Traduzione italiana dell’articolo Class Dealignment Has Devastated the Italian Left uscito su Jacobin Magazine il 31 dicembre 2024, a firma di Jacopo Custodi. –
“Difendiamo i lavoratori meglio della sinistra al caviale!”. Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali di novembre in Emilia-Romagna e Umbria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato il legame del suo partito con la gente comune. Ha affermato che la sua coalizione è “radicata nel cuore della società, lontana dai salotti VIP e dalle lobby della sinistra radical-chic”. Secondo Meloni, mentre i talk show televisivi potrebbero far credere che la cosiddetta “sinistra dei salotti” sia influente, in realtà chiunque visiti un mercato rionale può vedere con i propri occhi come “il popolo” sostenga il suo governo.
Questa retorica non è nuova: i politici dell’estrema destra italiana l’hanno spesso utilizzata nella loro guerra culturale contro la sinistra. Si presentano come i difensori di un presunto popolo lavoratore e tradizionalista, in contrapposizione a un’élite rinchiusa nelle sue torri d’avorio progressiste. In questa narrazione, l’élite include tutto lo spettro della sinistra, dal moderato Partito Democratico fino agli attivisti dell’estrema sinistra e ai centri sociali occupati. Così, la destra italiana ha sviluppato un proprio linguaggio della politica di classe, definendola non in base ai rapporti sociali di produzione, ma in base alle preferenze culturali. Espressioni come “sinistra al caviale”, “sinistra dei salotti”, “sinistra ZTL” (in riferimento ai costosi centri storici dove sono in vigore le Zone a Traffico Limitato), “comunisti con il Rolex” e “sinistra radical-chic” sono ampiamente diffuse nella retorica dell’estrema destra, da Meloni al leader della Lega Matteo Salvini. Questi termini hanno accompagnato la loro ascesa al potere al punto da entrare ormai nel linguaggio quotidiano degli italiani.
Si tratta, senza dubbio, di propaganda. È una narrazione premeditata ed efficace, costruita dalla destra per apparire fresca e attraente, adottando gli usi, il linguaggio e i riferimenti culturali della quotidianità italiana per dare l’impressione di essere “uno di loro”. Questa narrativa, però, è in netto contrasto con la realtà: in primo luogo, l’attuale governo gode di ottimi rapporti con l’élite capitalista italiana (e con quelle straniere, come dimostrano le ottime relazioni di Meloni con Elon Musk). In secondo luogo, sotto il governo Meloni, le condizioni materiali della classe lavoratrice italiana hanno continuato a peggiorare, così come la qualità dei servizi pubblici da cui essa dipende, come il trasporto pubblico e il sistema sanitario.
Eppure, come spesso accade con le narrazioni politiche, per quanto possano sfruttare, distorcere o alterare i fatti, affondano comunque le loro radici nella realtà. Se si spoglia questa propaganda di destra da tutta la sua ipocrisia e da tutte le sue distorsioni, emerge un dato reale: il disallineamento di classe. In parole semplici, questo fenomeno descrive la crescente tendenza della classe lavoratrice ad allontanarsi da un allineamento politico con la sinistra, nonostante il suo ruolo storico di rappresentanza politica di questa classe. Se la destra è riuscita negli anni a sviluppare una sua identificazione di classe basata sulle preferenze culturali, è proprio perché la tradizionale politica di classe della sinistra è progressivamente scomparsa.
Questo problema ha attirato un’attenzione crescente e un acceso dibattito all’interno della sinistra di vari paesi, dalla Francia agli Stati Uniti. Ha acquisito nuova rilevanza durante le recenti elezioni americane, in cui Donald Trump ha ulteriormente ampliato il suo sostegno tra gli elettori a basso reddito. Come ha osservato Jared Abbott su Jacobin Magazine, il disallineamento di classe rappresenta per la sinistra “la sfida politica decisiva del nostro tempo.” Anche in Italia si tratta di una questione cruciale: negli ultimi decenni, la sinistra si è progressivamente allontanata dalla sua storica base elettorale popolare e operaia, lasciando un elettorato disorientato che la destra è riuscita in parte a conquistare.
Tuttavia, questo problema tende a ricevere poca attenzione nel mondo militante di sinistra in Italia. Alcuni tendono a negare questa realtà concentrandosi su segmenti minori della classe lavoratrice che rimangono orientati a sinistra — come i lavoratori precari della conoscenza, di cui parleremo tra poco — oppure enfatizzando casi specifici di sinergia tra la sinistra militante e operai radicalizzati. Sebbene questi esempi, come il caso dell’ex fabbrica GKN, siano esperienze importanti e preziose, esse difficilmente riflettono il quadro nazionale nel suo complesso.
