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Taci, il nemico ti ascolta

di Federico
Giusti

Secondo Galei Tzahal (la radio dell’esercito israeliano), il governo avrebbe deciso di rompere ogni rapporto con Haaretz, di non destinare al quotidiano pubblicità, di non invitare la redazione alle tradizionali conferenze stampa.
Una decisione inaudita che conferma quanto poco si addica ad Israele lo status di democrazia se si nega a qualche giornale la possibilità di fare domande intimando a ogni soldato di non avere alcun rapporto con i redattori e collaboratori della testata. Le motivazioni addotte sono sconcertanti, la colpa di Haaretz sarebbe quella di avere, dal 7 ottobre in poi, danneggiato l’immagine di Israele e il suo diritto all’autodifesa, di avere collaborato con i nemici dello Stato sionista.
Non meravigliamoci dei toni, in tutte le operazioni militari c’erano soldati pronti a impedire l’ingresso nelle zone di guerra di giornalisti, le informazioni sono state centellinate evitando testimoni diretti(https://zeitun.info/2026/01/01/il-governo-israeliano-annuncia-il-boicottaggio-del-quotidiano-haaretz-accusandolo-di-appoggiare-i-nemici/.)).

Partiamo da queste considerazioni per ricordare come in tempi di guerra la stampa sia soggetta a innumerevoli restrizioni, a norme eccezionali che in un paese come Israele da tempo sono diventate ordinarie. E se l’eccezionale si trasforma nella norma inizia quel processo involutivo della società che alla fine non accetterà alcuna critica al suo operato istituendo leggi emergenziali destinate, in tempi di economia di guerra, a diventare ordinarie a tutti gli effetti. E questo discorso vale per tutti i paesi, Italia inclusa, basti ricordare la formuletta “salvaguardare la sicurezza nazionale ed internazionale” che porta a continue deroghe rispetto ai codici degli appalti nel caso di costruzione di nuove basi o di infrastrutture a fini di guerra.  Israele non è una democrazia per ragioni che spiegare nel dettaglio comporterebbero troppo tempo, sia sufficiente ricordare come non sia sufficiente l’elezione del Parlamento quando lo Stato si fonda sul colonialismo da insediamento, sulla espulsione dei palestinesi, sulle politiche genocide. E la spirale regressiva non conosce sosta e limiti, quanto accaduto ad Haaretz dovrebbe turbare i sonni della stampa italiana per la quale Israele è la sola democrazia presente nel Medio Oriente.

Questo lungo excursus ci porta ad ulteriori considerazioni sulla assenza di democrazia nelle società a capitalismo avanzato, siamo il paese delle leggi emergenziali rafforzate e potenziate anche quando le ragioni per le quali erano state istituite sono venute meno, muta il contesto storico e sociale ma quella che in molti ritenevano mera sospensione delle libertà collettive diventa invece una sorta di lusso intollerabile se vogliamo preservare la nostra società dalle cosiddette minacce ibride.

Impariamo a fraternizzare con l’identificazione di ogni minaccia ibrida come pericolo assoluto per giustificare interventi preventivi. Chi stabilisce la pericolosità di una minaccia? Nessuno, agitare una minaccia è la condizione migliore per giustificare un intervento militare, repressivo, preventivo, quel poco che rimane del diritto, internazionale e no, è ormai da bandire come cedimento a nemici pronti a sfruttare le nostre debolezze per colpirci.
L’attacco al Venezuela ha portato in piazza manifestazioni di piazza, su quanto avvenuto citiamo un passaggio del comunicato redatto dalla redazione di Oltre Confine per Radio Grad: 

Il Venezuela è diventato il nemico numero uno degli Usa, falsamente accusato di essere un crocevia per la produzione e il commercio di droga.
Altri paesi, dove i cartelli della droga controllano indirettamente i Governi, sono invece alleati degli Usa e intoccabili.
La droga non è la causa degli attacchi statunitensi, Trump ha imposto il blocco totale dello spazio marittimo e aereo del Venezuela da alcuni mesi e ha mirato da anni a mettere in ginocchio l’economia venezuelana tramite pesanti sanzioni per poi accaparrarsi il petrolio con il quale il Paese riesce a garantire cibo, medicinali e anche misure di welfare assenti in tanti altri paesi dell’area.
È quindi il petrolio il vero obiettivo degli Usa come ha candidamente ammesso alla fine anche lo stesso Trump e per averlo si è disposti a costruire castelli di menzogne e campagne funzionali a deviare altrove la attenzione, a rendere giustificabile agli occhi dell’opinione pubblica questo intervento militare.
Il Venezuela annovera le maggiori riserve di petrolio al mondo, la riduzione delle quotazioni del greggio, le misure di boicottaggio Usa hanno prodotto un grave crisi economica alla quale segue oggi l’attacco militare.
Diventa dirimente il controllo delle riserve petrolifere del Venezuela ricordando che l’azienda nazionalizzata, la Pdvsa, incaricata di gestire il petrolio necessita da sempre di raffinerie e trattamenti particolari in terra straniera a causa delle caratteristiche di “pesantezza” del greggio venezuelano.
Trump ripropone in forma rinnovata come codificato nel recente documento di Strategia di Sicurezza Nazionale, lo sfruttamento delle risorse venezuelane era annunciato dalla dottrina strategica Usa, accaparrarsi nell’emisfero occidentale, Nord Centro e Sud America, Groenlandia compresa, le risorse del sottosuolo, i metalli rari sottraendoli ai paesi detentori. È il nuovo volto dell’imperialismo statunitense: dal dominio unilaterale globale alla stretta sul “cortile di casa”, facendo carta straccia del diritto internazionale.

Chi potrà contraddire questa ricostruzione dei fatti? Eppure, nel corso di alcune manifestazioni tenutesi nel primo weekend dell’anno, ci siamo imbattuti in situazioni ben diverse da quelle registrate nelle piazze contro il genocidio, la solidarietà attiva verso le istanze dei palestinesi stride con atteggiamenti quasi ostili verso le bandiere rosse, nell’immaginario collettivo è passata l’idea che in Venezuela ci sia una dittatura, gli Usa siano dei liberatori, quanti scendono in piazza contro l’interventismo imperialista sono amici dei dittatori e per questo dalla parte del torto, queste proteste non siano necessarie perché le priorità sono ben altre come occuparsi degli italiani e poi, in fondo, la nazionalizzazione della industria petrolifera danneggia gli interessi occidentali e quindi è sbagliata in partenza.
Sono solo alcuni esempi lampanti di quello strisciante autoritarismo i cui avvelenati frutti si manifestano nel solito, vecchio e becero anticomunismo ma soprattutto nella accettazione delle pratiche imperialiste, della dottrina Monroe 4.0, delle violenze arbitrarie dei dominanti sui dominati. Se un domani l’Italia dovesse decidere di andare a riprendersi una vecchia colonia, una scelta del genere avrebbe il plauso dell’opinione pubblica? Ne riparleremo tra qualche anno, forse mese, quando i frutti avvelenati dell’economia di guerra avranno prodotto i primi effetti, non sottovalutiamo la insofferenza di pochi cittadini ostili a Maduro, sono lo specchio di una società involuta e sempre più incline al fascino dell’autoritarismo.

Federico Giusti

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