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I missili che non c’erano (cosa sta succedendo in Iran?)

di Camilla
Costantini

Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Il presidente Donald Trump ha giustificato il suo attacco definendolo un attacco preventivo. Le nostre pagine social sono intasate da video di influencer a Dubai che, stressate dalla situazione, vanno a farsi la quinta manicure del mese, da video di iraniani felici che ballano sulle note del discorso di Trump, oppure da video del nostro Ministro degli affari esteri che non ha idea di cosa stia succedendo. Ma noi, in questo momento, non possiamo permetterci di non capire. Per provare a rendere più chiara questa situazione, ho intervistato Enrico La Forgia, analista e ricercatore presso l’università degli studi di Padova, esperto in conflitti medio-orientali.

Camilla Costantini: Perché il medio-oriente è sempre stato terreno di conflitti dopo la seconda guerra mondiale? Quanto ha influenzato l’istituzione dello stato di Israele e la mancata realizzazione di uno stato Palestinese?

Enrico La Forgia: “Per quanto riguarda la prima parte, ci sono diversi fattori da considerare: il primo è sicuramente la fine del periodo coloniale, che ha portato molte potenze europee a lasciare le colonie, designando i confini senza tenere in considerazione la componente socio-culturale: non hanno mai dato un’uniformità a livello etnico, sociale e culturale. Un esempio eclatante di questo “dividi et impera” occidentale è quello dell’Iraq: a nord ci sono i kurdi, intorno ai fiumi gli sciiti e poi i sunniti, quindi, in periodo di crisi, è facile che si punti il dito l’uno contro l’altro. Non sempre è stato intenzionale, ovviamente, ma spesso vi è stata negligenza e disinteresse per il futuro dei paesi. Un altro fattore da considerare è il fatto che, durante la guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica hanno usato il medio-oriente come campo di battaglia, finanziando i loro governi amici: gli Stati Uniti finanziavano la Turchia, mentre l’Unione Sovietica finanziava l’Egitto e la Siria. Quando è caduta l’Unione Sovietica questi finanziamenti sono venuti meno e di conseguenza gli stati erano indeboliti. Il terzo fattore da considerare sono le risorse che questa aerea ha, principalmente il petrolio e il gas, molte delle nostri merci passano per il Mar Rosso. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, la mancata realizzazione di uno Stato palestinese è uno dei fattori che ha portato la regione medio-orientale a essere un terreno di conflitti. La sua mancata realizzazione ha portato alla guerra arabo israeliana nel 1948 perché i palestinesi e gran parte dei paesi arabi non accettavano la ripartizione dei territori che era troppo favorevole agli israeliani. Dopo la sconfitta araba, i palestinesi furono espulsi dalle loro case e costretti da Israele a emigrare nel resto della regione. La questione palestinese è diventata sia una questione di legittimità politica interna, cioè un modo per tenere la popolazione sotto controllo in momenti di instabilità, sia un simbolo della lotta contro il colonialismo e ha contribuito in senso decoloniale alle guerre del medio-oriente: l’obiettivo dei paesi arabi era quello di sconfiggere il colonialismo, di cacciare gli inglesi e, nella loro retorica, Israele era l’ultima colonia inglese della regione. La necessità di creare uno Stato palestinese, cacciando gli israeliani, è diventato un elemento identitario panarabo. La mancata realizzazione di uno stato di Palestina ha influito nei conflitti in medio-oriente perché, come già detto, tantissimi palestinesi hanno dovuto abbandonare la loro terra e questo ha fatto sì che si creassero tante organizzazioni clandestine, come l’OLP e Hamas (la prima nel 1964, la seconda nel 1987, con modalità e prospettive politiche molto diverse, Ndr) , anche fuori dai confini palestinesi in Giordania e Libano. Queste organizzazioni attaccavano Israele fuori dai confini palestinesi e la reazione di Israele ovviamente non tardava ad arrivare, dato che era, ed è ancora, uno stato coloniale, quindi il conflitto si è allargato rapidamente al resto della regione.

La questione palestinese è diventata, nel medio-oriente, una questione retorica, politica e militare, per esempio in Iran, con la retorica di difendere i palestinesi, ha sviluppato il suo legame di alleanze in Libano, in Iraq, in Siria e nello Yemen. Questa è la ragione per cui Israele attacca anche fuori dalla Palestina.
La mancata creazione di uno stato di Palestina è stato, quindi, un fattore di destabilizzazione della regione del medio-oriente”.

