È fuori di dubbio che il 7 ottobre Hamas ha compiuto un gesto estremo, avendo sicuramente presente un precedente che non può non conoscere e sul quale torneremo. Gesto estremo, senza ritorno e irrimediabile, non vuol dire gesto irrazionale e disperato.
Da questo punto di vista molto più disperata e irrazionale è stata la risposta israeliana.
Con l’operazione del 7 ottobre Hamas ha minacciato lo sterminio di tutti gli israeliani che occupano la Palestina. Israele ha risposto minacciando lo sterminio di tutti i palestinesi che occupano il territorio dal fiume al mare; e ha talmente insistito su questo punto da lasciare a bocca aperta anche i suoi alleati che fino a poco prima avevano invocato le più gravi sanzioni contro i palestinesi che utilizzavano quello slogan, ovviamente in senso opposto. Ora non sanno che fare, se non dire: Israele può dirlo – e farlo – perché è Israele; gli altri non possono dirlo, né tanto meno farlo perché sono gli altri; e non bisogna essere Kissinger per vedere che gli altri stanno aumentando di giorno in giorno proprio perché Israele è caduta nella trappola che aveva preparato Hamas: alla minaccia di sterminio ha risposto con una minaccia di sterminio uguale e contraria e intende praticare la sua minaccia con una furia cento volte mille volte più sanguinosa. Israele aveva molte opzioni di risposta; avrebbe potuto appellarsi al mondo contro la minaccia di sterminio nei suoi confronti, appellarsi anche a quel Sud del mondo con cui appare intenzionato a rompere tutti i ponti. Ha molti strumenti bellici, economici e finanziari a sua disposizione. Ha solidissimi alleati ai quali poteva chiedere qualsiasi cosa; soprattutto di fronte a una minaccia di sterminio che come tale è stata rivendicata da Hamas quando ha dichiarato: era necessario.
Lungi da noi l’idea che le vicende cui assistiamo siano interpretabili con la freddezza con cui si guarda una partita di scacchi però risulta sempre più evidente che la minaccia di sterminio fatta da Hamas prevedeva i terribili effetti che ha prodotto. Diamo persino per scontato che Hamas contasse su una risposta del genere e partisse dalla convinzione che pochi palestinesi si sarebbero chiamati fuori dalla partita; e lo stesso avrebbero fatto centinaia di milioni di arabi che si sentono in prima linea con i palestinesi. Lo stesso vale sul fronte opposto: anche i cittadini israeliani sembrano disposti a seguire il governo Netanyahu sulla strada imperiosamente scelta dello sterminio: o noi o loro.
Ma qui i media occidentali, solitamente strabici quando non ciechi, cominciano a registrare che con il 7 ottobre e lo sterminio seguente l’equilibrio strategico è cambiato. Hamas, fino a ieri disprezzato e ignorato come partito islamico terrorista oggi può dire di aver ricevuto il sostegno non solo delle immense popolazioni del Sud del mondo, ma anche dei 120 governi che fanno parte del Movimento dei non Allineati, della Lega Araba, dei paesi islamici1 e della maggioranza degli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite. Viceversa il perimetro difensivo di Israele è arroccato intorno al diritto di veto del CdS e per di più in attesa di un restraint del Tribunale Internazionale di Giustizia che può avere un effetto devastante.
Chi sono i membri del Movimenti dei Non Allineati? Sono 120 paesi, sui 193 stati membri rappresentati all’ONU, oltre ai due Stati osservatori, Santa Sede e Palestina. Praticamente tutta l’Africa con 57 paesi. In totale il 55% della popolazione mondiale che con la recente Conferenza di Kampala2 è passata da una politica centrata sulla collaborazione Sud-Sud a una posizione che considera ostile e pericolosa la politica dei paesi del Nord del mondo. Senza considerare che tra i paesi presenti nel Movimento come osservatori – dunque oltre i 120 paesi – ci siano grossi calibri come la Cina, la Russia, il Brasile e l’Argentina, il Messico e l’Ucraina. Il Movimento dei non Allineati si è strutturato nel 1965, ma era nato su iniziativa di Tito, Nasser, Nkrumah, Sukarno e Nehru con la Conferenza di Bandung del 1955. Oggi fanno parte del Movimento: in Africa i paesi del Maghreb e tutti quelli dell’Africa subsahariana. In Asia, tra gli altri, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, India, Pakistan, Palestina, Giordania, Tailandia, India, Indonesia, Vietnam, Uzbekistan. In America Latina, tra gli altri, Cile, Colombia, Venezuela, Cuba, Haiti, Equador, Nicaragua, Jamaica, Perù. In Europa sono membri solo la Bielorussia e l’Azerbaijan, oltre alla Russia come osservatore
Dal 1961 sostiene, contro gli USA, l’autodeterminazione di Porto Rico; dal 1973 quella del Sahara.