Altri, pur non negando apertamente il disallineamento di classe, evitano comunque di confrontarsi con il problema, in modo più o meno consapevole. Probabilmente ciò avviene perché la disconnessione della sinistra dalla classe lavoratrice è diventata un cavallo di battaglia della destra, che è riuscita ad appropriarsene e a definirne il modo in cui se ne parla. Non è un caso che, mentre l’espressione stessa “disallineamento di classe” non abbia un equivalente consolidato nella lingua italiana, vi è, come abbiamo visto, grande abbondanza di espressioni dal retrogusto di destra per descrivere questo fenomeno. Questo potrebbe aver alimentato nella sinistra una crescente riluttanza a occuparsi del tema, poiché esso è ormai carico di riferimenti e parole imposti dalla destra.
Non sorprende, quindi, che alcune figure con una traiettoria di sinistra siano gradualmente slittate verso destra proprio interiorizzando questa specifica e onnipresente narrazione di destra. Un esempio emblematico è Marco Rizzo, ex leader del piccolo Partito Comunista (uno dei tanti che rivendicano questo nome), oggi alleato di piccoli gruppi di estrema destra e di figure ultraconservatrici cattoliche, in nome di una presunta ostilità popolare verso l’élite progressista.
La sinistra ha ragione a non cadere nella narrazione distorta della destra sul disallineamento di classe e a prendere le distanze da chi, come Rizzo, vi si è lasciato trascinare. Tuttavia, questo non dovrebbe portare ad ignorare il problema solo perché è diventato popolare con un linguaggio di destra. Ancora peggio, non dovrebbe portare a un auto-consolatorio diniego del problema, basandosi su controesempi virtuosi ma poco rappresentativi del quadro complessivo.
In altre parole, se da un lato è importante evitare di cadere nella trappola della narrativa imposta dalla destra, dall’altro la sinistra italiana non può permettersi di negare o ignorare il problema. Il disallineamento di classe è una questione reale, che impone una urgente riflessione strategica da parte di chi, a sinistra, vuole costruire consenso tra le classi lavoratrici.
Il voto invisibile
Un elemento chiave di questa storia, che la destra sceglie consapevolmente di dimenticare, è che i voti persi a sinistra tra la classe lavoratrice non si spostano necessariamente a destra; più spesso finiscono nell’astensione. Ad esempio, alle elezioni politiche italiane del 2022, il 49,4% degli individui con uno status economico “basso” (1 su una scala da 1 a 5) non ha votato o ha rifiutato di fare una scelta (scheda bianca), rispetto al solo 27,5% tra coloro con uno status economico “alto” (5 sulla stessa scala). Alle elezioni europee del 2024 in Italia, l’astensione tra le persone con status economico basso ha raggiunto la cifra record e impressionante del 75,7%. Piuttosto che abbandonare la “sinistra elitaria e woke” per sostenere la “destra concreta e vicina al popolo”, come suggerisce la narrazione della destra, i lavoratori a basso reddito hanno semplicemente, e drammaticamente, abbandonato la politica tout court.
Uno dei grandi punti di forza della politica di classe della sinistra novecentesca era la sua capacità di dare forza ai lavoratori, alimentando una prospettiva collettiva orientata al futuro. Questo era possibile grazie alla sua capacità di conquistare riforme e diritti che miglioravano concretamente la vita dei lavoratori, e alla costruzione di associazioni e organizzazioni plasmate dall’esperienza e dalla visione del mondo della classe operaia. Sebbene la sinistra abbia in gran parte perso questa capacità, la destra non è riuscita a replicarla, né sembra avere alcun interesse a farlo.
Come accennato in precedenza, nel novembre 2024 si sono tenute le elezioni regionali in Emilia-Romagna, storicamente una roccaforte della sinistra, e in Umbria, regione già governata dalla destra. In entrambi i casi, i candidati sostenuti da Giorgia Meloni sono stati sconfitti, smentendo le sue affermazioni di una crescente ondata di consenso popolare per il governo. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è l’affluenza alle urne: 46,4% in Emilia-Romagna e 52,3% in Umbria. Si tratta di un calo rispettivamente del 21,3% e del 12,4% rispetto alle precedenti elezioni nelle due regioni. Questo è avvenuto nonostante l’introduzione del voto su due giorni, una misura che generalmente tende ad aumentare la partecipazione elettorale. Sebbene non siano disponibili dati specifici sulla composizione demografica degli astenuti, non è difficile immaginare quale parte della popolazione abbia scelto di restare a casa.