C.C.: Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran giustificandosi con “l’attacco preventivo”. Trump, in un video su Truth, ha dichiarato che l’Iran è una minaccia per gli Stati Uniti. Sul discorso di Trump dopo ci torniamo, però intanto ti chiedo: cosa significa attacco preventivo e cosa è successo la settimana scorsa?

 E.L.: “Ci sono tre articoli della carta delle Nazioni Unite che, in teoria, dovrebbero regolare questi conflitti: l’articolo due vieta l’immotivato uso della forza contro uno stato sovrano, l’articolo 25 che gestisce le operazioni internazionali e conferisce al consiglio di sicurezza dell’ONU la possibilità davanti a gravi violazioni di emettere una risoluzione che permette agli stati sovrani di partecipare a operazioni militari con fine stabilizzatore su base volontaria e, infine, l’articolo 51 che regola l’autodifesa degli stati, garantendo il diritto all’autodifesa degli stati nel caso in cui subiscano un attacco, oppure come attacco preventivo, ma solo se la minaccia è imminente e comprovata. Imminente significa mettere la marina militare davanti alle acque territoriali di uno stato, ammassare truppe sul confine, oppure altre azioni minacciose di questo genere. Questa cosa nel caso iraniano non è successa: non ci sono prove di un potenziale attacco dell’Iran sugli Stati Uniti. Non ci sono prove che l’Iran abbia uranio arricchito oltre l’85%, abbastanza per le testate nucleari. è vero in passato l’agenzia ONU per il nucleare ha rivenuto uranio al 60% e non ha avuto accesso ad alcuni impianti iraniani durante le ispezioni, ma non sono mai emerse prove a supporto di un programma nucleare militare. Siamo, quindi, fuori dal quadro legale: l’Iran stava addirittura trattando sull’ uranio arricchito. La notte prima dell’attacco l’Oman, paese mediatore, aveva detto agli Stati Uniti che l’Iran aveva accettato in linea di massima la possibilità di consegnare o smantellare l’uranio arricchito. Avevano dato a Trump quello che voleva”.

C.C.: In molti dicono che, anche se l’attacco preventivo del diritto internazionale, in questo caso, non esiste, dovremmo ringraziare Trump per quello che ha fatto perché gli iraniani sono contenti della morte di Alì Khamenei, dato che era un dittatore. Come risponderesti a questa affermazione?

 E.L.: “Khamenei era un dittatore, non ci sono dubbi. Il problema è che essendo gli iraniani persone normali, quando gli uccidi il dittatore ma poi bombardi le raffinerie e le scuole, tanto contenti non sono. Gran parte dell’opposizione iraniana non fa altro che ricordarci che le soluzioni democratiche devono venire da dentro al paese, non da fuori. Con i bombardamenti, gli Stati Uniti e Israele stanno uccidendo famiglie e stanno facendo respirare petrolio agli iraniani e, da quello che capisco, sia gli iraniani che amano il regime, sia quelli che lo odiano, sono più preoccupati per la salute dei propri familiari. Tutto inizia con il governo Obama, Iran e Stati Uniti grazie a dei paesi mediatori, trovano un accordo: lo smaltimento di uranio a medio e alto arricchimento, il rallentamento del programma nucleare e l’accettazione di limiti per la % di arricchimento. L’agenzia ONU per il nucleare visita il paese regolarmente e non trova uranio arricchito per la soglia di un’arma nucleare, e c’erano dei paesi garanti, infatti l’accordo coinvolgeva i 5 paesi del consiglio di sicurezza ONU, l’UE e la Germania. Trump non era d’accordo, vedeva nell’Iran una minaccia e un alleato regionale cinese, e quindi gli Stati Uniti escono dall’accordo nel 2018. Per anni c’è stata tensione, l’Iran ha invitato l’agenzia del nucleare per controllare i propri stabilimenti, non mostrando nulla di irregolare, ma questa storia del nucleare è ritornata di moda nella retorica di guerra di Trump dopo il 2023 perché si sospettava che l’Iran avesse l’atomica per usarla contro Israele. Questa storia del nucleare era una scusa a lungo termine per arrivare allo scontro. Comunque, non è da escludere che ci sia chi è felice, magari oppositori che vivono in aree provinciali, ma dobbiamo stare attenti ai video che circolano: si vedono spesso video sui social di iraniani che ballano ed esultano per la morte di Khameini. Spesso, però, questi video ritraggono gli iraniani della diaspora, cioè iraniani che non vivono in Iran: non voglio sminuire il loro dolore, perché costretti all’esilio, ma loro ballano o perché non sanno la disperazione della gente che vive in Iran o è gente ricca (molti esiliati, infatti, sono discendenti dall’aristocrazia che fuggì dopo la rivoluzione) che vuole riavere le proprie proprietà in Iran. La gente che balla risponde a delle logiche un po’ più occidentale dei confort: c’è un motivo per cui gran parte di questi video ritraggono donne che fanno il balletto di Trump, ma rispecchiano i canoni occidentali, sono senza velo infatti. È complicato, ma spesso questa gente gode di una viralità eccessiva anche per colpa dei nostri politici che vogliono giustificare tutto ciò”.

