Finché c’è guerra (non) c’è speranza

di Sergio Segio – Non è una buona notizia, per il mondo e in particolare per l’Europa. L’annuncio reiterato di Donald Trump di voler fuoriuscire dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) apre infatti a uno scenario inquietante, e ravvicinato dato che il ritiro diventerà effettivo tra sei mesi. Quel Trattato inibisce la presenza a terra di armi nucleari a breve e media gittata. Siglato nel 1987 da Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica, sancì la fine della Guerra Fredda e liberò l’Europa dal ricatto di ordigni che la esponessero direttamente al rischio di rappresaglie. Ora si torna indietro.

Questa pericolosa scelta, appoggiata naturalmente dalla NATO e cui si è uniformata autolesionisticamente l’Unione Europea, prima e naturale destinataria di eventuali ritorsioni da parte russa, era del resto già contenuta e prevista dal Nuclear Posture Review, il nuovo piano di difesa emanato dal Pentagono esattamente un anno fa e voluto da Trump dall’inizio del suo mandato, che fa perno sulla sostituzione degli attuali ordigni B-61 schierati dagli USA in Germania, Belgio, Olanda e Turchia (e in Italia, nelle basi di Aviano e Ghedi) con i nuovi B61-12in produzione, che verranno installati in Europa già nella prima metà delle 2020. Montate sui caccia di nuova generazione F35, queste armi considerate da “first strike” saranno dunque dislocate sul teatro europeo in dichiarata funzione anti Russia. Come rilevano diversi esperti, sviluppare armi nucleari tattiche di bassa potenza come queste, utilizzabili in conflitti regionali per attacchi “chirurgici”, abbassa la soglia di loro possibile utilizzo.

La disdetta del Trattato INF, insomma, non è una delle uscite estemporanee cui il presidente degli Stati Uniti ha abituato il mondo, ma l’ultima tappa di una precisa strategia, che il senatore democratico Edward Markey ha definito, appropriatamente, una «roadmap per la guerra nucleare», istruita da Trump, «che vuole nuove armi nucleari e altri modi per usarle».

L’Apocalisse prossima ventura

Non vi è – purtroppo – alcuna enfatizzazione in queste considerazioni, condivise da numerosi addetti ai lavori, a partire dagli scienziati della rivista “Bulletin of the Atomic Scientists” dell’Università di Chicago, che dal 1947 hanno dato vita al Doomsday Clock: un orologio simbolico che indica la distanza temporale stimata dall’Apocalisse; sino al 2007 il livello di pericolo che faceva spostare i minuti dipendeva unicamente dal rischio di guerra atomica, ma da quell’anno gli scienziati considerano anche i cambiamenti climatici quali eventi in grado di distruggere l’umanità. Dal gennaio 2018, per la seconda volta in sessant’anni, l’orologio segna il punto di pericolo sinora più alto raggiunto: due minuti alla mezzanotte del mondo. Vi ha dedicato uno dei suoi ultimi libri il linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky, che afferma di temere in questa fase storica uno scontro nucleare e che cita al riguardo le identiche preoccupazioni di William Perry, uno dei maggiori strateghi atomici contemporanei, con molti anni di esperienza ai livelli più alti della pianificazione bellica: «Perry è un uomo riservato, cauto e non incline alle esagerazioni, tuttavia, pur essendo in pensione, è tornato sulla scena per dichiarare ripetutamente e con forza di essere terrorizzato dalle minacce estreme e crescenti e dalla mancata volontà di affrontarle. Per dirla con le sue parole: “Oggi il rischio di una qualche forma di catastrofe nucleare è più grave che durante la Guerra fredda, e la maggior parte delle persone ne è beatamente inconsapevole”» (Noam Chomsky e Laray Polk, 2 minuti all’apocalisse – Guerra nucleare e catastrofe ambientale, Piemme, 2018).

Daniel Ellsberg è invece stato in passato tra i massimi consulenti del Pentagono e della Casa Bianca, per la quale redasse appunto ipotesi e piani di guerra nucleare. Anch’egli ritiene che vi siano rischi attuali e concreti di conflitto atomico. Ha scritto recentemente un libro (The Doomsday Machine: Confessions of a Nuclear War Planner, Bloomsbury Press, 2017) dove rivela che gli Stati Uniti hanno elaborato a tutt’oggi piani per l’attacco first strikecontro Russia e Cina e che il potere decisionale di iniziare un conflitto nucleare non appartiene solo al presidente, come normalmente si ritiene, ma anche ai comandanti militari che ne vengono delegati.