Una sinistra per gli istruiti?
Quando si parla di disallineamento di classe, è fondamentale considerare un ulteriore fattore cruciale: il livello di istruzione e il capitale culturale specifico che esso conferisce. L’istruzione è infatti diventata un predittore chiave del comportamento elettorale, con livelli elevati di scolarizzazione sempre più associati a preferenze di sinistra in molte elezioni europee. L’economista francese Thomas Piketty ha persino coniato il termine “sinistra bramina” per descrivere una sinistra che fa sempre più affidamento su individui altamente istruiti e culturalmente elitari. Tuttavia, l’istruzione non è necessariamente un buon indicatore del reddito o della classe sociale, e equipararli può portare a conclusioni fuorvianti. I sistemi di stratificazione contemporanei mostrano infatti correlazioni più deboli tra le diverse gerarchie sociali, il che significa che un alto status culturale non coincide necessariamente con la ricchezza economica — e viceversa.
Questo fenomeno è emerso chiaramente nel primo turno delle elezioni francesi del 2024. Tra le persone a basso reddito (con guadagni inferiori a 1.250 euro al mese), il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen ha ottenuto un leggero vantaggio sul Nouveau Front Populaire (NFP) di sinistra, ma con un margine ristretto: 38% per RN contro il 35% per NFP. Entrambi hanno comunque ottenuto risultati migliori tra i lavoratori a basso reddito rispetto al dato generale dell’elettorato (34% per RN, 28,1% per NFP). Tuttavia, se si guarda al livello di istruzione, il divario diventa molto netto: tra coloro che non hanno conseguito il diploma di scuola secondaria (baccalauréat), il supporto per il RN è salito al 49%, mentre quello per il NFP è crollato al 17%. Al contrario, tra i laureati (bac+3), il NFP ha conquistato il 37% dei voti, con un vantaggio di 15 punti sia su RN che su Ensemble di Emmanuel Macron, entrambi fermi al 22%.
In Italia, alle elezioni europee del giugno 2024 i partiti di destra hanno complessivamente superato quelli di centro e di sinistra (incluso il M5S) tra gli elettori a basso reddito, anche se di poco. Tra i votanti nella fascia economica più bassa, il blocco di destra ha ottenuto il 48% dei voti contro il 47% della sinistra. Solo nella fascia medio-bassa la destra ha goduto di un vantaggio più marcato: 52% contro il 42% della sinistra. Tuttavia, il divario diventa molto più ampio quando si analizza l’istruzione. Tra coloro che non hanno completato la scuola secondaria, la destra ha prevalso con un margine del 59% contro il 37%. Al contrario, tra i laureati, la sinistra ha dominato con il 61% dei voti, contro il 34% delle forze di destra.
Ciò che emerge, dunque, non è solo il declino della capacità della sinistra di attrarre elettori della classe lavoratrice, ma, ancor più significativamente, una crescente frattura nelle preferenze elettorali all’interno del mondo del lavoro, lungo la linea dell’istruzione. I lavoratori manuali e poco qualificati tendono sempre più verso l’astensione o verso i partiti di destra, mentre i lavoratori della conoscenza sostengono in larga misura la sinistra.
Questa dinamica è strettamente legata anche all’attivismo e alla selezione dei candidati nelle elezioni. Oggi, tra i militanti della sinistra, si registra una presenza sproporzionata di individui con un alto livello di istruzione (seppur in mobilità discendente), rispetto alla loro effettiva rappresentanza nella classe lavoratrice. Lo stesso fenomeno è evidente tra i candidati, con i laureati che dominano ampiamente i partiti della sinistra contemporanea. Ad esempio, sulla base delle mie stime ricavate dai curriculum di tutti i candidati di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) alle elezioni europee del 2024, l’80,6% possiede una laurea magistrale o equivalente (cinque anni di istruzione universitaria), mentre solo il 14% della popolazione adulta italiana nel suo complesso ha raggiunto questo livello di istruzione — una percentuale che probabilmente scenderebbe ancora di più se si considerasse solo la classe lavoratrice. Questo divario evidenzia chiaramente un grave problema di rappresentanza dell’elettorato popolare che la sinistra vorrebbe coinvolgere. Non a caso, alle europee AVS ha ottenuto l’11% tra i laureati, ma solo il 3% tra coloro privi di un diploma di scuola secondaria. È evidente che le candidature della sinistra dovrebbero rappresentare la classe lavoratrice in tutta la sua diversità, non solo la sua componente più istruita.
