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La fine della guerra in Ucraina è possibile, nonostante la Von der Leyen

di Franco
Ferrari

La trattativa tra Stati Uniti e Ucraina, seguita ad una serie di interventi brutali da parte di Trump e dell’Amministrazione statunitense, ha prodotto una convergenza sulla proposta di un cessate-il-fuoco di 30 giorni che dovrebbe costituire il primo passo verso una qualche forma di accordo tale da consentire la fine della guerra.

Dopo lo scontro nello studio ovale della Casa Bianca tra Trump, Vance e Zelensky, il presidente ucraino ha compiuto numerosi atti di riparazione per quello che evidentemente è stato considerato a posteriori come un grossolano errore diplomatico.

Per quanto viene riferito dalla stampa internazionale il cessate-il-fuoco non sarebbe ancora accompagnato da una proposta di soluzione del conflitto, anche se è presumibile possa aprire la strada ad una tregua permanente e da questa ad una soluzione di più lungo periodo. Intanto toccherà alla Russia valutare la convenienza di accettare questa proposta, considerando l’indubbia opportunità offerta dal cambio di presidenza negli Stati Uniti. Per quanto le decisioni di Trump risultino, e spesso siano, irrazionali e umorali, non c’è dubbio che ai fini degli obbiettivi di Mosca di rientrare pienamente quale attore riconosciuto nello scenario internazionale l’attuale situazione offra delle possibilità per certi versi insperate.

Dal fronte statunitense sono già emerse proposte di soluzione che guardano al di là della prima mossa, come quelle avanzate da Thomas Graham, figura di spicco del maggiore think-tank Usa di politica estera, il Council on Foreign Relations. Pubblicato a fine gennaio questo testo iniziava proprio con la proposta di un cessate-il-fuoco lungo la linea di contatto tra i due eserciti, garantito da una commissione comprendente Russia, Ucraina e Stati Uniti.

L’Ucraina dovrebbe abbandonare il suo sforzo di entrare nella NATO, modificando specificamente la propria Costituzione. Dovrebbe anche garantire formalmente di non cercare di acquisire armi nucleari e vietare la presenza di basi militari straniere sul proprio suolo. Alcuni limiti alle proprie forze militari dovrebbero essere contraccambiati da una limitazione della presenza militare russa nelle aree di confine.

La Russia manterrebbe il controllo di fatto dei territori occupati e l’Ucraina rinuncerebbe ad ogni tentativo di riconquistarli con la forza. Gli occidentali non darebbero però il riconoscimento “de jure” dell’annessione russa di terre ucraine.

Kiev dovrebbe impegnarsi esplicitamente alla protezione della minoranza di etnia russa garantendo la possibilità di disporre di mezzi di informazione in lingua russa. (Quello dei diritti della minoranza russa è un argomento totalmente ignorato dai sostenitori della prosecuzione della guerra da parte occidentale).

Nessuna delle due parti dovrebbe pagare delle riparazioni per i danni della guerra e sarebbe responsabile della ricostruzione dei territori che controlla con fondi propri o ricevuti dall’estero. Secondo la Reuters, la Russia avrebbe affermato la propria disponibilità all’utilizzo dei fondi bloccati nelle banche occidentali a condizione che questi vengano destinati anche alle zone sotto il suo controllo.

Ognuna delle due parti sarebbe responsabile di perseguire i crimini di guerra che sono stati commessi nei territori che controlla.

L’Occidente dovrebbe rimuovere quelle sanzioni contro individui considerate puramente punitive ma senza alcun impatto sulla capacità della Russia di condurre la guerra. Ogni rimozione di altre sanzioni dovrebbe essere collegata ai passi concreti verso un accordo definitivo con la Russia.

Sembra difficile che una qualche forma di accordo definitivo per mettere fine alla guerra si possa discostare molto da queste linee anche se vi sono diversi aspetti irrisolti.

La ricerca di una conclusione della guerra attraverso la trattativa presuppone una lettura realistica delle ragioni che hanno portato alla guerra stessa. Tra gli specialisti si sono affermate interpretazioni diverse. Coloro che partono dalle premesse della scuola realistica (il più rappresentativo è John Mearsheimer) fanno derivare la decisione di Putin di invadere l’Ucraina nel 2022 principalmente dal timore di un mutamento dei rapporti di forza a sfavore della Russia collegato al previsto inserimento organico del paese nella struttura della NATO. Inserimento che sarebbe avvenuto in un contesto di contrapposizione crescente tra il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e la stessa Federazione Russa.

Da questa ricostruzione deriva l’interpretazione dell’invasione come principalmente “guerra preventiva”. Putin si sarebbe mosso per la preoccupazione di un peggioramento dei rapporti di forza militari e avrebbe deciso di prevenire militarmente un esito considerato negativo.

