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La questione dei beni comuni e la sua ineludibilità

di Marco
Noris

Molto spesso, quando si parla di “beni comuni” una buona parte dello sforzo intellettuale prodotto converge sulla questione della loro definizione. Sicuramente la problematica definitoria è centrale, tuttora irrisolta, e il percorso accidentato. Nel 2008 la commissione Rodotà tentò di risolvere il problema: la necessità di un approccio giuridico e normativo non poteva eludere certamente la questione. I beni comuni vennero definiti “Cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

La definizione proposta, sebbene lasci ancora molto spazio ad una serie di quesiti, aveva il merito di fare un passo avanti cercando di superare le ristrettezze della definizione dell’oggetto in sé, determinato da sue qualità intrinseche, per connetterla invece al fine che tale oggetto può perseguire. In questo senso il concetto di “sviluppo della persona” , con tutti i suoi limiti, ha comunque il merito di inserire i beni comuni in un quadro dinamico evitando la cristallizzazione del concetto. Sebbene il progetto fu accantonato, nella prassi politica la battaglia contro la privatizzazione del servizio idrico, culminata con la vittoria referendaria del 2011, rimise al centro la questione.

Tuttavia la mancanza di una definizione chiara e condivisa di bene comune ebbe appunto conseguenze, e mantenne problematiche che tutt’ora permangono. Il concetto di “bene comune” è andato a dilatarsi comprendendo al suo interno cose diverse, inflazionandone l’uso, provocando così un processo di sussunzione del concetto in un ambito talmente generale da sfiorare la genericità e condurlo ad un significante tanto vuoto quanto abusato. Come ben ricorda anche Luca Casarotti su Jacobin1 persino Marco Minniti continuò a battere il chiodo sulla sicurezza come un bene comune. La questione si trascina da anni e, lo scorso anno, è stato depositato in Cassazione un disegno di legge da parte del PD che non solo non risolve il problema, ma lo complica ulteriormente.

Il disegno di legge porta in sé una proposta di definizione sostitutiva dei concetti e delle categorie giuridiche di demanio e patrimonio pubblico che vengono considerate superate (da che cosa non è chiaro). In questo, però, si elude una buona parte dell’esigenza della definizione di “bene comune” laddove si ravvisa una necessità di sviluppo di una nuova categoria e oggetto di indagine e non di una semplice sostituzione o superamento di categorie già determinate. Inoltre, e in un certo senso in conseguenza a tale impostazione, come acutamente ha sottolineato Pino Cosentino2, se la legge entrasse in vigore, ad esempio, non eviterebbe alcun processo di privatizzazione.

Di fronte alla complessità della questione occorre comunque stabilire se e come, oggi, la problematica dei beni comuni sia o meno centrale e in caso positivo determinare se non una definizione almeno alcuni paletti entro i quali il concetto vada posto, al fine della sua utilità nella prassi collettiva e politica in particolare.

Per quanto riguarda il primo punto, a sinistra, l’atteggiamento nei confronti dei beni comuni non è affatto unilaterale e neppure ambiguo bensì spesso diviso in due schieramenti contrapposti: quello della centralità del concetto di bene comune da un lato, e dall’altro la negazione stessa dell’utilità di una tale categoria: nota è la critica di Ermanno Vitale nel suo “Contro i beni comuni una critica illuminista” ma che alla fine si risolve in gran parte in una critica al libro “Beni comuni: un manifesto” di Ugo Mattei più che ad una critica riguardo il concetto in sé.

Ad opinione di chi scrive, per uscire da questa impasse non si può che cercare di condurre l’intera discussione all’interno del momento storico che stiamo vivendo con una particolare attenzione anche all’attualità postpandemica che ci aspetta: è solo a queste condizioni che possiamo capire se e come una categoria, sebbene ancora non definita nello specifico, può esserci utile, rifuggendo allo stesso tempo da giudizi cristallizzati e definitivi che – nel divenire accelerato di questi tempi – non servono a nessuno.