Ha criticato molti aspetti della politica estera USA, dalle guerre al terrore all’invasione dell’Iraq.
Ha sviluppato la cooperazione Nord-Sud. Nella lista degli attuali Comitati, working group e task force, il Comitato Palestina occupa il 1° posto.
I paesi che fanno parte del Movimento sono diversi e su molte cose divisi, ma negli ultimi anni sono tornati a incidere concentrandosi su questioni di principio sulle quali hanno un ragionevole livello di omogeneità: tra questi la Palestina, il Sahara e Timor; ed è un’agenda diversa da quella proposta, per non dire imposta dall’Occidente.
La caduta dell’URSS nel 1991 sembrava l’avesse ridotto all’inutilità e all’impotenza di fronte allo strapotere dell’unico imperialismo rimasto in campo, quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati concentrati in Europa e nell’area del Sud-Est asiatico e del Pacifico. Il 20 gennaio in conclusione dei lavori l’Assemblea ha approvato l’appello del ministro degli esteri del Lesotho per un cessate il fuoco immediato, l’istituzione di corridoi umanitari sicuri e il ritorno ai confini del 1967.
Dunque le grandi manifestazioni di piazza in giro per il mondo, quelle che l’Occidente fa finta di non vedere, non sono più sole.
L’intervento del Sudafrica e non – ad esempio, dell’Algeria – sta a significare questo: noi negri sudafricani per secoli abbiamo avuto conflitti persino più gravi dei vostri e li abbiamo risolti in maniera opposta alla vostra, anche quando i rapporti di forza si erano rovesciati e sugli oppressori bianchi avrebbe potuto consumarsi una terribile vendetta.
Noi non lo abbiamo fatto e voi lo state facendo e questo è il motivo del dissidio tra i nostri due stati, tra la causa dell’umanità e la vostra: senza dimenticare che ai tempi dell’apartheid eravate dalla parte degli oppressori criminali, al punto che li avete aiutati a costruire la bomba atomica. Con quali intenzioni? Il Sudafrica era il paese dell’apartheid e dell’oppressione razziale più vergognosa voi avete proclamato lo stato ebraico democratico, ma come può essere essere democratico uno stato che esclude dai diritti democratici la metà dei suoi cittadini non ebrei o quelli che un domani decidessero di abbandonare l’ebraismo sionista?
Molti anni fa ai tempi della dolorosa guerra d’Algeria si ebbe un precedente storico sul quale molti potrebbero riflettere. Nell’agosto del 1955 la guerra di Algeria, che i francesi si ostinavano a chiamare “disordini” (hanno cambiato il nome solo nel 1999) durava da quasi un anno e la risposta francese era chiara: repressione, violenze e torture. Nessuno spiraglio.
Fu in quelle circostanze che si verificò quella che è passata alla storia come l’insurrezione di Costantina del 20 agosto 1955, promossa dal FLN della Wilaya di Costantina e guidata dai soldati dell’ALN armati e in divisa. Fu una rottura di tutti i ponti e di tutti i tabù: il passo da cui non si poteva più tornare indietro anche perché era preventivamente chiaro che la repressione sarebbe stata terribile e la davano per scontata sia i dirigenti che le masse che parteciparono numerose all’insurrezione. Qualcosa che somiglia molto all’azione di Hamas del 7 ottobre 2023. Fu abbattuto il tabù che gli europei si colpiscono solo se armati: da quel momento tutti gli europei, donne e bambini compresi, diventavano un bersaglio. Tutti gli europei erano nemici, tutti gli algerini erano nemici degli europei.