Una dettagliata ricostruzione di questa analisi è contenuta in un lungo saggio di Barry R. Posen, Ford International Professor di Scienze Politiche al Massachusetts Institute of Technology, nonché ex direttore del MIT Securities Studies Program dal 2016 al 2019, pubblicato sulla rivista “International Security”, fascicolo n. 3 dell’inverno 2024/25, intitolato “Putin’s Preventive War”. Riprendendo analisi per altro già ampiamente correnti prima dell’invasione russa del febbraio 2022 (si legga, tra i tanti testi possibili, il saggio di Michael Kofman su “La Russia e l’Occidente: la tragedia politica del dopo-guerra fredda”, contenuto nel volume dell’ISPI su “La Russia post-sovietica”, Mondadori, 2018), Posen segnala l’importanza che hanno avuto nel motivare il comportamento russo l’estensione della NATO all’est come la guerra contro la Serbia, vista come un possibile modello e anticipazione di un’azione aggressiva della NATO verso la Russia. Così come gli avvertimenti che i responsabili russi, fin dallo stesso Yeltsin, hanno lanciato sulle conseguenze negative di tale scelta.

D’altra parte la NATO stessa aveva subito una modificazione nel suo ruolo che almeno sulla carta (la realtà era un po’ diversa) doveva originariamente costituire un patto puramente difensivo installato in Europa nell’ambito del contrasto della “Guerra fredda”. Si era attribuita compiti di “polizia” internazionale con tutta una serie di nuove ragioni per agire militarmente al di fuori della propria sfera territoriale ed anche per proporsi “cambi di regime” in paesi considerati ostili. Una funzione che ha dato l’avvio alla figura politico-mediatica del “missionario armato” costituente quello che è stato definito come complesso militare-intellettuale.

Nell’autorappresentazione ideologica dell’Occidente i “cattivi” sono sempre gli altri, mentre le azioni aggressive dell’Occidente stesso sono sempre per definizione mosse da elevati principi morali.

La lettura fornita da Posen dell’invasione russa come “guerra preventiva” motivata prevalentemente dal timore per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, non è l’unica fornita dagli specialisti. Ahmad Rashidi ha pubblicato una rassegna delle principali schemi analitici nell’articolo “Geopolitical Drivers of Russia’s Military Intervention in Ukraine”, sulla rivista “Journal of Iran and Central Eurasia Studies”, fascicolo numero 1 del 2024.

Rashidi ne individua tre: 1) il timore di perdere lo status di grande potenza; 2) la ricerca dell’egemonia regionale; 3) la ripresa del nazionalismo russo e la sua natura tendenzialmente imperialista.

Le prime due interpretazioni rientrano in una lettura “realistica” dei comportamenti degli Stati, la terza introduce un elemento di carattere più nettamente ideologico. (Sulle varie influenze e giustificazioni ideologiche presenti diffuse all’interno della Russia, ha scritto Marléne Laruelle, nell’Ifri Stdies n. 46 del marzo 2024).

Senza entrare qui nel merito delle varie interpretazioni ciò che interessa rilevare è il passaggio tra motivazioni che possono essere razionalmente interpretate, il che non implica che siano approvate o considerate legittime e politicamente giuste, a motivazioni che dalla dimensione ideologica si spostano sul terreno dell’irrazionale o dell’essenzialismo.

Soprattutto nel dibattito pubblico è stato continuamente ripetuto come un mantra che l’invasione russa era avvenuta senza alcuna motivazione e senza nessuna provocazione che la giustificasse. In questo modo è stato del tutto rimosso il possibile collegamento sia con le vicende interne all’Ucraina che hanno visto dopo il “golpe” di Maidan del 2014, fortemente voluto dagli Stati Uniti e da una parte dell’establishment europeo, una progressiva cancellazione dei diritti della minoranza di etnia russa, sia le iniziative militari del blocco occidentale.

L’invasione dell’Ucraina, una volta cancellata qualsiasi possibile motivazione, è stata spiegata con una serie di altre ragioni. Dalla pazzia di Putin, alla natura immanentemente espansionista del nazionalismo russo, alla volontà di dichiarare guerra e di sottomettere l’intera Europa. Tutte queste interpretazioni hanno l’intento comune di rendere il comportamento russo totalmente irrazionale e quindi di alimentare la paura grazie alla quale l’establishment europeo può sostenere la sua politica di riarmo. Ai quali, per una parte del mondo progressista, si aggiunge la paura per l’aggressività trumpiana e la natura reazionaria ed autoritaria della sua politica.

Se non c’è dubbio che all’interno della Russia esistano settori ultranazionalisti e che interpretano i rapporti tra Stati in termini di pura logica di potenza e settori reazionari che si attribuiscono compiti di crociata ideologica in nome dei valori “tradizionali” su famiglia, genere, ecc. questi per fortuna non sono prevalenti e semmai rischiano di essere rafforzati dalla politica di riarmo proposta dal costituendo asse Francia-Germania-Polonia.

