ha subito tanto dal nazismo oggi accetti simili leader. E siamo addolorati dal fatto che tanti, anche in Italia, che si professano antifascisti, non abbiano speso neanche una parola di condanna. Ma c’è altro: Cohen, un membro della Knesset, che sostiene il governo ha dichiarato con un twitter poi rimosso di aver ammirato la “professionalità” con cui si è svolta l’operazione militare che ha portato alla strage di palestinesi, civili e combattenti a Jenin». E Maia, nata e cresciuta in Italia ha ben chiaro il da farsi: «Spetta a noi fare quello che i giornalisti mainstream non fanno. Molti di loro prendono semplicemente articoli pubblicati negli Usa o in Israele e li traducono. Noi dobbiamo raccontare la verità. Chi è solidale realmente con noi – che non cesseremo mai di considerare nostri fratelli – li vogliamo avere come ieri con noi nelle manifestazioni. Al presidio fatto in luogo e orario scomodo ma in cui davamo fastidio c’erano tanti giovani e questo è un bel segnale. E insieme dobbiamo anche insistere con iniziative culturali per far conoscere il nostro popolo. Penso al film di Mohammed Bakri, “Jenin, Jenin” per cui il regista è stato perseguitato. Deve essere visto e conosciuto. Dobbiamo organizzare con maggiore frequenza e insieme momenti di sensibilizzazione rivolti a quella gran parte dell’opinione pubblica che oggi ci ignora. E poi due questioni importantissime: anche noi della diaspora dobbiamo badare molto ai termini che vengono utilizzati dai mezzi di comunicazione. Non è accettabile sentir parlare di escalation, di conflitto fra israeliani e palestinesi. C’è una continua guerra mai interrotta, c’è l’apartheid, c’è un popolo invaso e un paese occupante. Le parole contano.  E poi dobbiamo riprendere in mano le armi della diplomazia e del diritto internazionale. Noi faremo di tutto perché Israele venga condannata e i suoi governi portati davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja . I presupposti ci sono. Spetta a chi è con noi aiutarci a farlo».

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1 Commento. Nuovo commento

  • Dirce Veiga
    02/02/2023 22:18

    Bravo Stefano! Noi continuiamo a resistere per la democracia, per l’antifascismo, contro il patriarcato il padre del capitalismo!

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