Tra i temi su cui il vasto mondo delle convergenze che si riunirà sabato 24 e domenica 25 gennaio a Bologna si troverà a discutere, assume estremo significato quello delle svolte autoritarie ormai in atto, non solo in Italia e che si trasformeranno entro fine mese, salvo improbabili repentini passi indietro, nell’ennesimo ddl in materia di sicurezza pubblica, di immigrazione e protezione internazionale, nonché di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’Interno. Prima di entrare nel merito si parta da una lettura diacronica: ormai da oltre mezzo secolo e indipendentemente dalle maggioranze politiche che hanno governato il Paese, si reagisce a forme di malessere sociale diffuso con lo stesso sistema. Si pone al centro dell’attenzione una questione specifica (terrorismo, violenza negli stadi, c.d. “emergenza immigrazione”, disagio giovanile…) elaborando meccanismi repressivi che ottengono il solo risultato di intervenire unicamente sull’aspetto repressivo.
L’emergenza di turno diviene per il legislatore occasione con cui intervenire anche in ambiti diversi, lontani dalla questione di momentanea centralità ma atta ad ampliare la portata del disegno repressivo. Inutile fare la cronistoria dei tanti esempi ma è centrale comprendere come l’insieme delle normative prodotte nei decenni abbia creato strati, come in geologia, che si accumulano uno sull’altro, creando una sorta di piramide penale il cui unico elemento accomunante sembra essere quello di aumentare, attraverso specifiche categorie, il numero dei reati da perseguire, le pene da affibbiare, la condanna sociale con cui marchiare.
Il prossimo ddl si inserisce perfettamente in questo quadro, forse addirittura con maggiori forzature alla Costituzione ed è organico ad un disegno più vasto in cui da un lato si vorrebbe andare a limitare l’indipendenza e il ruolo costituzionale della magistratura (si veda il referendum su “separazione delle carriere”), dall’altro si conferma un percorso di “trumpizzazione” della società, da rendere sempre più autoritaria e dominata da un potere centralizzato. I crimini di questi giorni, che richiamano ad un’oggettiva crisi profonda nelle nuove generazioni e che certamente vanno fermati, si tramutano nelle campagne “anti-maranza”, imponendo cioè come capri espiatori i figli delle persone con background migratorio su cui sempre più spesso sembrano puntati i fari mediatici.
Il testo che verrà proposto al Consiglio dei ministri non è ancora stato licenziato ma le sue linee guida sono state, ad avviso di chi scrive solo parzialmente, annunciate, in una lunga intervista “in esclusiva” che ha rilasciato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 16 gennaio e che è nella home page del sito del Viminale 1. Giorgia Sodaro, dell’Adn Kronos che ha ottenuto l’intervista, si è soffermata su diversi aspetti dell’operato del Ministero, anche rivolgendo domande ritenute idonee a comprendere la compattezza del Governo e l’approccio anche a temi che esulano direttamente dal decreto. L’intervistato ha risposto col tipico cipiglio da inquilino del Viminale, ponendo al centro il classico schema law and order, ma richiamando anche l’opposizione parlamentare a sostenere le proposte governative in nome di una sicurezza che non dovrebbe dividere ma unire e chiedendo esplicitamente uno “stop alle contrapposizioni ideologiche”. Ma è così? Lasciamo a chi legge ogni giudizio di merito prendendo direttamente spunto dalle parole del ministro, ma proviamo a fare qualche considerazione forse scomoda ma necessaria.
Il ddl si comporrà, a quanto è dato sapere, di circa 60 articoli a cui si aggiunge un decreto legge (quindi motivato da principi di “necessità e urgenza” spesso usati a sproposito). Tanto è che mentre scriviamo, per accelerare l’entrata in vigore delle norme sulla violenza giovanile, l’esecutivo sta valutando di trasferire queste ultime direttamente nel decreto legge. La cautela resta d’obbligo: i primi contatti informali con gli uffici della Presidenza della Repubblica avrebbero già evidenziato possibili criticità su norme specifiche riguardanti le limitazioni della libertà di movimento nelle aree urbane.
