La rottura del PCC con il PCUS avvenne anche per il timore che i comunisti cinesi avevano dell’egemonismo sovietico ma soprattutto perché non intendevano seguire la via della coesistenza pacifica che, nel modo in cui l’aveva proposta da Chruščëv, era un accordo di compromesso con cui le due superpotenze si spartivano il mondo e implicava la sottomissione del resto del mondo a quell’accordo.
Nel 1955 l’alternativa era stata posta a Bandung con la nascita del Movimento dei non allineati cui partecipava anche la Cina su un piano di parità con gli altri partner e che era basata sui 10 principi di Bandung. È importante ricordarli perché per molti versi richiamano quanto richiamano i più recenti documenti dei BRICS. Vale la pena di ricordarli:
- rispetto dei diritti umani fondamentali e dei fini e principi della Carta delle Nazioni Unite
- rispetto per la sovranità e integrità territoriale di tutte le nazioni
- riconoscimento della parità di tutte le razze e di tutte le nazioni, grandi e piccole
- non ingerenza e non intervento negli affari interni di altre nazioni
- rispetto del diritto di ogni nazione di difendersi individualmente o collettivamente
- astenersi dall’uso di accordi di difesa collettiva a vantaggio degli interessi particolari di una delle grandi potenze
- non commettere atti o minacce di aggressione o di uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro paese
- risoluzione di tutte le controversie internazionali con mezzi pacifici
- promozione della cooperazione e dell’assistenza reciproca
- rispetto della giustizia e degli obblighi internazionali.
A parte il punto 6, che riflette la situazione dell’epoca, i principi ispiratori del movimento dei non allineati restano la più coerente alternativa di opposizione al neocolonialismo imperialista e sionista e certificano i BRICS come gli eredi del Movimento dei non allineati, adattati ad un contesto nuovo e diverso dove la superpotenza militare e finanziaria è una sola che da vera potenza imperiale pretende di essere mantenuta dagli altri (cosiddetti alleati, in realtà entità dipendenti) che siano organizzazioni internazionali o singoli Stati tributari.
Come è tipico di ogni tradizione imperiale, gli Stati tributari non solo sono obbligati a finanziare il dominio americano con tributi tutt’altro che simbolici, ma sono anche impegnati a contribuire alla sicurezza imperiale mettendo a disposizione contingenti di truppe in modo da risparmiare per quanto possibile il sistema di sicurezza americano e ridurne i costi.
A differenza di quanto rilevava Giovanni Arrighi nel suo libro ancora attuale Adam Smith a Pechino, la pretesa statunitense non offre più come corrispettivo la garanzia di sicurezza (sicurezza in cambio di denaro), ma prende l’aspetto di pura e semplice estorsione.
Non solo gli Stati dipendenti sono obbligati a pagare i tributi, tra cui – in varie forme – anche il mantenimento delle basi americane che insistono sul loro territorio, senza però alcuna garanzia che gli USA contribuiranno alla loro sicurezza.
Lo ha detto chiaramente all’Unione Europea il presidente Trump: non potete contare sul nostro intervento nel caso che la vostra politica più o meno sconsiderata accenda conflitti. Contestualmente scordatevi il trattamenti di riguardo come quello per la Nazione più favorita o condizioni del genere; e scordatevi anche un trattamento paritario sul piano dei rapporti commerciali, a partire dai dazi e non solo su quelli. Dovrete accettare l’accesso privilegiato delle merci americane, senza limiti quantitativi e qualitativi e in genere le pratiche monopolistiche che dovranno favorire in maniera persino sfacciata gli interessi degli Stati Uniti, il cui enorme debito deve essere assorbito dall’Unione Europea.