Secondo i dati del SIPRI, gli Stati Uniti già ora detengono il maggior numero di ordigni nucleari: 6.450, di cui 1.750 dispiegati, cioè pronti all’uso, su 14.465 a livello mondiale, di cui 3.750 dispiegati; sono nove nel mondo i Paesi che le posseggono, ma solo quattro USA, Russia, Regno Unito e Francia hanno testate operative.

Questo terribile armamento è ora a disposizione di Donald Trump, il che non può che aumentare le preoccupazioni. L’esuberante inquilino della Casa Bianca, secondo alcune indiscrezioni, nel marzo 2018 avrebbe licenziato il Segretario di Stato Rex Tillerson, sostituendolo con l’ex capo della CIA Mike Pompeo, non solo per differenti visioni sulla politica estera ma per il fatto che Tillerson gli avrebbe dato del «deficiente» dopo che in una riunione il presidente continuava a porre con insistenza la domanda: «Se abbiamo armi nucleari, perché non le usiamo?» (Amy Goodmane Juan González, Daniel Ellsberg Reveals He was a Nuclear War Planner, Warns of Nuclear Winter & Global Starvation, in “Democracy Now!, 6 dicembre 2017).

Un interrogativo, quello di Trump, forse meno stupido e peregrino di quel che può sembrare. Giacché la grave novità della strategia del Pentagono e delle armi tattiche ormai in fase di realizzazione e di prossima dislocazione è esattamente quella di superare la tradizionale funzione di deterrenza, propria della prima Guerra Fredda. Per la prima volta non è remota l’ipotesi che quelle armi intendano essere utilizzate e possano effettivamente esserlo.

La notazione di Ellsberg sul fatto che possono essere i militari a innescare un conflitto anche atomico, ci dice come alla base di queste strategie in attovi siano poteri e interessi non riconducibili direttamente o prioritariamente alla sfera politica. O, meglio, ci suggerisce che nella sfera della decisione politica sono stabilmente ed efficacemente rappresentati quegli interessi, spesso inconfessabili. L’attuale amministrazione USA è zeppa di contractordella Difesa e di lobbisti con posizioni chiave nel governo, a partire dal Segretario alla Difesa Patrick Shanahan, in precedenza alto dirigente della Boeing, incaricato di vendere elicotteri ed equipaggiamenti militari all’esercito americano. Altro che semplice conflitto di interessi: è un collaudato sistema di porte girevoli tra politica e affari, tra governo, alti gradi militari e aziende del bellico e della sicurezza.

Gli appetiti insanguinati dell’industria militar-securitaria

Nulla di nuovo, per certi versi. Le strategie di aumento delle spese militari e di costante interventismo armato da parte degli Stati Uniti in ogni parte del globo sono di antica data e travalicano le diverse amministrazioni, affondando le proprie radici in quel “complesso militar-industriale” la cui «ingiustificata influenza», palese e occulta, era stata denunciata dal presidente Dwight D. Eisenhower nel suo Discorso di addio alla nazionedel 17 gennaio 1961; “complesso” che non si era rassegnato alla fine della “guerra fredda”, non ha mai demorso e si è anzi rafforzato e globalizzato e che, lo vediamo, interviene con successo per il riarmo atomico e per alimentare all’infinito quella spirale guerra-terrorismo-guerra che si è incardinata stabilmente dal settembre 2001, aprendo sempre nuovi fronti sino a quello contro l’Iran, da tempo all’ordine del giorno, messo in stand by da Obama ma ora rinvigorito da Trump. Nelle mire geopolitiche e imperiali nordamericane, peraltro, anche il conflitto contro Teheran è da intendersi quale tappa necessaria per il confronto finale con la Cina. È questo paese, infatti, non la indebolita Russia che turba i sonni e che minaccia lo storico predominio economico e militare degli USA. Un predominio che si intende difendere e riaffermare a ogni costo.