C.C.: Ora torniamo al discorso di Trump. Nel video su Truth, ha detto che il suo obiettivo è difendere gli Stati Uniti da minacce imminenti del regime iraniano.

 E.L.: “Ha detto che gli Stati Uniti hanno cercato un accordo, ma si sono resi conto che l’Iran, cito testualmente, “voleva solo il male”, perché ha continuato a costruire missili per minacciare gli altri paesi. Ha anche detto che sta compiendo questa operazione non per adesso, ma per garantire un futuro roseo alla nazione. La sostanza del suo discorso è che l’Iran è una minaccia e quindi non c’era più tempo, era necessario attaccare subito, infatti sappiamo che Trump ha violato un articolo della costituzione americana, il “War Power Act”, che dice che il presidente non può decidere di entrare in guerra, ma deve farlo il Congresso. Trump, invece, ha deciso da solo di entrare in guerra. La domanda che ti faccio quindi è: l’Iran era veramente una minaccia per gli Stati Uniti? Si può costruire un futuro roseo con la strategia della deterrenza delle armi? “L’Iran non era una minaccia, almeno non diretta agli USA e al suo territorio: non ha al momento la capacità di colpire gli Stati Uniti, non ha missili abbastanza potenti, non ha testate atomiche, come abbiamo detto. Forse Trump intendeva dire che l’Iran è una minaccia agli interessi degli Stati Uniti nella regione: l’Iran è rivale di Israele, può minacciare gli snodi commerciali dell’Occidente, ha tanti alleati in Iraq, paese importante per gli USA e può agire anche tramite Hezbollah in Libano e gli Houti nel Mar Rosso. È sicuramente un ostacolo ai piani di Netanyahu e un rivale delle monarchie del Golfo, che invece sono alleate degli USA, e se è vero che le relazioni con la Cina sono plurali e variegate è sicuramente vero che Teheran è un partner strategico per la Cina, a livello regionale e per le importazioni energetiche. Se c’è una cosa che abbiamo capito dal 2022, è che la guerra è tornata un’opzione per risolvere conflitti tra Stati, se prima la minaccia della guerra era deterrenza ora è una realtà. Avere tante armi, e quindi la capacità di difendersi, garantisce un certo tipo di sicurezza, è vero, ed è vero che se hai tante armi e tu più di me ci penso due volte ad attaccarti, ma spesso i conflitti nascono da errori di calcolo, errori umani, incidenti di frontiera, ecc. Ad esempio, non sempre quando si inizia una guerra si considera la possibilità di venire impantanati in un conflitto lungo: nel 2022 Putin era convinto di vincere in tre giorni. Quando si parla di deterrenza poi, non si pensa mai al fatto che in un mondo in cui ci si garantisce sicurezza con le armi, quando le armi vengono usate, si crea un circolo vizioso di guerre o di tensione politica che, guidata dalla finanza, spinge gli stati ad armarsi sempre di più: quando uno stato usa le armi gli altri paesi nelle vicinanze ne comprano altre, per scoraggiare aggressioni. Tutti comprano armi e a un punto è probabile che vengano usate. Non sono un gran fan dell’idea che la deterrenza di armi possa portare alla pace, mi sembra controintuitivo visto che è un paradigma utilizzato spesso fino al 2022, e dal 2022 (e tutte le precedenti tensioni) siamo arrivati a scontri ed escalation sempre più violente, frequenti e con paesi sempre più importanti confrontatisi direttamente. Un altro discorso è invece la deterrenza nucleare: USA, Cina e Russia non si sono mai fatte la guerra anche per paura dell’escalation nucleare. Israele stesso vuole la distruzione del programma nucleare iraniano per rimanere l’unica potenza regionale con l’atomica, vera deterrenza israeliana (se è l’unico paese ad averla, nessuno lo minaccia realmente). Come abbiamo visto, però, ci sono molti modi di fare la guerra, e non sempre vi è bisogno di uno scontro tra potenze nucleari”.