Per quanto riguarda la questione dei paletti entro i quali è possibile delineare le caratteristiche dei beni comuni possiamo indicare alcune caratteristiche: I beni comuni sono quelli utilizzati da più individui, anche contemporaneamente, senza che l’uso da parte di alcuni di loro escluda l’utilizzo da parte di altri; presentano le caratteristiche di non escludibilità e di non rivalità proprie dei beni pubblici, si collocano al di fuori del mercato, in quanto non sono oggetto di scambio contro un prezzo ma, nello stesso tempo, per loro natura, possono essere soggetti ad accaparramento, così come raccolta libera, condivisione o dono. Esiste quindi un rischio connaturato ad essi, legato al loro possibile indiscriminato sfruttamento in assenza di regole e alla loro inefficiente distribuzione, ne deriverebbe il conseguente impari godimento dei diritti godibili all’interno della collettività. È, in questo caso, immediato e intuitivo il legame di tale problematica con l’intera questione delle risorse naturali e della tutela ambientale. Questa prima considerazione ci dimostra come al di là di qualsiasi giudizio e posizione sul tema, la questione di beni comuni derivi da una problematica reale e tangibile.

Una seconda considerazione da fare è che, come affermato da Paolo Cacciari, “la caratteristica fondamentale dei “beni comuni” (commons intesi come risorse, forze e sistemi sociali integrati) non è costituita solo dal loro grado di accessibilità e inclusività e nemmeno solo dalla loro inalienabilità, inappropriabilità e preservazione, ma attiene alle forme organizzative e alle modalità della loro gestione, che si presume debbano essere condivise, responsabili, pienamente partecipate e democratiche”3.

Tale considerazione riporta ancora una volta la questione in un ambito dinamico, di sviluppo progressivo che rifugge dal “fermo immagine” definitorio. Inoltre, e anche questo conferma la necessità dello sviluppo di uno specifico campo di indagine, sempre Cacciari afferma che “I  commons  stanno a significare l’esistenza di risorse indisponibili ad una gestione che esclude dal loro utilizzo le comunità afferenti. Sono risorse necessarie a soddisfare le loro esigenze. Sono quindi patrimoni, beni e servizi pubblici, ma con una valenza e un vincolo in più.

Come abbiamo imparato a conoscere sulla nostra pelle, nemmeno la demanialità  –  in qualsiasi forma sia possibile immaginare la proprietà e la sovranità statale – garantisce la tutela e l’equa condivisione dei benefici generati dai commons.” Infine, basterebbe ricordare il loro rapporto problematico con i classici concetti di valore economico per dimostrare la necessità di un campo di indagine che non risolva la questione in termini superficiali: “i beni comuni hanno una indubbia valenza economica, ma non si dissolvono nei “fattori” della produzione delle merci. Non sono spendibili sul mercato. Hanno un valore in sé stessi, per le caratteristiche intrinseche che la collettività attribuisce a loro.”

Tutto ciò considerato, è sufficientemente chiaro che l’inserimento di una definizione della fattispecie dei beni comuni e della sua applicazione nella prassi, sarebbe destinata a incidere e rimodellare lo spazio dei rapporti sociali ed economici.

La domanda alla quale a questo punto dovremmo rispondere è se, in questo preciso momento storico, tale categoria serva e quali applicazioni possa avere nella prassi politica.

Difficile rispondere senza ulteriormente problematicizzare la questione. Se il tempo dell’analisi che ci proponiamo è legato al hic et nunc quale è lo spazio che consideriamo?

Il concetto di bene comune è strettamente connesso al concetto di “cittadinanza” e ai processi partecipativi, attualmente più in potenza che in atto, attraverso la quale di potrebbe esprimere. Oggi, al di là della tematica dei beni comuni connessi all’universalità dei diritti come fu per la battaglia per l’acqua pubblica, la questione locale sembra essere l’ambito di pensiero e di azione privilegiato. L’ambito territoriale, la dimensione locale è direttamente connessa all’uso e al governo dei beni comuni, quell’ambito di democrazia partecipativa che ormai da alcuni decenni è al centro di sperimentazioni. L’ambito territoriale, d’altra parte, diventa problematico nella misura in cui l’attivismo civico è composto da un insieme di parzialità, specifiche espressioni di uno specifico territorio, che non possono essere generalizzabili.