Con atto di pura e semplice prepotenza, Trump dice che non è possibile che l’Unione Europea, questa nuova Babilonia carica di tesori, pretenda di procedere indisturbata per la sua strada trasferendo sulle frontiere esterne le regole che si è data al suo interno per contrastare gli abusi di posizione dominante, il dumping, la distorsione della concorrenza, gli aiuti di Stato, la creazione di posizioni monopolistiche mediante accordi tra imprese, le regole uniformi per la produzione, comprese quelle che tutelano l’ambiente, la salute del cittadino e il trattamento dei lavoratori, anche all’estero: queste regole valgono solo per le aziende europee, non per quelle americane che producono in America e neppure per quelle americane che producono merci (materiali e immateriali, in primis i servizi) all’interno del territorio europeo o di Stati terzi. In ogni caso i contenziosi che si dovessero porre e sicuramente si produrranno, non dovranno essere trattati con la normativa europea e attraverso le sue istituzioni, ma saranno sottoposte alle legislazioni e istituzioni americane o, al più, trattati attraverso arbitrati.
Gli Stati Uniti potranno estendere le condizioni di favore ai più stretti alleati o partner commerciali e in primo luogo a Israele, di cui l’Unione Europea sarà costretta ad accettare merci, servizi ed esclusive.
In questo quadro è evidente tra l’altro che Israele non ha più alcun interesse a entrare a far parte dell’Unione Europea, di cui dovrebbe accettare le regole comuni. Molto più conveniente è associarsi alla tattica di sfondamento commerciale, economico e finanziario attuato dagli USA mettendosi nella loro scia.
Pur non esistendo una seria e concreta minaccia da parte della Russia, l’Unione Europea deve fingere che questa minaccia sia reale in modo da giustificare un riarmo massiccio basato su prodotti e risorse degli USA. Prodotti e risorse la cui somministrazione potrebbe essere interrotta da un momento all’altro su decisione del fornitore, senza considerare che la conoscenza del sistema di difesa fino nel più insignificante dettaglio renderà estremamente più facile – a chi quei dettagli conosca perfettamente – penetrarli e renderli inoffensivi.
Non si parla dunque di un sistema di difesa autonomo e autosufficiente, né quanto l’indispensabile rete satellitare, le comunicazioni, come pure i sistemi di difesa più avanzati e sofisticati, saranno in mano estranee.
Di deterrenza nucleare e relativa missilistica neanche si parla.
In questa condizione pur sommariamente descritta parrebbe addirittura ovvio che l’entità più aggressiva nei confronti dell’Unione Europea sono gli USA e invece si attua un piano dispendioso e strategicamente inefficace come se l’avversario prevedibile fosse la Russia.
Il che se vogliamo è un wishful thinking che come tutte le cose del genere ha la disgraziata tendenza a diventare realtà nel momento in cui il militarismo tedesco uscirà allo scoperto e tenterà la sua ennesima, sciagurata rivincita, coinvolgendo una volta di più tutta l’Europa.
Tutto questo con un apparato bellico strategicamente monco, la cui unica possibilità è quella di affrontare la Russia con le stesse possibilità dell’Ucraina, solo con un tasso di 10-20 volte superiore e 30 o 40 milioni di morti.
Tutto questo avendo ad unica giustificazione il più stupido pretesto di tutte le guerre: stavano per attaccare loro. Lo fece persino Mussolini quando attaccò proditoriamente l’Abissinia nel 1935.
Perché l’Europa? Perché l’enorme indebitamento degli Stati Uniti e la sua situazione pre-fallimentare richiedono di andare a cercare risorse dove ce ne siano in grande quantità e scarsamente presidiate. Da questo punto di vista, l’Europa è l’obiettivo ideale anche perché i suoi dirigenti, anche se l’evidenza non sfuggirebbe neanche a un bambino, continuano a negare il palese antagonismo con gli USA e, per quanto vengano presi a calci ogni giorno, continuano a proclamarsi il migliore alleato degli Stati Uniti. Dall’estrema destra alla cosiddetta sinistra è tutta gente per la quale proclamarsi “fedele all’alleato atlantico” è il necessario preambolo ad ogni vagito politico. Per quanto il partner di quella fedeltà non solo non sa che farsene, ma quel patto ha infranto infinite volte e programma di infrangerla tutte le volte che gli farà comodo.