Secondo la lettura avanzata soprattutto da esponenti politici intellettuali dei paesi vicini alla Russia, quest’ultima sarebbe espansionista non per ragioni politiche ma per la propria intima e metastorica natura. Da Pietro il Grande fino a Putin ci sarebbe un’unica e sempre identica spinta a occupare territori altrui per inglobarli nel proprio impero.

Queste argomentazioni hanno anche oltrepassato lo stadio analitico iniziale secondo il quale il problema era insito nella natura autoritaria del regime via via imposto da Putin alla Russia. Se è indubbia la natura sempre più autoritaria assunta dal sistema politico russo è anche dimostrato che non è affatto detto che siano le nazioni più autoritarie ad essere le più aggressive dal punto di vista militare. Il liberal-imperialismo statunitense così come il similare neoconservatorismo, si sono dimostrati promotori di guerre motivate principalmente da argomentazioni ideologiche.

Se il problema era Putin, l’obbiettivo principale avrebbe dovuto essere il “regime change”, il cambio di regime, ipotizzando una Russia diventata liberaldemocratica sul modello occidentale e quindi non più pericolosa. Ma se l’espansione militare è insita nella stessa natura secolare della Russia allora anche il regime change non è sufficiente. È emersa quindi un’altra soluzione più radicale, lo smantellamento della Russia e il suo frazionamento in tanti staterelli di piccole o medie dimensioni, a quel punto controllabili e non più pericolosi se non, probabilmente, per sé stessi. Questo obbiettivo è stato rilanciato da vari ambienti e fatto proprio anche dalla rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas.

Si parla spesso di “imperialismo russo” dove il concetto di imperialismo viene per lo più identificato come una propensione alla guerra e all’espansione militare. Quali siano i possibili confini di questo imperialismo non viene mai ben chiarito. In una versione minimale si rivolgerebbe solo a quegli Stati le cui popolazioni sono considerate storicamente intrecciate con il popolo russo, quindi Bielorussia e Ucraina. In una versione intermedia l’obbiettivo di Putin sarebbe di ricostituire l’Unione Sovietica, mentre una versione massimale vedrebbe la Russia come uno stato senza alcun confine se non quello imponibile con la forza e quindi sempre pronto ad invadere l’Europa fino al Portogallo.

L’uso di queste varianti non è in genere supportato da analisi razionali ma lasciato nell’indeterminatezza, il che consente di attivare un meccanismo di paura che è tanto più efficace in quanto diventa paura dell’ignoto, di qualcosa i cui comportamenti non si possono prevedere.

Tra i sostenitori della tesi di un “imperialismo russo” eterno ed eternamente espansionista si possono trovare le correnti ideologiche le più diverse che tendono ad attraversare i diversi campi politici. Una parte della destra è divisa tra una tendenza russofoba, radicata soprattutto nell’Europa centro-orientale, e un’altra che invece condivide il tradizionalismo ideologico del regime di Putin (utilizzato per altro spesso solo a fini manipolatori più che per reale convinzione). L’area centrale (Tusk- Von der Leyen – Macron) sembra soprattutto interessata ad alimentare la russofobia come opportunità per ridare credito al progetto europeo in crisi di legittimazione e ad utilizzare il riarmo come strumento per rilanciare l’economia tedesca ed in subordine europea.

Esistono anche correnti di sinistra, sia moderata che radicale che estrema, che portano argomentazioni analoghe. La capogruppo socialista al Parlamento europeo, Iratxe Garcìa, intervenendo nel dibattito sul libro bianco dell’UE in materia di difesa, ha parlato, a proposito della Russia, di “imperialismo paranoico”, un’altra formula che suppone un comportamento irrazionale, pertanto incomprensibile e per ciò stesso ancora più minaccioso. Il paranoico è colui si immagina di essere oggetto di persecuzione da altri. Nello stesso discorso la Iratxe Garcia, oltre a sostenere la politica di riarmo della Von der Leyen, ha proposto il sequestro, illegittimo, dei fondi russi presenti in alcune banche europee, nonché di “consentire l’uso delle nostre armi per colpire obbiettivi militari sul suolo russo”. Richieste che certo non inducono a rassicurare un presunto “paranoico”.

Le prossime settimane o mesi saranno caratterizzate da due processi opposti. Da un lato la possibilità di mettere fine alla guerra in Ucraina per la quale si potrebbero impegnare gli Usa (anche se per ragioni del tutto inserite nella versione trumpiana della logica imperialista), la Russia (se riterrà di approfittare del nuovo contesto per gli interessi propri) e l’Ucraina (convinta più con le cattive che con le buone ad accettare una soluzione più realistica del conflitto) contro l’establishment europeo che invece guarda con una preoccupazione a questa soluzione.

La fine del conflitto, anche se avverrebbe in un contesto di riaffermazione delle logiche di potenza e in buona parte nel disprezzo dei popoli interessanti da parte delle classi dominanti, sarebbe in ogni caso un fatto positivo. E una sconfitta meritata per la Von der Leyen.

Franco Ferrari

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