Le “zone rosse” sono in espansione e i provvedimenti di allontanamento da tali zone, attraverso i c.d. Daspo, utilizzati per la prima volta 37 anni fa in relazione ai comportamenti violenti agli eventi sportivi e da anni estesi ad ogni interrelazione considerata problematica, ma si sta anche da questo punto di vista tirando troppo la corda al punto da far emergere criticità anche dal Quirinale. Apparentemente le ipotesi del ministro dell’Interno hanno incontrato il placet del Cdm, ma sia i tempi della loro entrata in vigore, sia alcuni elementi di merito hanno scontentato soprattutto gli esponenti della Lega che sperano di riguadagnare consensi tanto per risolvere i propri problemi interni (Vannacci), quanto per confermarsi come il partito con le proposte più radicali. Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che pochissimo tempo sembra dedicare a tale compito, preferisce avocare a sé il ruolo di ministri dell’Interno e della Giustizia.
La sua ultima provocazione riguarda soggetti estremamente vulnerabili come i Msna (Minori stranieri non accompagnati) che il suddetto vorrebbe poter espellere se coinvolti in comportamenti violenti. Peccato che i minori (nonostante, come afferma un suo illustre collega di governo, il diritto internazionale valga… fino ad un certo punto), siano ancora protetti dalla Convenzione del fanciullo che vieta il rimpatrio di minori. Ma poco importa se il risultato si otterrà o meno, l’importante è aver creato un nuovo archetipo di nemico, i minorenni che formano bande che imitano, consapevolmente o meno, le gang statunitensi. E il passaggio da cittadino italiano con background migratorio, che gira, come tanti coetanei “italiani doc” e in maniera sicuramente pericolosa, armato di coltello, all’adolescente arrivato da solo e soggetto più facilmente a processi di marginalizzazione, si fa sempre più breve, il confine diventa sempre più labile.
Il Governo, questo più di altri che l’hanno preceduto, riduce i fondi per l’inclusione e i servizi sociali da erogare salvo poi – in assenza di dette politiche – scaricare tutto sulle vittime, anche se colpevoli di reati, di tali inefficienze. Ed è grottesco l’intero impianto anche narrativo. Da una parte il ministro dell’Interno declama incessantemente il calo dei reati dovuta alla ferrea volontà dell’esecutivo, contemporaneamente denuncia allarmi per garantire una vigilanza rafforzata, nuove norme anti-coltelli e una stretta decisa contro le baby gang. Nel testo in esame si prova a imputare i genitori del comportamento dei figli – da cui il problema per i Msna che non ne hanno – e si lancia l’idea di abbassare a 12 anni l’età in cui si possa essere penalmente perseguibili.
Ma le contraddizioni riaffiorano. Da una parte si vorrebbe rendere più difficile l’acquisto e il possesso di armi da offesa come coltelli e simili ai minori e si vorrebbero punire coloro che formano le suddette gang e in questo è impossibile non cogliere del buon senso. Ma contemporaneamente si cerca di varare uno “scudo penale” per i cittadini, in particolare quelli in divisa, nel caso utilizzino le armi di cui sono in possesso in caso di comprovata necessità. In pratica disarmo (o almeno dichiaro di volerlo fare), l’adolescente con il coltello in tasca, ma autorizzo chi da tale adolescente – che costituisca o meno un pericolo è discrezionale – si senta minacciato a colpirlo anche con arma da fuoco, garantendogli una protezione “scudo” quando si ritroverà ad andare a processo. In sintesi disarmo – ed è giusto – chi agisce anche in ambiti che possono entrare nella microcriminalità ma facilito l’utilizzo di armi, anche più potenti, da parte delle forze dell’ordine e i cittadini che difendono, o almeno temono di dover difendere, la proprietà.
