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Il referendum sulla giustizia visto dall’estero

Riprendiamo da ilmitte.com una rassegna dei commenti della stampa estera al referendum –

Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, gli italiani sono stati chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale che avrebbe modificato radicalmente il rapporto fra i poteri dello Stato. Il 54% dei votanti ha detto no. L’affluenza si è attestata al 59%, un dato che ha colto di sorpresa quasi tutti gli osservatori, superiore a quello delle elezioni europee del 2024 e inferiore di soli cinque punti alle politiche del 2022. La riforma era già stata approvata dal Parlamento con la sola maggioranza assoluta, insufficiente per le modifiche costituzionali, che richiedono i due terzi, e per questo era finita al voto popolare. Giorgia Meloni ha riconosciuto la sconfitta in un video sui social, dichiarando che il risultato sarà rispettato e che il governo proseguirà il suo mandato. Le dimissioni, come aveva già anticipato prima del voto, sono state escluse. Che cosa se ne dice all’estero? Indipendentemente dallo schieramento delle singole testate, praticamente tutti gli osservatori internazionali concordano su un punto: questo è un voto politico e costituisce la prima grande battuta d’arresto per il governo Meloni.

Una sconfitta che ridisegna gli equilibri del consenso: il referendum sulla giustizia è un voto sul governo Meloni

La stampa tedesca è tra le più analitiche nel leggere le conseguenze politiche del risultato. Il Tagesspiegel segnala che i sondaggi di fine 2025 davano il fronte del sì al 60%, un vantaggio che nelle ultime settimane si è progressivamente eroso. Secondo Andrea de Petris, direttore scientifico del Centro Politiche Europee di Roma citato dal quotidiano tedesco, gli oppositori della riforma sono stati più efficaci nel mobilitare l’elettorato, compresi gli astenuti insoddisfatti di tutti i partiti. Il referendum, scrive il Tagesspiegel, è stato percepito dagli italiani come un voto su Meloni e sul suo governo, non su un tecnicismo costituzionale. Il professor Nicola Lupo, costituzionalista della Luiss, sempre interpellato nello stesso articolo, aggiunge che la sconfitta potrebbe destabilizzare l’equilibrio della coalizione e avere ricadute sulla data delle prossime elezioni e sulla riforma elettorale in programma.
Il noto quotidiano di sinistra Taz, con un editoriale firmato da Michael Braun, sottolinea come il risultato sia stato alimentato anche da dichiarazioni imprudenti della stessa maggioranza: il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Nordio aveva pubblicamente affermato che un sì avrebbe servito a “togliere di mezzo la magistratura”, frase che ha dato benzina alla campagna del no. Braun scrive che il voto è stato letto dagli osservatori come un giudizio sul governo nel suo complesso, e che Meloni “inizia i suoi prossimi 18 mesi in carica fortemente indebolita”. Sulla FAZ, Matthias Rüb è più netto: parte dal titolo, dicendo che “gli italiani danno una lezione a Meloni” e definisce la riforma “complessa e incoerente”, osservando che non avrebbe risolto i problemi strutturali della giustizia italiana, dalle lungaggini processuali alle carceri sovraffollate. Il 54% del no contro il 46% del sì rappresenta, a suo avviso, anche un trionfo personale di Elly Schlein su Meloni, perché i partiti di opposizione sono riusciti a mobilitare le proprie basi meglio di quanto abbia fatto Fratelli d’Italia nelle sue roccaforti.
Rüb avanza un’ipotesi di lettura strutturale: molti segnali indicano che il referendum fallito “segna l’apice del potere di Meloni” e quindi uno zenith dopo il quale si può configurare solo una parabola discendente. A Roma, sostiene Rüb, circola già l’idea che la premier e la sua coalizione possano preferire elezioni anticipate, per spendere il loro ancora solido capitale politico prima che si eroda nel corso di un altro anno e mezzo. Va detto che quella delle elezioni anticipate è un’ipotesi che è stata, fino a questo momento, completamente smentita dalla destra italiana.

Troppi amici discutibili all’estero, pochi in patria?