Il comandante del Nord Costantinois si chiamava Youssef Zighoud. Con i suoi uomini aveva mangiato lumache e poco altro per mesi e mesi dopo la Toussaint. Si rendeva conto che la situazione era tutt’altro che favorevole. La reazione dei francesi era stata massiccia, violenta e sanguinosa: le esecuzioni extragiudiziali sul posto, la tortura come metodo, le deportazioni di massa e individuali, le punizioni collettive. E non era l’unico elemento di debolezza. I contatti tra i comandanti delle cinque Wilaya che pur ne avevano uno erano intercettati. La riunione che doveva avere luogo all’inizio del ’55 non c’era stata e si farà con quasi un anno di ritardo; lo stesso valeva per i contatti con l’esterno, con il piccolo gruppo che rappresentava l’FLN al Cairo; armi e denari non ne arrivavano; l’ALN era totalmente sulla difensiva. Zighoud aveva anche avuto sentore che erano in corso colloqui ad Algeri dei moderati con il governatore Soustelle. La decisione di Zighoud fu solitaria, la proposta decisa coi suoi uomini e per settimane il FLN di Costantina preparò la popolazione a un’insurrezione generale. I contadini furono convinti a partecipare; le armi, così importanti in una società patriarcale come segno di virilità, vennero tutte sequestrate, con le buone e con le cattive. Alla gente si spiegò che, con i soldati dell’ALN in prima fila, era arrivato il momento di vendicare senza pietà i martiri dell’8 maggio 1945. Nessun europeo doveva sentirsi al sicuro, a nessuno veniva concessa la grazia. E, miracolosamente, il piano funzionò. Il 20 agosto furono decine le manifestazioni di massa, con decine di migliaia di fellagha che dai loro villaggi invasero i quartieri degli europei con i loro slogan e la bandiera algerina e alla testa i soldati di ALN, con le loro divise stracciate, ma stirate e pulite come se andassero a una festa. Gli europei spararono e fecero più di mille morti che pagarono con oltre cento delle loro vite.
Gli effetti delle due reciproche minacce di sterminio cominciano a vedersi. L’amico americano di Israele è furioso perché ha tutte le probabilità di perdere in modo catastrofico le elezioni. Per di più chi è all’origine della prevedibile sconfitta, l’amico Bibi, ha serie probabilità di vincere le sue elezioni, quando queste si faranno. Nel giro di pochi giorni il gigantesco apparato ideologico che era stato messo in piedi a sostegno dell’Ucraina e che la Russia non era riuscita a scalfire è stato abbattuto dal diritto di difesa e dal diritto di invasione di cui Israele si fa vanto. Il rappresentante europeo della politica estera Borrell sembra in preda alla più grave confusione mentale e non si capisce se intende scavalcare a destra il governo israeliano dicendo che sono stati loro a finanziare Hamas. Che senso dare alle sue accuse? Che il progetto di sterminio andava messo in piedi prima? Che il solo palestinese buono è quello morto? Ma su quella strada, picchia a destra picchia a sinistra, si finisce a restare invischiati in una guerra, con un’Europa guidata da Josip Borrell, che si aspetta di diventare il nuovo capo della NATO. Ipotesi che sorride a tutti i nemici del continente, a maggior ragione se si confermasse la presidenza Von der Leyen, quando lei dovesse scoprire che la guerra non è una conferenza stampa o una sfilata davanti al picchetto d’onore o un litigio con un belga maleducato.
A fronte di una vera e propria valanga di richieste di cessate il fuoco, di condanne di Israele per i suoi atti genocidari e di sostegno all’iniziativa sudafricana che ha denunciato Israele per genocidio nei confronti della Palestina in tutti i territori occupati, includendo sia Gaza che la Cisgiordania, i media occidentali hanno minimizzato o trascurato, anche se quelle sole affermazioni, ora così diffuse, fino a qualche settimana fa sarebbero costate a chi le avesse pronunciate l’immediata iscrizione in una delle tante liste di terroristi “alla carta” e la proclamazione di sanzioni distruttive.
Nel frattempo Hamas dichiara che “era necessario”. Non c’è niente da festeggiare perché prima che una vittoria è una strage di amici, parenti, figli, fratelli e sorelle morti per bombe, per fame, per sete, per malattie. Eppure mai prima di oggi, nel corso di 75 anni, la Palestina ha avuto più amici. Mai Israele è stato più solo, sottoposto all’esplicita condanna di gran parte del mondo.