Tale salto di qualità ha caratteri inequivocabili di classe, garantisce maggiori poteri anche discrezionali a chi rappresenta l’ordine costituito ed inevitabilmente porterà ad una crescita del disagio. Laddove non si investe infatti in scuole, in spazi sociali, in pratiche di sostegno e di incitazione alla convivenza, si ribatte con l’antica e fallimentare ricetta del proibizionismo, strumento per celare la polvere, non certo la sofferenza, sotto il tappeto. In attesa di ddl e del nuovo decreto o del decidere cosa accorpare, il Viminale ha inviato a prefetti e questori una circolare interpretativa attraverso cui Piantedosi ha chiesto di perseguire con “la massima determinazione” l’obiettivo del rimpatrio per gli stranieri irregolari che si siano distinti per comportamenti violenti o pericolosi. Nella direttiva si specifica che gli irregolari in attesa di espulsione devono rimanere all’interno dei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) fino al momento del volo, escludendo ogni possibilità di rilascio anticipato. Quindi anche la legge Bossi-Fini e i regolamenti che definiscono il trattenimento nei Cpr valgono fino ad un certo punto?
La “trumpizzazione” passa anche attraverso questi percorsi: prima ci si accanisce, cambiando le regole, contro chi è considerato “violento e pericoloso”, poi si ampliano i criteri di discrezionalità per definire tale una persona e mano a mano questi criteri possono allargarsi. Varranno – sia in forma intimidatoria che punitiva – anche per le lavoratrici e i lavoratori immigrati che aprono vertenze considerate nelle modalità già reato? Ci si riferisce alle occupazioni di immobili, ai blocchi stradali, ai picchetti davanti alle aziende. Ma poi potrebbero valere per chiunque, tanto è che si sembra ammiccare a quei piani di “remigrazione” ormai in voga in mezza Europa, a cui di fatto liscia il pelo una parte del Governo. Ma la ragion d’essere dell’ennesima stretta repressiva va oltre. Dichiaratamente apre il terreno ad azioni di repressione preventiva delle manifestazioni di dissenso – si accenna a trattenimenti di almeno 12 ore per impedire di parteciparvi – a rendere perseguibili con pene estremamente pesanti chi si copre il volto. Ma su questo punto le parole del ministro sono ancora più nette: “E’ un tipo di sanzione che abbiamo proposto venga applicata in maniera più estesa. La sanzione amministrativa è quella che in alcuni ambiti ha manifestato una maggiore praticità ed efficacia, rispetto anche all’innalzamento della pena, che spesso rimane lettera morta. Al contrario, con una sanzione pecuniaria e con le sanzioni accessorie come il ritiro del passaporto o della patente, di fatto si rende molto più efficace la norma e le si dà più potere deterrente. Penso al codice della strada: le persone sono molto più attente ad attenersi alle varie regole per effetto dello spauracchio del ritiro prolungato della patente che gli crea molti più problemi di una condanna solo virtuale”.
Il pacchetto del ddl e del dl (ancora ignota la loro ripartizione) comprende poi proposte per accelerare gli sgomberi di stabili e centri sociali occupati mentre non è ancora chiaro se l’operazione strade sicure (presenza dell’esercito nelle strade) verrà ampliata, ridotta, o lasciata per ora inalterata, magari in attesa della realizzazione di una versione italiana dell’Ice (Immigration and customs enforcement) che già sta mietendo vittime e consensi in Usa.
E se, per chiudere, il ministro smentisce ogni ulteriore stretta alle attività delle Ong dedite al soccorso in mare, rimanda alle normative UE che entreranno in vigore a giugno, il funzionamento effettivo dei Centri permanenti per i rimpatri in Albania. Peccato che proprio pochi giorni fa, il Tribunale di Venezia abbia, riprendendo le decisioni della Corte europea, negato la possibilità di considerare l’Egitto un Paese sicuro e quindi in cui effettuare rimpatri.
Ma anche queste decisioni, per il Governo Trump/Meloni, valgono fino ad un certo punto.
Stefano Galieni
