intersezioni femministe

“Il ragazzo dalla kefiah arancione” di Alae Al Said. Quando la scrittura di una donna diventa un atto politico e di liberazione

di P. Guazzo,
N. Pirotta

“Sii luce di speranza per il mio popolo” è questa la dedica che Alae Al Said scrive sulla prima pagina del suo bellissimo libro a chi, durante le presentazioni, ne acquista una copia.
“Il ragazzo con la kefiah arancione” è davvero un romanzo bellissimo.
Ambientato a Al Khalil, o Hebron,  in Cisgiordania tra il 1961 e gli anni Novanta ha per protagonista Loai Qasrawi.
Nel 1994 un Loai adulto, titolare della fabbrica di famiglia delle kefiah, viene intervistato da un giornalista americano arrivato in Cisgiordania per conoscere meglio come si producono le kefiah e perché siano diventate uno dei simboli della lotta di un popolo,
Durante l’intervista sorge improvvisa una domanda che fa rinascere in Loai i ricordi di un tempo passato e soprattutto quelli legati ad una kefiah arancione.

1961. Loai è un ragazzino timido e studioso purtroppo vittima di bullismo a scuola a causa dei suoi capelli arancioni. Il padre, molto impegnato nella fabbrica di kefiah e spesso assente, non riesce a comprendere e a proteggerlo, la madre e il fratello avvertono che qualcosa non va ma non sanno trovare il modo per aiutarlo e sostenerlo. L’incontro casuale con Ahmad un ragazzo poverissimo e dalla vita grama  ma sicuro di sé, segna l’inizio non solo di un’amicizia profonda ma anche di un percorso accettazione di sé e di condivisione di sogni di riscatto.
Sogni che purtroppo naufragheranno dentro la violenza e la prepotenza che si abbattono su di loro e su tutto il popolo palestinese nel 1967 durante la guerra dei 6 giorni.
La storia si snoda poi in un susseguirsi di vicende tragiche ed eventi felici, sempre all’interno di un contesto storico e sociale drammatico, con un finale che, nella sua crudezza, riesce a stupire e commuovere.
Il romanzo è una storia di amicizia, tradimento, resistenza, perdono, in una terra segnata dalla violenza colonialista nella quale le vicende private dei protagonisti non possono che intrecciarsi alle vicende di un popolo. Un popolo capace di resistere mostrando la forza necessaria a rivendicare tenacemente il diritto alla propria terra.
Come scrive l’autrice, Loai, così come tutte le palestinesi e i palestinesi,“presto avrebbe capito che la vita va avanti perché è più forte della Storia. La vita si adatta alla Storia così come i corsi d’acqua si adattano ai diversi ambienti che devono percorrere. È un fiume che, non importa dove e come, deve scorrere.»
Dentro tutto ciò la kefiah arancione non è solo un capo di abbigliamento ma diventa un simbolo di identità, appartenenza e rappresentazione  della memoria storica e della lotta del popolo palestinese.
Nel romanzo, il colore arancione simboleggia il sole, la vita e il coraggio di esistere, mentre il tessuto stesso richiama la lotta di resistenza,l’agricoltura e l’identità nazionale palestinese. La kefiah, nel romanzo di Al Said , si trasforma da oggetto quotidiano a strumento narrativo capace di legare bullismo, amicizia e lotta per la libertà : anche per questo il romanzo è un atto politico e intimo insieme, un ponte tra memoria e presente.
Alae Al Said nasce a Roma nel 1991 da genitori palestinesi che, come lei stessa racconta, hanno saputo trasmetterle il profondo amore della loro terra : “La prima volta che ho visto la Palestina è stata dentro gli occhi di mia madre. Ho riconosciuto l’odore della mia terra nelle sue lacrime salate”.
Cresce accompagnata da questo amore insieme ad un forte senso di giustizia.
Si laurea in Scienze internazionali all’Università degli Studi di Milano e, nel 2019 pubblica Sabun, il suo primo romanzo (Zambon). Attualmente sta proseguendo gli studi in Relazioni internazionali.
Ama raccontare la sua vita tra due lotte, quella per la liberazione della Palestina e quella della sua affermazione come donna musulmana in un paese ostaggio di tanti stupidi stereotipi.
Fin da bambina ha amato scrivere, tanto che, oggi, per Alae Al Said, la scrittura diviene un atto di autodeterminazione e libertà.
Una donna consapevole di sé, volitiva, orgogliosa della storia di un popolo che, benché violentato e costretto a subire un’illegittima occupazione coloniale, lotta per riprendere la propria terra perché, come scrisse Ghassan Kanafani, giornalista e attivista palestinese, “lì ho un albero, una nuvola, una radice solida impossibile da sradicare”.

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

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