Con la firma del ministro Valditara alle Nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo 2025, si conclude l’atto finale di un percorso che non esitiamo a definire padronale e autoritario. La definizione di queste nuove linee guida rappresenta un punto di rottura nella tradizione democratica della scuola italiana: una commissione inadeguata nella sua composizione (totalmente assenti i docenti), sorda alle istanze reali della pedagogia attiva-innovativa e attenta esclusivamente alle esigenze ideologiche del ministro, ha partorito un testo legislativamente malscritto (come implicitamente emerge dal parere espresso dal Consiglio di Stato) e pedagogicamente regressivo.
Nonostante la levata di scudi di tutte le associazioni disciplinari, professionali e degli organismi consultivi democratici, il documento è stato validato tramite una consultazione che ha i tratti del plebiscito: un simulacro di democrazia realizzato attraverso domande superficiali, strutturate per estorcere un consenso precostituito alle istituzioni scolastiche.
La sovrastruttura Ideologica: “teste ben chine” anziché “teste ben fatte”
La Commissione ministeriale, invece di aggiornare le Indicazioni del 2018 per rispondere ai mutamenti della società complessa e fornire strumenti aggiornati per l’attività delle autonome istituzioni scolastiche, ha proceduto a una riscrittura ex novo priva di reali motivazioni pedagogiche. La ratio di questa operazione, inconfessabile in sede tecnica, si esplicita nella lettura del testo: il Ministro necessitava di un manifesto ideologico da brandire nella propaganda politica quotidiana; piegando la scuola della Costituzione a quella “visione identitaria, gerarchica e selettiva” denunciata anche dalla FLC CGIL.
L’operazione dell’emanazione delle Nuove indicazioni è andata ben oltre oltre il consueto narcisismo del Ministro di turno di lasciare un segno; svelando la volontà della destra di governo di costruire un’egemonia culturale attraverso il sistema formativo pubblico. Le Indicazioni di Valditara segnano il passaggio traumatico da una scuola della conoscenza critica a una scuola dell’identità prescrittiva. L’impianto sottende un popolo, una nazione e un destino da conseguirsi attraverso il ripristino della disciplina, il rispetto dell’ordine e l’accettazione delle gerarchie. Si vuole cancellare la tensione verso la “testa ben fatta” di moriniana memoria, funzionale alla democrazia, per predisporre “teste ben chine” di fronte all’autorità costituita.
Questa postura reazionaria è svelata dalla cartina di tornasole dell’Educazione civica. Laddove negli ultimi trent’anni la pedagogia democratica ha lavorato per costruire cittadini planetari, capaci di gestione non violenta dei conflitti e dialogo interculturale, le Nuove Indicazioni impongono un’insistenza ossessiva sul “rispetto delle autorità istituzionali”. Si elimina tout court la partecipazione critica e la possibilità del dissenso, consegnando ai giovani una pedagogia dell’ordine anziché della responsabilità sociale. Sarebbe onesto, a questo punto, rinominare la disciplina: non più Educazione civica, ma Educazione all’obbedienza.
Lo stesso meccanismo classista si attiva con il ritorno al centro della scena della grammatica normativa e del latino. La retorica ministeriale agita lo spauracchio di un presunto degrado espressivo dei giovani, un dato smentito oggettivamente – come sappiamo – da recenti ricerche (Zanichelli/Università di Bologna). Ciononostante, le Indicazioni ribadiscono la centralità delle regole, individuando nel latino e nella grammatica gli strumenti per il “ripristino del rigore”.
Dietro questa facciata di rigore cognitivo si nasconde la violenza del “curricolo nascosto”. Chi proviene da ceti sociali elevati o da un contesto familiare italofono colto è immediatamente avvantaggiato in questo approccio formale. Grammatica e latino, se utilizzati come fini in sé e non come mezzi espressivi (come ammoniva Don Milani nella Lettera a una professoressa), diventano feroci strumenti di selezione sociale. L’introduzione del modulo “Latino per l’educazione linguistica (LEL)” nella scuola del primo ciclo è il cavallo di Troia di questa selezione: sotto la maschera del potenziamento logico, si reintroduce un marcatore di ceto che favorirà i figli delle classi colte, scavando un solco precoce tra chi è destinato ai licei e chi sarà incanalato verso la formazione professionale – quella “filiera” tanto cara all’attuale governo per servire le imprese, non le persone.
L’elemento centrale della restaurazione imposta con le Nuove Indicazioni è la storia. Lo studio del passato viene piegato alla narrazione di raccontini celebrativi di un’identità nazionale e occidentale, intesa come orgoglio e superiorità. Come la rana di Fedro, l’orgoglio identitario delle Indicazioni si gonfia fino a identificare l’Italia con l’Occidente tout court, affermandone un anacronistico primato morale. In tal modo si costruiscono muri culturali dove servirebbero ponti. Contro questa deriva, è doveroso opporre la lezione di Norberto Bobbio, che con lungimiranza affermava: “La democrazia sarà compiuta quando ci sentiremo tutti i cittadini del mondo […] il che vuol dire diminuire o addirittura eliminare il senso della nostra identità nazionale”. Questo non significa negare le proprie radici, ma rifiutare l’uso della nazione come clava contro le altre nazioni, recuperando il senso mazziniano e internazionalista di patria.
La scuola democratica
Se la definizione delle Indicazioni Nazionali è prerogativa del ministro, l’abuso ideologico che ne è stato fatto impone una risposta dal basso. I docenti e i dirigenti scolastici democratici devono appellarsi all’Autonomia Scolastica costituzionalmente garantita. Nel rispetto formale dei traguardi, Il personale scolastico ha il dovere etico e politico di costruire curricoli interculturali, pluralisti e inclusivi, orientati al successo formativo dei ragazzi e rispettosi della scuola della Costituzione. La scuola pubblica deve continuare a formare teste critiche capaci di interrogare il potere, non sudditi addestrati a obbedirvi.
Marco Bizzoni