In questo senso, come afferma Giuseppe Micciarelli “si deve provare a costruire sistemi di governance capaci di incanalare le ineludibili parzialità di cui si compone l’attivismo civico in percorsi aperti all’eterogeneità – di ceto, classe, etnia, religione, genere, ed età –, così da valorizzare l’elemento insieme procedurale e relazionale che si innesca nei processi partecipativi, che amplia in concreto la sfera dei soggetti che possono prendere parola, controllare e decidere”4. Tale costruzione è tutt’altro che agevole anche perché il perimetro territoriale definito indica una parzialità dei soggetti sociali coinvolti non riconducibili ad un concetto generico di collettività, anzi, finiscono persino per mettere in discussione la sovranità di un generico soggetto identificato come “popolo”, poiché, a questo punto, ne viene meno la sua apparentemente indivisibilità rendendo più complesso e non lineare il suo rapporto con l’istituzione dello stato. D’altra parte, a ben guardare, di fronte alla ridefinizione dei perimetri istituzionali e di potere politico ai quali con tutta probabilità assisteremo nei prossimi anni, la definizione di “bene comune” per quanto astratta possa apparire a molti, non è sicuramente più astratta di quella abusata e per nulla scontata di “popolo”.

Forse è proprio questo il centro della questione: al di là di qualsiasi giudizio di merito, che piaccia o meno la questione dei beni comuni, le forme di partecipazione e di governance locale sono ineludibili e vanno affrontate seriamente a sinistra; se non lo faremo è probabile che potremo guadagnare un nuovo tassello per completare il quadro della sconfitta storica.

Gli elementi a sostegno di questa tesi sono almeno tre:

In primo luogo, come ho avuto modo di sottolineare altre volte, la declinazione neoliberista del capitalismo ha compiuto negli ultimi 40 anni un’opera più profonda di quella della scontata destrutturazione dell’identità di classe, andando a demolire l’intero senso di identità collettiva.

Questo è un elemento importante da sottolineare: la ricostruzione di qualsiasi identità collettiva non può che ripartire da questa considerazione e sappiamo quanto dopo la crisi del 2007/2008 in questa fase di ricostruzione identitaria, le destre stiano giocando un ruolo di primo piano.

In secondo luogo, la pandemia ancora in atto sembra delineare una sorta di processo di de-globalizzazione, di nuova territorializzazione tanto in termini economici quanto sociali. La traiettoria di questo percorso e la sua intensità sono ancora da definirsi, ma le cose sembrano procedere in questa direzione.

Infine, a questa tendenza di territorializzazione si contrappone una prospettiva di ulteriore concentrazione della ricchezza a scapito delle comunità territoriali già progressivamente colpite negli ultimi anni. Il taglio indiscriminato delle risorse ai comuni italiani, la conseguente svendita del patrimonio pubblico e la gestione privatistica dei servizi ne sono un ottimo esempio: poiché tale sistema non sembra affatto voler cambiare è difficile pensare ad un futuro che non sia peggiore tanto del passato quanto del presente.

Se consideriamo, tra gli altri, anche solo questi tre elementi dovremmo rilevare che il livello territoriale nel quale vengono definiti i soggetti collettivi, comunitari e di cittadinanza dovrà rispondere non soltanto ad emergenze di natura economica bensì democratica in senso generale. La crisi della rappresentanza che si è espressa a livello statale potrebbe colpire con la stessa intensità la dimensione territoriale. In tale dimensione non si giocano soltanto i classici temi del conflitto identificato tradizionalmente dalla sinistra: se da un lato, ad esempio, rimane presente in maniera pesante il conflitto tra capitale e lavoro, nel quale non è assolutamente estranea la struttura istituzionale locale, dall’altro il rapporto con l’istituzione stessa, partecipativo o conflittuale che sia, abbraccia tematiche più ampie perché coinvolgono la totalità di della vita materiale delle persone e non solo il campo strettamente economico bensì l’intero spazio vitale della quotidianità. Inoltre, se da un lato siamo di fronte ad un processo, ancora tutto da esplorare e definire, che chiamiamo di de-globalizzazione, dall’altro questo non ha messo in discussione lo status quo globale di elites extraterritoriali e popoli sempre più localizzati che Bauman aveva già delineato un paio di decenni fa.