Universalismo, progressismo, senso comune
Il livello di istruzione complica quindi le riflessioni strategiche legate al disallineamento di classe. La sfida non è solo costruire una politica di sinistra capace di connettersi con la classe lavoratrice, ma anche fare in modo che risuoni tra i suoi membri più diversi, a prescindere dal loro livello di istruzione. Ciò richiede di concentrarsi su temi condivisi dalla più ampia popolazione lavorativa — nonostante la varietà di esperienze di vita modellate dai diversi livelli di istruzione — come la precarietà lavorativa, l’aumento dei prezzi degli affitti, il declino dei servizi pubblici e della sanità, i salari che non tengono il passo con l’inflazione.
Sebbene l’era del populismo di sinistra in Europa sembri essere tramontata, una lezione fondamentale di quella fase resta valida: gran parte del suo successo elettorale derivava dalla capacità di creare un’identità comune attorno a obiettivi progressisti chiari e condivisi, che trascendevano le inevitabili differenze tra le persone. Indipendentemente dal tipo di politiche sbandierate — incluse quelle indirizzate a specifiche minoranze — appare cruciale inquadrarle all’interno di una prospettiva unificante e universalista, cioè come proposte che contribuiscono al miglioramento dell’intera società. Questo significa promuovere un senso di identificazione condivisa che superi le differenze particolari, pur senza negarle.
Per elaborare un messaggio che risuoni con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente dal livello di istruzione, sembra essenziale usare un linguaggio e un modo di inquadrare i temi che attinga al senso comune e che sia accessibile a tutti. Se un progetto di sinistra si basa eccessivamente su concetti teorici, su registri linguistici complessi e su codici comportamentali molto formalizzati, allora raggiungerà solo coloro che hanno familiarità con questo vocabolario e queste consuetudini.
Questo crea una barriera per le persone che non possiedono il capitale culturale necessario per muoversi attraverso questi codici comportamentali e queste convenzioni culturali specializzate. Ovviamente, ciò non significa che dovremmo smettere di produrre riflessioni politiche profonde o analisi complesse, ma indica semplicemente l’ovvio: il linguaggio e il registro culturale dovrebbero sempre adattarsi al contesto collettivo e al pubblico di riferimento. Una conferenza accademica non è un comizio politico, e viceversa.
Questa discussione su linguaggio, estetica e simboli evidenzia anche l’importanza, per la sinistra, di attingere a riferimenti culturali radicati a livello nazionale — ciò che Antonio Gramsci chiamava il “nazionale-popolare” — in chiave progressista. Questo compito non è certo semplice, dato che negli ultimi anni la destra italiana ha dimostrato grande abilità nell’appropriarsi dell’identità nazionale e del senso di appartenenza al paese, impregnandoli dei propri valori tradizionalisti, xenofobi ed escludenti. Tuttavia, per quanto sia una sfida complessa, rimane un obiettivo strategico fondamentale, poiché le classi popolari, in particolare quelle con livelli di istruzione più bassi, tendono a essere più “nazionalizzate” nel loro processo di socializzazione culturale. Ciò significa che sono più sensibili ai simboli, ai codici culturali e ai riferimenti del paese rispetto agli individui con livelli di istruzione più elevati, i quali tendono invece ad essere più cosmopoliti in termini di riferimenti e preferenze culturali.
Il disallineamento di classe è quindi un problema che va affrontato con determinazione, prestando particolare attenzione alla sfida posta dal capitale culturale in seno al mondo del lavoro. Esistono, tuttavia, motivi di speranza: in Europa ci sono eccezioni a questa tendenza al disallineamento, sia tra i partiti di centro-sinistra tradizionali sia tra le forze più radicali, da cui la sinistra italiana può trarre insegnamenti. Per esempio, in Spagna il centro-sinistra ottiene maggiore sostegno tra le fasce di reddito più basse, senza che il Partito Socialista Operaio Spagnolo al governo sia una forza culturalmente conservatrice. Lo stesso vale per la stella nascente della sinistra radicale europea, il Partito del Lavoro del Belgio, il cui consenso cresce nelle aree a basso reddito e cala in quelle più benestanti.
La sinistra ha un bisogno urgente di strategie per comunicare in modo più efficace con l’intera classe lavoratrice e per rappresentarne tutti i segmenti del mondo del lavoro. Questo obiettivo deve essere raggiunto senza cedere alla narrazione della destra, che costruisce una falsa dicotomia tra il popolo conservatore e i progressisti privilegiati. Sebbene sia una sfida complessa, è una battaglia essenziale. Solo così sarà possibile arginare il disallineamento di classe e riavvicinare gli elettori della classe lavoratrice, sottraendoli all’astensionismo o ai richiami della destra.