C.C.: Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti di Trump attaccano l’Iran, perché è successo anche a giugno con l’operazione Midnight Hammer (Mantello di Mezzanotte). Trump ha detto che ha attaccato per togliere agli iraniani la possibilità di avere l’atomica, invece questa volta si è giustificato con l’attacco preventivo, dicendo che l’Iran aveva dei missili che potevano minacciare gli Stati Uniti. Qual è il vero motivo per cui ha attaccato, sia a giugno, sia ora?

E.L.: “Per quanto riguarda l’attacco di giugno, ci sono due versioni: la prima è l’attacco intimidatorio, gli Stati Uniti volevano minacciare l’Iran per i suoi attacchi a Israele, la seconda è l’attacco “telefonato”, ci sono, infatti, testate come Axios e Reuters che hanno riportato che, almeno indirettamente, gli Stati Uniti avevano fatto sapere a Teheran che ci sarebbe stato un attacco, per evitare una reazione iraniana da escalation, ma anche per soddisfare Israele, che spingeva per un intervento più diretto. Quell’attacco secondo me è stato un attacco un po’ politico, nel senso che voleva mandare un segnale, non distruggere militarmente l’Iran. Per quanto riguarda questo attacco, invece, sappiamo che l’attacco era preparato, ma facciamo un passo indietro. Dal suo primo mandato Trump dice che distruggerà l’Iran. Trump considera la Repubblica Islamica il suo nemico principale, come il Venezuela. Trump considera suo nemico anche la Cina e la Cina prende il petrolio da questi due paesi. Nel primo mandato Trump aveva cercato di indebolire l’Iran, con l’attacco all’aeroporto e con l’uccisione del generale Solemaini. Gli Stati Uniti hanno condotto operazioni militari anche molto diverse tra loro, che però riflettono una logica strategica consistente su più fronti. Nel caso del Venezuela, il cosiddetto blitz per catturare Nicolás Maduro è stato una operazione rapida con obiettivi limitati: forzare il cambio di leadership in un paese considerato fonte di instabilità e ricollegare risorse energetiche e contratti internazionali al sistema occidentale dopo anni di relazioni privilegiate tra Caracas e Pechino o Mosca (come mostrato dall’intervento vero e proprio di gennaio 2026 con la cattura di Maduro). Qualcosa di concettualmente simile è avvenuto con l’attacco contro l’Iran, ma su scala e contesto completamente diversi. L’offensiva lanciata il 28 febbraio 2026 e le successive ondate di raid congiunti USA-Israele sono state giustificate come misure per colpire la capacità militare e nucleare iraniana, oltre alla leadership della Repubblica Islamica intervenendo contro figure chiave e infrastrutture strategiche. Su un primo piano strategico, una parte delle élite politiche statunitensi vede nella riduzione della capacità iraniana una doppia funzione: da un lato, interrompere una relazione commerciale e tecnologica che ha visto Teheran come fornitore energetico per paesi come la Cina; dall’altro, indebolire un attore regionale percepito come rivale per l’influenza globale e per le rotte finanziarie. In passato, proposte critiche e analisi geopolitiche osservano come gli stretti legami tra Teheran e Pechino comprendessero esportazioni di petrolio e intermedi energetici, e come un’interruzione di queste relazioni possa avere effetti sull’equilibrio economico mondiale e sulla posizione strategica cinese in settori critici. Su un secondo piano strategico, l’attacco all’Iran si inscrive nella più ampia visione di garantire la sicurezza di alleati tradizionali come Israele e di proteggere la stabilità delle monarchie del Golfo. Israele ha da tempo indicato che la proliferazione missilistica e il potenziale nucleare iraniano costituiscono una minaccia diretta alla propria sicurezza e deterrenza. La strategia di colpire siti militari, nucleari e infrastrutturali di Teheran rientra in una logica di contenimento regionale che mira a impedire al Paese di sviluppare capacità che possano alterare l’equilibrio di potere nel Medio Oriente. In questo schema, l’obiettivo non è esportare la democrazia in Iran, ma demolire o ridurre significativamente le capacità di Teheran di proiettare potere ed esercitare pressione sia su alleati occidentali sia su rivali regionali. Questo approccio riflette una combinazione di interessi che non si escludono a vicenda: proteggere le rotte energetiche e la sicurezza degli alleati della regione e, allo stesso tempo, consolidare la posizione degli Stati Uniti e dei loro partner nel confronto strategico più ampio con potenze come la Cina”.