Questo vuole dire Trump quando dice “basta con le guerre”. Basta con le guerre come quella d’Afghanistan, dove c’era poco o niente da rubare, a parte le piantagioni di oppio su cui però gli americani non erano riusciti a mettere le mani perché hanno perso la guerra e quegli sciagurati talebani, appena arrivati al potere, si sono messi a sradicarle per la seconda volta.
Basta con le guerre come quella irachena, dove non era chiaro che cosa si dovesse rubare e alla fine poi si è distrutto tutto, cavandone poco o niente, se non quanto si è rubato nei musei di Bagdad che è stato moltissimo.
Basta con quelle guerre e soprattutto con la guerra di Biden per eccellenza, la guerra russo-ucraina che, per trovare un pretesto economico, ha dovuto aspettare Trump, al quale hanno spiegato che l’Ucraina era ricca di terre rare; salvo dover constatare che i relativi giacimenti erano nelle regioni controllate dai russi; e dunque era con Putin che bisognava fare i conti: cosa che è stata debitamente fatta.
Per l’altro grosso affare, il riarmo dell’Ucraina, le armi saranno americane, ma chi le pagherà saranno gli europei; e sempre agli europei toccherà pagare i debiti di guerra dell’Ucraina nei confronti degli USA, che non intendono regalare niente; e accollarsi interamente il debito ucraino verso l’Europa stessa; e naturalmente le spese della ricostruzione, gigantesche e dove c’è da giurare che la parte del leone la faranno le imprese americane.
Se solo pensiamo a quanto è costato alla Germania l’adattamento della RDT al sistema di mercato europeo, tanto costoso quanto mal riuscito, possiamo immaginare quanto costerà all’Unione Europea la ricostruzione dell’Ucraina devastata e in macerie.
Basta con le guerre vuol dire dunque basta con le guerre costose e poco redditizie; se però ci sono in gioco le più grandi riserve di petrolio e gas del mondo come in Venezuela, ecco che una guerra coloniale senza badare a spese – soprattutto di strage tra i venezuelani – balza all’ordine del giorno. Si può fare.
Perché non pensare al resto del mondo, all’Africa, alla Cina, all’India, all’America Latina? Come accennato sopra, per quanto riguarda l’America Latina, un’aggressione militare contro il Venezuela è già in corso e in diversi altri paesi il saccheggio si fa con l’aiuto di una classe dirigente predatoria e venduta; e comunque anche in America Latina i BRICS costituiscono un ostacolo non da poco come nel resto del mondo.
Il ventre molle globale resta dunque l’Europa.
L’adesione della Cina al Movimento dei Non Allineati non fu tanto farina del sacco di Mao quanto quella di Chou en Lai. Per Mao era sicuramente un’iniziativa diplomatica che lasciava nelle mani prevalentemente del primo ministro, che fu anche ministro degli Esteri fino al 1958. Mao personalmente vi si impegnò assai poco e nemmeno comparve ai vertici con gli altri membri fondatori: Sukarno, Tito, Nasser e Nehru.
La strategia principale della Repubblica Polare Cinese– si era ai tempi della Rivoluzione culturale – poggiava piuttosto sulla guerra di popolo di lunga durata e sull’anti-sovietismo di principio, una strategia che portava a vedere l’URSS come il principale nemico.
Ma il tempo per quella strategia era passato, dopo l’ultima grande vittoria in Vietnam. Nel 1975 ad Algeri i non allineati avevano posto le basi del Nuovo Ordine Economico Mondiale. Cinquanta anni dopo la Cina ha ripreso il filo di quella politica, non più come alternativa diplomatica alla strategia principale ma come linea strategica fondamentale del Governo e del Partito comunista.
Luciano Beolchi
