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La crisi del bipolarismo in Francia e Gran Bretagna

di Franco
Ferrari

Se c’è un elemento comune che caratterizza la situazione politica in Francia e in Gran Bretagna è la crisi radicale del bipolarismo, benché entrambi abbiano sistemi elettorali maggioritari che dovrebbero garantire la tanto agognata “stabilità”. Nel caso britannico si tratta di un maggioritario di collegio che ha permesso per un lungo periodo di consolidare il predominio di laburisti e conservatori e una loro tranquilla alternanza. In Francia, la quinta Repubblica gollista si è fondata su un maggioritario di collegio a doppio turno. Per un lungo periodo questo ha portato alla costituzione di un sistema politico bipolare, con una tendenza al bipartismo per il crescente predominio socialista a sinistra e la convergenza a destra di gollisti e liberal-liberisti. Ora tutto questo sembra essere andato a pezzi.

In Gran Bretagna le recenti elezioni amministrative, di cui scrive ampiamente in questo numero di Transform! Alessandro Scassellati, hanno segnato una pesante sconfitta del Partito laburista al governo e contemporaneamente un arretramento dei conservatori all’opposizione. Non si può facilmente trasferire il dato amministrativo alle prossime elezioni politiche nel 2029, ma qualche tendenza significativa emerge da questo voto. Chi ha provato a rielaborare il dato frammentario del voto locale ha registrato un significativo incremento del Reform UK, populista-sciovinista di estrema destra di Nigel Farage, che potrebbe installarsi come primo partito e principale forza di opposizione al governo laburista. Reform si è allargato sia in aree tradizionalmente laburiste, quelle economicamente in declino da tempo e mai risollevatesi, come in zone con una robusta tradizione conservatrice, tra cui l’Essex dell’attuale leader dei Tory.

Il voto sembra indicare un’ascesa dell’estrema destra ma anche una sorta di “tetto di cristallo” attorno al 30% che questa non sembra in grado di superare. Ma questo non è affatto una garanzia per il futuro. Una potenziale alleanza tra Reform e Partito Conservatore raccoglierebbe tra il 40 e il 45% dei voti e, se portasse ad un’intesa nella spartizione dei collegi o, in subordine, ad un accordo di governo dopo il voto, porterebbe al governo più a destra della storia della Gran Bretagna, almeno quella del dopoguerra, dopo il periodo della Thatcher. Reform è per altro una costola radicalizzata del thatcherismo che già riuscì a suo tempo a raccogliere settori di consenso popolare grazie ad una forma di narrazione populista indagata dal “gramsciano” Stuart Hall.

Dall’altro lato del sistema, la crisi della leadership di Starmer è stata veloce fino a innescare una vera e propria slavina elettorale. L’attuale primo ministro si era presentato come una possibile soluzione di compromesso tra il centro e la sinistra del partito. In brevissimo tempo però ha adottato come prioritaria una politica di austerità economica foriera di misure impopolari e ha strizzato l’occhio alla xenofobia dell’estrema destra. Un blairismo fuori tempo massimo, senza il carisma di Blair e in presenza della dissoluzione del blocco elettorale che lo aveva sostenuto.

Il Labour ha perso voti in quasi tutte le direzioni. Voto popolare “classico” verso il Reform, nuovo proletariato urbano e istruito verso i Verdi, elettorato periferico verso i partiti nazionalisti con un profilo di centro-sinistra. In questa occasione l’emorragia si è indirizzata soprattutto verso il Plaid Cymru in Galles, mentre non è riuscito a recuperare, come sperava, dallo Scottish National Party gli elettori persi in passato.

Stamer, nonostante cresca l’opposizione interna, non sembra intenzionato a lasciare e non è detto che il malcontento crescente riesca a coalizzarsi attorno ad un candidato credibile. Il primo ministro non ha molte carte da giocare per recuperare il consenso perduto. Se la nazionalizzazione della produzione di acciaio, oggi in mano ai cinesi, può essere considerata una proposta di sinistra, più incerto l’effetto del progettato riavvicinamento con l’Unione Europea. Sui problemi economici e sociali che toccano davvero la condizione di vita delle classi popolari e provocano le paure del ceto medio non sembra avere nessuna proposta risolutiva.

