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La sinistra iraniana e le proteste popolari

di Franco
Ferrari

Le informazioni che arrivano dall’Iran sono al momento molto parziali per effetto del blocco di Internet e delle comunicazioni imposto dal regime per rendere più difficile la mobilitazione popolare. Tra gli elementi certi vi sono il momento di origine della protesta che è iniziata nel Bazaar di Teheran come risposta al crollo del tasso di cambio fra la moneta iraniana e il dollaro, sulla base del quale sono determinati molti scambi commerciali, e il pesante bilancio in termini di vite umane che ne è conseguito. Su questo aspetto, il regime sposta la responsabilità della propria attività di repressione attribuendola al ruolo assunto da forze esterne al Paese e alle azioni violente commesse dagli stessi manifestanti.
In Italia, in settori della sinistra e soprattutto sulle reti sociali, benché pochi abbiano apertamente difeso il regime degli Ayatollah, non pochi hanno assunto come dati di fatto e realtà inoppugnabili le informazioni fornite dallo stesso regime o da fonti occidentali, soprattutto statunitensi e israeliani. Una rappresentazione che, nella reciproca ostilità, hanno il comune interesse ad evidenziare unilateralmente alcuni aspetti della protesta a discapito di altri. Una lettura spesso deformata derivata dall’idea che i movimenti di protesta presenti nella società iraniana vadano valutati esclusivamente a partire dal contesto internazionale e dalla collocazione del regime nella contesa globale.
Risulta evidente lo scarto che esiste tra le rappresentazioni circolate in Italia e le posizioni assunte dalla sinistra iraniana in tutte le sue articolazioni. Le forze politiche iraniane che si riconoscono in una prospettiva comunista, marxista, democratico-socialista o più genericamente democratico-progressista, si sono tutte espresse con il pieno sostegno al movimento di protesta. È difficile sapere quanto queste forze siano effettivamente presenti sul terreno dato che sono oggetto di una durissima repressione almeno dal 1983, quando il regime teocratico ha proceduto ad una politica di sterminio di ogni opposizione ma soprattutto delle formazioni comuniste.
Gran parte dei dirigenti e dei quadri delle forze politiche di sinistra si trovano in esilio, con presenze significative in paesi europei come la Germania, l’Olanda o la Svezia o in altri paesi extraeuropei come il Canada o l’Australia. In esilio si trovano anche molte e molti intellettuali e militanti di movimenti di lotta, come quello di “Vita, Donna, Libertà”, che spesso, dopo periodi più o meno lunghi di prigione, hanno dovuto lasciare il Paese.
È quindi possibile disporre di numerose analisi e valutazioni che dovrebbero costituire il punto di partenza per qualsiasi giudizio della situazione iraniana, soprattutto per chi si riconosce nei principi dell’internazionalismo, che vengono invece largamente ignorate per sovrapporvi primitivi schemi “geopolitici”.
Le forze della sinistra iraniana sono ampiamente disponibili in rete, anche se solo in misura limitata in italiano (Rifondazione Comunista ha dato, meritoriamente, spazio a traduzioni delle dichiarazioni del Tudeh).
Le analisi della sinistra iraniana sono state già oggetto di un mio precedente articolo a cui rimando. Mi limiterò qui a richiamare alcuni interventi recenti che consentono un giudizio politico aggiornato su alcuni dei temi aperti dalla mobilitazione popolare di queste settimane.
Mohammad Omidvar, dirigente del Partito Tudeh, ha rilasciato un’intervista al quotidiano socialista britannico Morning Star, nella quale precisa alcuni punti importanti.
Le proteste sono iniziate il 28 dicembre scorso e hanno incluso i mercanti del Bazaar che – evidenzia Omidvar – sono stati tradizionalmente una base sociale del regime e lo hanno supportato per 47 anni. Da qui si sono rapidamente allargate a tutte le maggiori città dell’Iran e hanno posto una seria sfida alla dittatura.
Omidvar ricorda che le sanzioni imposte dall’imperialismo USA hanno avuto un impatto devastante sulla vita degli iraniani comuni mentre la borghesia parassitaria che sostiene il governo ne ha, al contrario beneficiato. Secondo le statistiche ufficiali, quasi 40 milioni di iraniani vivono al di sotto della soglia di povertà definita dal governo. La disoccupazione cresce, soprattutto tra i giovani e tutto questo, insieme alla repressione e alla negazione di diritti democratici fondamentali, la crescente corruzione che ha come protagonista da leadership del regime e dei guardiani della rivoluzione (IRGC) che sono integrati al grande capitale che controlla le industrie chiave del Paese, la continua soppressione dei diritti delle donne, costituiscono il fondamento della lotta per mettere fine alla dittatura.
La protesta, contrariamente a quanto pretende Khamenei, rappresenta una “lotta di classe”, spiega Omidvar, e non è il prodotto dell’azione dell’imperialismo e del regime israeliano genocida. È piuttosto la diretta conseguenza delle disastrose politiche economiche neoliberiste del regime capitalista dominante, così come della diffusa corruzione e della repressione imposta dal regime e dai suoi collaboratori.