C.C.: Qual è il ruolo di Israele in questa guerra?

 E.L.: “Israele da un punto di vista oggettivo è la ragione di questa guerra: senza genocidio, senza attacco in Libano, non ci sarebbe stata questa guerra. Il 7 ottobre è stato sfruttato da Israele (e poi USA) per avanzare la propria agenda nella regione e indebolire l’Iran. Questa guerra è diventata un modo per attaccare l’asse della resistenza che sono gli alleati dell’Iran nella regione (Hezbollah in Libano e milizie sciite in Iraq). Dal punto di vista di Trump, Israele è un alleato in questa guerra: Trump voleva già attaccare l’Iran e non gli dispiace avere la scusa per intervenire in Medio-Oriente, così come avere un esercito preparato, come le IDF, svolgere mansioni e interventi militari allineati all’agenda USA. Israele è la ragione e la scusa per questa guerra e contemporaneamente uno strumento perché in Palestina e Libano il grosso lo hanno fatto loro, gli USA si sono limitati al sostegno politico e materiale (armi), avviando l’indebolimento di Teheran: Israele che fa la guerra in Medio-Oriente significa che gli Stati Uniti non devono mandare i propri soldati lì, questa considerazione è legata al trauma di Afghanistan e Iraq delle vittime e per ragioni economiche”

C.C.: Qual è la situazione in Iran ora?

 E.L.: “Al momento abbiamo il blocco di internet nel paese, quindi è difficile avere informazioni. Quando le abbiamo sappiamo che la Mezzaluna Rossa ha parlato di oltre 2000 morti, abbiamo visto che sono state colpite le città principali e i video ricordano quelli che abbiamo visto in Libano. Davanti alla prospettiva di un’invasione c’è stato un compattamento parziale attorno al regime: il regime dal 1979 ripete al popolo che Israele e USA proveranno a invadere il Paese, quello scenario si sta presentando. In alcune aree del paese la guerra ha aumentato la presa del regime sulla popolazione. In altre invece, la guerra ha cambiato le priorità, anche degli attivisti, degli studenti e di chi scioperava e manifestava. Da quello che sappiamo la gente ha paura sia per le bombe, sia per la repressione iraniana che, appunto, adesso è quasi accettata dalla popolazione: questo attacco è un passo indietro alla creazione di un’opposizione contro il regime, Teheran ha aumentato le esecuzioni e la repressione usando proprio la scusa della guerra per accusare le persone che manifestavano di fare gli interessi di USA e Israele e di essere pagate da CIA e Mossad. Dall’altro ieri vedo solo immagini sul cielo di Teheran nere di petrolio e al momento rovesciare il regime non è la priorità degli iraniani, neanche di quelli che odiano il regime”.

C.C.: Parlando del nostro paese, qualche giorno fa, mentre alla Camera dei Deputati si discuteva della situazione in Iran, la Rai ha deciso di mandare in onda un servizio speciale sul filler alle labbra. Come si sta comportando, secondo te, la stampa italiana in questa situazione?

E.L.: “Malissimo, come sempre. Mancano le voci iraniane dal posto, le voci che portano sono ovviamente di parte, come la diaspora che balla, di cui abbiamo parlato prima. Le cose devastanti vengono riportate in due modi: come nel caso della scuola bombardata, con un linguaggio assertivo tipo “gli iraniani hanno detto una scuola è stata bombardata” per svalutare le fonti iraniane, le trattano come andrebbero trattate le notizie, ma per Israele non fanno così. Questo è il doppio standard occidentale: dare un peso alle fonti israeliane e quelle iraniane, un po’ come dal 2023 sentiamo parlare di Israeliani “uccisi” da Hamas e di Palestinesi “morti”. Il caso del  bombardamento delle raffinerie iraniane, invece, è stato presentato solo o quasi dal punto di vista di un problema economico per noi, con poco spazio dato al danno ambientale e sanitario che andrà avanti per anni. Per mantenere una nota positiva, ci sono testate che ne stanno parlando in modo appropriato, critico, come Il Manifesto, Il Domani, o a volte, Il Fatto Quotidiano”

C.C.: L’Europa sembra avere un atteggiamento variegato rispetto alla guerra e spesso ambiguo. Quale ti sembra essere il suo ruolo e soprattutto come vedi la posizione assunta dall’Italia?