La differenza, oggi, è forse che in termini locali ci troveremo di fronte ad un processo più consistente rispetto al passato di espropriazione economica e, di conseguenza, democratica nei confronti di tali comunità. In queste condizioni è molto probabile che in futuro il terreno della democrazia partecipativa si trasformi velocemente nel terreno di un duro conflitto nel quale la Sinistra semplicemente non può non esserci. In tale frangente, si potrebbe passare rapidamente dalla questione di governance del sistema a quella del cambio sistemico, dalla democrazia partecipativa alla partecipazione al conflitto e, ancora una volta, in questo conflitto l’intera questione dei beni comuni non può essere elusa.

Una buona fetta del salto di qualità politico che dovremo sostenere sarà quella di saper declinare il senso della difesa di diritti universali come, ad esempio, fu quello dell’acqua pubblica in un quadro più sistemico e articolato, che sappia tanto definire un campo di ricerca e di azione quanto declinarsi nelle realtà territoriali e capace di invertire il processo di depauperamento ed espropriazione in atto.

L’attuale conflitto sociale che vede la riappropriazione e la trasformazione degli “ex luoghi” urbani è, ad esempio, un campo di conflitto centrale oggi ma, soprattutto, ineludibile nel prossimo futuro perché non solo porta in sé tutta la problematica ambientale, del riuso e della reinvenzione e riappropriazione dello spazio urbano, ma anche perché può rispondere materialmente ad un’esigenza sociale ormai di enormi dimensioni. Che questa cosa si possa esprimere attraverso una partecipazione democratica alla ricostruzione del senso urbano – in città che avevano pensato ad un loro luminoso futuro che è stato negato loro dalla storia di questi mesi e che devono reinventarsi – oppure, all’opposto, attraverso un conflitto anche durissimo, la questione non cambia: abbiamo bisogno di capire come affrontare una questione di governo del sistema per il quale le categorie di pubblico e privato continuano ad essere necessarie ma insufficienti. Allo stesso modo la questione dei territori, dei beni comuni e della ricostruzione identitaria non può che passare anche dalla qualità dello sviluppo e della riconquista dello spazio urbano, nel quale si svolge e si articola l’intera vita materiale delle persone.

D’altro canto la territorializzazione del conflitto non può in alcun modo trasformarsi in parcellizzazione e polverizzazione di una miriade di microconflitti autoreferenziali. Occorre ripensare alla politica nell’ottica della costruzione di una soggettività organica condivisa, che funga da quadro di riferimento progettuale, che ponga le condizioni per agire un conflitto comune, condizione necessaria per rendere meno improponibili i rapporti di forza e, conseguentemente, porsi nella condizione di ottenere risultati.

Da un lato, sembra che vari soggetti di movimento siano consapevoli di tale esigenza e stiano cominciando a elaborare strategia in dal senso, dall’altro questa esigenza è sentita anche dal mondo della Sinistra. Su queste traiettorie coincidenti dovrebbe avvenire un incontro in termini progettuali capace si declinare nelle varie dimensioni territoriali proposte di lotta quanto di alternativa.

1 https://jacobinitalia.it/cosa-sono-i-beni-comuni/

2 https://www.attac-italia.org/cattivi-pensieri-una-bizzarra-proposta-di-legge-di-iniziativa-popolare/

3 https://www.attac-italia.org/commons-l-alternativa/

4 Giuseppe Micciarelli Introduzione all’uso civico e collettivo urbano. La gestione diretta dei beni comini urbani. Munus n. 1, 2017 Editoriale scientifica srl.

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