Omidvar non rimuove il tema delle possibili influenze esterne. “Siamo consapevoli – dichiara – che sia l’imperialismo USA che il criminale governo di Netanyahu, e i loro agenti in Iran, hanno un interesse a dirottare il movimento di protesta pacifico e spingerlo verso la violenza, in tal modo consentendo al regime di giustificare la sua repressione selvaggia e inumana.”
Per quanto riguarda la possibile base sociale di una soluzione monarchica, il dirigente comunista evidenzia come molti media occidentali, generalmente di destra, tra cui la BBC e “Iran International”, un canale televisivo finanziato da Israele, hanno promosso una campagna a favore di Reza Pahlavi come se fosse la guida del movimento di protesta e opposizione. Il Mossad ha realizzato una significativa campagna sulle reti social, aprendo numerosi canali che sostengono il Pahlavi, manipolando video e creando una falsa narrazione per far credere che il popolo iraniano chieda il ritorno della monarchia. In realtà le manifestazioni di sostegno in suo favore sono limitate ai nostalgici della situazione precedente alla Repubblica Islamica. Il regime dello Shah, restaurato nel 1953 da un colpo di Stato promosso da USA e Gran Bretagna, ha consentito per quasi trent’anni il saccheggio delle risorse naturali iraniane.
L’intervento esterno, chiarisce Omidvar, “serve solo a minare e far arretrare il genuino movimento di protesta e le correnti democratiche all’interno dell’Iran”. Il mancato emergere finora di una significativa leadership democratica e progressista in grado di offrire una prospettiva diversa dal mantenimento del regime e dalla installazione di un nuovo regime pro-imperialista è certamente un problema da risolvere per dare sbocco politico alle lotte.
Il Tudeh, attraverso i suoi contatti con altre forze progressiste e patriottiche, ha enfatizzato la necessità di un dialogo costruttivo e di una cooperazione attorno ad un programma comune di lotta contro il regime. “Le forze progressiste – afferma Omidvar – devono sviluppare un programma unitario da presentare al popolo e preparare un movimento popolare che fronteggi l’attuale situazione critica”. Una prospettiva che finora, malauguratamente, non si è realizzata.
Vari raggruppamenti e coordinamenti che si sono costituiti restano parziali e non uniscono ancora tutte le forze democratiche e progressiste dell’opposizione. Il Partito di Sinistra dell’Iran, sorto dall’evoluzione di una parte del movimento dei Fedayn del Popolo, è integrato nel Coordinamento delle Organizzazioni di Sinistra e Democratiche. In una sua recente dichiarazione, questo Coordinamento sottolinea soprattutto la necessità di sviluppare la lotta e l’organizzazione sui posti di lavoro per collegare le proteste di strada allo sciopero generale. “La continuazione e la vittoria di queste proteste – scrive il Coordinamento – dipende dall’organizzazione dal basso, in forma collettiva e consigliare, per creare organizzazioni diverse, indipendenti e la solidarietà tra i movimenti delle donne, dei lavoratori, dei giovani, delle nazionalità oppresse e delle forze progressiste”. La lotta non può restare nel quadro di una riforma del sistema, ma deve essere contro l’intero regime. Vanno respinte le interferenze dall’estero così come alternative reazionarie come la monarchia o il ritorno alla dittatura dei Pahlavi.
Si può dire che sulle questioni fondamentali (sostegno al movimento di protesta, opposizione radicale al regime degli Ayatollah, difesa dei diritti politici e sociali, rifiuto della soluzione Pahlavi o dell’interferenza dell’imperialismo USA e di Israele), le forze comuniste, marxiste e progressiste iraniane hanno posizioni molto chiare. Mentre in Italia si assiste a preoccupanti derive verso la giustificazione, quanto meno, del regime capitalistico corrotto e oppressivo che regge ancora l’Iran.

Franco Ferrari

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1 Commento. Nuovo commento

  • Marcello Pesarini
    21/01/2026 20:27

    Articolo molto puntuale e utile per chi si sente ed agisce come comunista e comunque da importanza fondamentale alla lotta per i mezzi di produzione e l’utilizzo dei beni comuni. Non mi sento di aderire a manifestazioni, simposi, sit-in nelle quali si mettano al primo posto generiche forme di libertà senza parlare di sovranità popolare. Con una vita di militante anche internazionalista, critico il paternalismo tipico eurocentrico che ritiene di poter guardare con sufficienza le lotte dei paesi che “Non ci somigliano”. Ritengo questo atteggiamento molto sbagliato e di comodo, come quando non ci si vuole intromettere in femminicidi che deriverebbero dalla becera deriva ultraislamica, giustificata con una falsa autonomia di pensiero. Quando si schiaccia una donna o un proletario con ci sono giustificazioni di comodo nel rispetto delle altrui usanze

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