 E.L.: “Partiamo da un presupposto: l’Unione Europea ha fatto quello che fa sempre: da un lato ha detto che è preoccupata della situazione, dall’altra l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza ha detto che l’Iran sta minacciando la sicurezza nostra e dei nostri alleati, quindi schierandosi con gli Stati Uniti. Se vediamo i singoli paesi, è diversa. In Italia abbiamo di tutto e di più: la versione ufficiale del nostro governo è che Meloni non sostiene e non condanna gli Stati Uniti, ma ha concesso l’uso delle basi NATO e statunitensi nel nostro paese per partecipare alle operazioni, ma con funzioni logistiche come da accordi, quindi non ci saranno aerei e droni operativi per il combattimento, nel senso che non partiranno velivoli o droni armati diretti contro obiettivi iraniani. Contemporaneamente abbiamo avuto un ministro degli esteri che non sa cosa dicono gli altri al governo visto che non sapeva che Crosetto, ministro della difesa ha detto che l’operazione è illegale, perché fuori dai parametri del diritto internazionale, che fa ridere se si pensa quando, parlando di Gaza, Tajani aveva detto che il diritto vale fino a un certo punto. Noi sappiamo che probabilmente la nostra scelta è quella dell’attesa: Meloni non può andare contro Trump e non può andare addosso all’Iran perché ha paura che il conflitto diventi troppo lungo, sia perché l’Italia vorrebbe in futuro giocarsi la carta della mediazione, perché abbiamo sempre avuto rapporti positivi con l’Iran, prima delle sanzioni. Sappiamo che noi manderemo alle monarchie del Golfo difese aeree, perché loro le stanno finendo. Si sta parlando di sforzi diplomatici, soprattutto in senso europeo, ma mi fido poco. Meloni sta mostrando il solito attendismo. Nel resto d’Europa abbiamo avuto un Macron (Francia) critico nei confronti dell’operazione in Libano e una Spagna (Sanchez) che ha già dichiarato di negare le proprie basi e snodi logistici all’esercito statunitense”.

C.C.: Che scenari si apriranno ora con la nomina del secondogenito di Khamenei?

E.L.: “La scelta del nuovo ayatollah è importante: è come se avessero mandato un grosso dito medio a Trump. Trump voleva decidere chi sarebbe stato il prossimo, ma le autorità iraniane hanno optato per il figlio di Khamenei, la persona meno accettabile (innescando una sorta di problema politico: loro si sono presi il rischio politico di dire agli iraniani che il nuovo è il figlio, da una repubblica nata come anti-monarchica). Lo hanno fatto per due ragioni: la prima è pratica, perché Khamenei non era Khomeini, era religiosamente “ignorante”, nel senso che era un chierico di livello inferiore e nel 1989 hanno fatto una sorta di riforma perché non era abbastanza dotto come carica religiosa. Khamenei era il centro di quel sistema di fondi, cooperative, istituzioni e servizi deviati noti come deep state, dove il vero potere decisionale rimane. Entrambi le figure, figlio e padre, sono stati scelti perché sono la sintesi dei Pasdaran, cioè l’ala militare, dei chierici e della politica. Si è scelto di prendere una figura che va d’accordo con tutti, quello in continuità con il regime precedente. Il figlio ha perso il padre, una moglie, una figlia e non accetterà facilmente una pace, così come non la vuole accettare buona parte l’ala militare e i chierici. Gli scenari che si profilano sono molto lunghi: abbiamo visto il regime iraniano che è personale, ma ha una struttura per non crollare in una situazione simile, l’Iran sapeva che li avrebbero attaccati, lo sa dal 1979 e si sono preparati per decenni a uno scenario simile. In più l’arsenale iraniano è ancora ben sviluppato e la propria dottrina militare si basa sulla saturazione del nemico: la dinamica che stiamo vedendo è che i razzi e i droni iraniani sono più deboli di quelli di USA e Israele, ma anche meno costosi e quindi ne lanciano a migliaia. Gli Stati Uniti usano difese aeree costose, per buttarne giù droni e missili iraniani che costano meno. Il senso della strategia iraniana è saturare le difese aeree degli altri paesi per poi colpire le loro risorse economiche, sperando che con il passare delle settimane gli stati chiedano agli Stati Uniti di concludere le operazioni e permettergli di tornare a esportare. Nelle prossime settimane vedo un proseguimento di questa strategia: vogliono mettere in ginocchio economicamente gli alleati degli USA. Loro erano pronti all’idea di venire ombardati, sono preparati e quindi potrebbe durare più a lungo di quanto gli USA pensavano”.

 Camilla Costantini

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