I Verdi, che si sono caratterizzati con un profilo che li colloca nettamente a sinistra dei laburisti, hanno raccolto parte degli effetti della loro crisi ma, per ora, solo in modo parziale e in alcune settori della società. Ad esempio a Londra e in altre aree urbane. Un profilo di partito più giovane ma che non ha ancora acquisito una vera dimensione nazionale tale da proiettarli come la forza dominante a sinistra al posto dei laburisti. Ha certamente approfittato della caccia alle streghe nei confronti della sinistra interna messa in campo da Starmer, benché una parte della coalizione che aveva sostenuto Corbyn sia rimasta all’interno del partito. Questa repressione interna ha cambiato la natura del Labour che è sempre stato fondamentalmente una sorta di “campo largo” ovvero, nel linguaggio britannico, una “broad Church”, nella quale convivevano il “Blue Labour”, una destra travestita da sinistra, settori social-liberali e socialdemocratici e correnti di estrema sinistra.

Difficile far previsioni ma se il Labour non riuscirà a recuperare un ruolo dominante nella parte sinistra del sistema politico e i Verdi non riusciranno a sostituirlo nella stessa funzione (come negli anni Venti il Labour sostituì i Liberali) le due soluzioni possibili saranno una sconfitta epocale per mano di una destra radicalizzata o la ricerca di una forma di coalizione preventiva. Ai tempi della Thatcher fu lo storico marxista (moderato) Eric Hobsbawm a proporre una versione britannica del “fronte popolare”. Questo avrebbe dovuto portare ad un accordo pre-elettorale tra laburisti e liberali. Una proposta che venne respinta dal Labour che temeva di perdere il proprio ruolo di asse fondamentale del bipartitismo. E fu soprattutto la sinistra interna ad essere contraria in quanto vedeva nella proposta di Hobsbawm una prospettiva interclassista, che avrebbe allontanato la possibilità di dare al classismo laburista anche una dimensione ideologica e programmatica socialista.

Ma ora il quadro è profondamente cambiato e non è affatto detto che si possa tornare in tempi brevi ad un’alternanza bipartitica. Se poi Reform e Conservatori decidessero di perseguire loro per primi la strada della coalizione elettorale, allora la campana suonerà anche per la sinistra britannica.

Se passiamo da questa parte del canale per guardare alla situazione francese vediamo che si registra un analogo processo di frammentazione. Pur nelle molte differenze di contesto c’è un dato comune: il fallimento delle nuove operazioni centriste. Quella di Starmer da un lato, dentro la difesa del tradizionale bipartitismo, quella di Macron dall’altro, cercando di rompere invece lo schema bipolare. Al di là delle forme politiche che l’operazione ha assunto, molti elementi paradigmatici sono comuni. Si prospettava un nuovo centro tecnocratico che prometteva i benefici del capitalismo globalizzato e finanziario con annessa rivoluzione tecnologica. I benefici non si sono visti mentre si è riproposta una nuova stagione di austerità con elementi non indifferenti di restrizione degli spazi democratici.

In Francia la scadenza politica decisiva, le presidenziali dell’anno prossimo, è più ravvicinata ma il quadro è anche qui piuttosto complicato, anche se il ruolo del Presidente della Repubblica come dominus del sistema impone la vittoria dell’una o dell’altra opzione. In Gran Bretagna non si può escludere invece un parlamento “appeso”, senza maggioranza.

Chi saranno i contendenti del prossimo anno? Per ora è certo Melenchon che ha annunciato nelle tv (private) la sua candidatura. Nulla di imprevisto anche se forse ha accelerato i tempi per approfittare dello stato confusionale e delle divisioni che attraversano il resto della sinistra. In Francia la sostituzione di una formazione della sinistra radicale alla socialdemocrazia come principale forza della sinistra è una possibilità ma non ancora una certezza.