Più di una testata straniera colloca la sconfitta all’interno di un quadro geopolitico che avrebbe pesato sulla campagna. La BBC, nell’editoriale di Sarah Rainsford, ricorda che Meloni è alleata stretta di Donald Trump, ma che il presidente americano “è sempre più impopolare in Italia”. Con l’economia già stagnante, molti italiani guarderebbero con preoccupazione all’impatto della guerra in Iran sui costi energetici. Rainsford cita anche Matteo Renzi, che ha perso un referendum costituzionale nel 2016 e si è dimesso: stavolta, ha commentato l’ex Presidente del Consiglio, il governo ha “perso il suo tocco magico” e deve imparare ad ascoltare i cittadini.
Su Politico, Hannah Roberts va più a fondo sullo stesso punto. La guerra in Iran e l’impopolarità di Trump in Italia hanno reso le tempistiche del voto particolarmente scomode per Meloni, che soffrirebbe dell’impopolarità riflessa del suo alleato principale. Il New York Times, con Motoko Rich, aggiunge un dettaglio che complica ulteriormente il mese della premier: la rivelazione che il suo governo non era stato preavvertito degli attacchi americano-israeliani contro l’Iran. Nonostante i rapporti con Washington, scrive il giornale americano, Meloni non fa parte della cerchia ristretta degli alleati di Trump. La riforma bocciata si inserisce quindi in una congiuntura già difficile, fatta di pressioni sui prezzi dell’energia e di un posizionamento internazionale che mostra crepe.
Le Monde, nella corrispondenza da Roma di Allan Kaval, aggiunge un ulteriore elemento: nei giorni precedenti il voto erano emersi dettagli su legami personali e d’affari tra Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla giustizia, e ambienti della ‘ndrangheta calabrese. Una rivelazione che ha ulteriormente compromesso l’immagine del governo nei giorni cruciali della campagna. Kaval legge il risultato come l’apertura di “un nuovo capitolo” nella legislatura, fin qui caratterizzata da una stabilità eccezionale per gli standard italiani.

Un voto politico secondo i media europei

La testata spagnola El Diario, con l’editoriale del corrispondente da Roma Joan Mas Autonell, riporta alcune voci raccolte ai seggi. Un anziano elettore del quartiere Pigneto ha dichiarato di non aver capito la riforma e di aver votato no come “referendum politico”; un altro ha detto di aver votato no per timore di un “trasferimento eccessivo di poteri al governo”. Giorgia Bulli, professoressa di scienze politiche all’Università di Firenze, afferma che “la fiducia tra la premier e il suo elettorato ha un limite, e questo limite è la Costituzione“, aggiungendo che gli italiani “prestano molta attenzione quando si tratta di modificare norme costituzionali”.
Il politologo Matteo Giardiello della Sapienza, citato nell’editoriale, descrive la situazione del governo come “instabile”, e non esclude dimissioni di alti funzionari, a partire dal ministro Nordio. Politico, nel già citato editoriale di Roberts, sottolinea come la sconfitta al referendum sia destinata ad avere un peso politico potenzialmente dirompente. L’opposizione, sostiene Roberts, ha già “sentito l’odore del sangue” e intuisce che la premier, fino a poco tempo fa in ascesa, possa ora essere sconfitta nelle elezioni previste per il prossimo anno.
La testata europea menziona anche Elly Schlein, la quale ha detto di essere certa che l’opposizione batterà Meloni alle prossime politiche, leggendo nell’alta affluenza un segnale di partecipazione democratica che “manda un messaggio politico chiaro”, e Giuseppe Conte, che ha parlato di “nuova stagione politica”. Per Der Spiegel, la sconfitta di Meloni è “spettacolare” già nel titolo: “la prima sconfitta di Meloni è subito una batosta clamorosa”, associata alla domanda esplicita se la leader abbia perso il suo istinto politico.
Sullo sfondo del voto, diversi giornali segnalano che la riforma della giustizia era solo il primo di una serie di cantieri costituzionali aperti dal governo: avrebbe fatto seguito il cosiddetto premierato, ovvero l’elezione diretta del presidente del Consiglio, e la riforma della legge elettorale. Da più parti arriva il suggerimento che le riforme costituzionali del governo Meloni si muovessero nella stessa direzione di quelle attuate da Viktor Orbán in Ungheria. Il Tagesspiegel cita de Petris, secondo cui Meloni intenderebbe “modellare il sistema politico su se stessa come persona”, con riforme che andrebbero probabilmente a vantaggio dell’attuale maggioranza. La sconfitta, sempre secondo de Petris, rende improbabile che questi progetti vengano portati avanti prima della fine della legislatura. Il paragone con l’Ungheria si ritrova anche nell’editoriale di El Diario, che cita Riccardo Magi, deputato e leader del partito di opposizione +Europa, secondo cui “Meloni ha meritato di perdere per la sua deriva orbaniana, e ora bisogna porre un freno alla legge elettorale”. La FAZ offre una lettura più sfumata: Meloni, scrive Rüb, è una “pragmatica radicale” e probabilmente ha capito che avrebbe fatto meglio a costruire la riforma giudiziaria con il consenso dell’opposizione, ottenendo in Parlamento i due terzi necessari e rendendo superfluo il referendum. La stessa strategia collaborativa che le ha garantito il successo in politica estera, afferma l’editorialista, è rimasta assente dalla politica interna, dove ha invece alimentato lo scontro. Il professor Lupo della Luiss, citato dal Tagesspiegel, ritiene che gli elettori abbiano “lanciato un segnale” inequivocabile: l’Italia non vuole diventare una seconda Ungheria.

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