La strategia di Melenchon è abile ma il risultato finale per nulla scontato. La campagna elettorale per il primo turno deve affermarlo come l’unico candidato di sinistra in grado di andare al ballottaggio e quindi la contrapposizione più forte è con gli altri candidati della sinistra. I sondaggi danno attualmente al leader della France Insoumise attorno al 12-13%, un dato simile a quello attribuito a Raphael Glucksmann che invece vuole rappresentare una socialdemocrazia orientata al centro. I comunisti si avvicinano al loro congresso che probabilmente rilancerà la candidatura autonoma del segretario Fabien Roussel. Restano poi ecologisti e i socialisti, più qualche candidato indipendente (Ruffin e Autain) che dovrebbero risolvere la contrapposizione con delle primarie che sembrano sempre meno praticabili.

Il vantaggio di Melenchon consiste nel fatto di avere, come ripete la sua propaganda, “una squadra, un programma e un candidato” e anche di aver costruito una base fortemente mobilitata e motivata. La sua scommessa è duplice, assorbire i voti potenziali degli altri candidati di sinistra affermandosi come l’unico che è in grado di andare al secondo turno e mobilitare la base per conquistare gli astenuti nelle aree di forza della France Insoumise per battere l’estrema destra.

Questa strategia ha alcuni punti deboli, in particolare la diffusa convinzione che al ballottaggio con l’estrema destra Melenchon perderebbe nettamente. Nelle elezioni del 2022 si dava per scontato che al ballottaggio lo scontro sarebbe stato con Macron e quindi il ruolo dello sfidante andava tolto alla Le Pen o a un gollista impopolare. È possibile che questa volta l’elettore di sinistra si ponga come prioritario l’obbiettivo di fermare l’estrema destra e quindi di votare al primo turno con lo sguardo già rivolto al secondo.

Gli altri elementi di incertezza riguardano il nome del candidato dell’estrema destra. Anche se i sondaggi danno lo stesso consenso a Marine Le Pen e Jordan Bardella, i due non si presentano con lo stesso profilo. La prima ha sempre curato la sua appartenenza al “popolo”, il secondo ha appena ufficializzato con un servizio fotografico su Paris Match (presuntamente rubato in realtà accuratamente sceneggiato) il suo fidanzamento con Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie.

In ogni caso viene dato per certo che al secondo turno l’estrema destra ci sarà. Tutto l’arco politico che va dai Repubblicani (un tempo gollisti) alla macronia non ha ancora trovato una candidatura comune. I sondaggi, per quello che valgono, danno in prima fila l’ex primo ministro, ex Repubblicano, Eduard Philippe. Una parte importante del capitalismo francese è già pronto a salire sul carro dell’estrema destra, ma non si può escludere che, per non correre rischi, si punti su un solo candidato al fine di tagliare la strada a Melenchon per il ballottaggio.

Anche nel caso francese fare previsioni è un compito arduo, ma dal confronto tra Gran Bretagna e Francia si possono trarre alcune provvisorie indicazioni. Il bipolarismo dell’alternanza morbida è in crisi, di fronte alle contraddizioni e alla crisi di egemonia del capitalismo neoliberista. Si è quindi aperto un processo di polarizzazione (dal quale Sanchez ha tratto la necessità della “controffensiva progressista”) di cui al momento beneficia soprattutto la destra. A sinistra per ora si registrano alcuni tentativi di riposizionamento e di risposta strategica di cui si ritrovano elementi sia in Sanchez (versione socialdemocratica), sia in Melenchon (populismo di sinistra), sia nei Verdi britannici (eco-populismo). Per tutti e tre il problema è come costruire attorno a sé uno schieramento ampio e maggioritario ovvero come animare una qualche forma di “fronte popolare” che unisca l’argine all’estrema destra (l’antifascismo) con la capacità offensiva di riconquistare settori importanti di classi popolari appoggiandosi su un programma di cambiamento che apra quanto meno alla fuoriuscita dal paradigma neoliberista e dall’intreccio perverso tra autoritarismo e guerre.

Franco Ferrari

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