Corsa agli armamenti e interventismo bellico che riguardano direttamente anche gli alleati degli Stati Uniti, Unione Europea per prima, sollecitata, come gli altri aderenti alla NATO, all’aumento delle spese militari, tanto da aver recentemente stabilito di apportare al Fondo europeo della difesa un’ulteriore dotazione di 10,5 miliardi di euro fuori dal bilancio per nuovi investimenti in materia. Un Fondo lievitato da 590 milioni a 13 miliardi e indirizzato alla ricerca di nuovi sistemi d’arma, tra cui i droni attraverso cui militarizzare le frontiere in funzione anti-migrazioni. L’industria bellica, quella della sicurezza e della vigilanza sulle frontiere hanno numerosi punti di contatto e di sovrapposizione, avendo i medesimi e intrecciati interessi. Vale anche per l’Italia, la cui missione militare in Niger, al solito sfrontatamente dichiarata “umanitaria”, decisa senza alcun passaggio parlamentare dallo scorso governo Gentiloni e confermata da quello attuale, ha l’obiettivo di proseguire nella politica di esternalizzazione e blindatura delle frontiere, arretrandole ulteriormente rispetto alla Libia e destinando allo scopo ingenti risorse europee, a beneficio e profitto del “complesso securitario-industriale”,variante e appendice di quello militare.

Le guerre al tempo della post-verità

Talvolta il cinema supplisce alle reticenze dell’informazione e ai buchi neri della memoria pubblica. È così anche per il recente Vice – L’uomo nell’ombra, del regista Adam McKay, che racconta la scalata al potere di Dick Cheney, Segretario alla Difesa con George Bush senior durante la prima guerra del Golfo e poi vicepresidente degli Stati Uniti al tempo della seconda e dell’invasione dell’Iraq. Nonché, in precedenza, ai vertici della Halliburton, multinazionale con interessi in campo petrolifero e della sicurezza che, naturalmente, ha visto i propri affari ingigantirsi grazie alla guerra contro Saddam Hussein.

Il film mostra come il grumo di interessi bellici ed energetici di cui anche George W. Bush junior è stato interprete, beneficiario e pedina al tempo stesso non receda di fronte a niente e di come nulla sia comunque in grado di frenarlo. È a quegli avvenimenti, con la costruzione a tavolino delle “prove” false contro Saddam che consentissero l’attacco e l’occupazione del paese petrolifero, che si può forse fare risalire quel definitivo divorzio dalla verità e fattualità che con la presidenza Trump pare ora aver raggiunto vette di inedito pericolo ed estensione.

Ciò che nel film non emerge però a sufficienza è che quelle scelte belliche erano motivate non solo e non tanto dalla bramosia di potere di un singolo quanto da tempo programmate e sollecitate da un gruppo neocon, mascherato da istituto di ricerca, dal nome indicativo: Project for a New American Century. Gruppo che nel 1997 aveva avuto tra i fondatori lo stesso Cheney, oltre a quel John Bolton che ritroviamo ora alla Casa Bianca con Trump nel delicato ruolo di Consigliere per la sicurezza nazionale, tra l’altro assai attivo per una soluzione aggressiva e golpista della crisi venezuelana in corso. La compagnia di giro è spesso la stessa, identici sono gli appetiti, via via perfezionato il meccanismo delle porte girevoli.

Come abbiamo già riepilogato altrove, si tratta di strategie messe a punto a tavolino, nei diversi think tankespressione di quel rinnovato complesso militar-industriale che dirotta enormi risorse pubbliche verso il warfare e le corporation private che se ne alimentano, determinando e influendo al contempo sulle sorti del mondo. Risorse enormi, se pensiamo che i costi complessivi a carico dei contribuenti americani della sola guerra in Iraq sono stati infine stimati in ben tremila miliardi di dollari. Cifre che, dunque, ci aiutano a comprendere anche di quale smisurato potere godano tali gruppi politico-affaristici. E di come la sfera della politica ne risulti condizionata e spesso asservita, a tutti i livelli e in tutti i paesi: o direttamente con l’assunzione di ruoli governativi da parte di rappresentanti di quel “complesso” o attraverso l’antico e sempre funzionante meccanismo della corruzione.

Il settore degli armamenti – assieme all’energetico col quale è spesso intrecciato – è infatti quello che garantisce maggiori profitti e, per definizione, minore trasparenza.

Vale anche per l’Italia, dove nel 2017 il valore complessivo delle autorizzazioni per l’export bellico è stato di 10,72 miliardi di euro, al 48% indirizzati verso Nord Africa e Medio Oriente, talvolta in barba alla legge n. 185/1990, dato che gli ordigni fabbricati in Sardegna vengono utilizzati da uno dei nostri più affezionati clienti, l’Arabia Saudita, anche per bombardare la popolazione civile yemenita. Nei bilanci di quell’insanguinato e infame commercio è contenuta anche la specifica voce di costo «intermediazione», che ha visto da ultimo un’esplosione: 531 milioni di euro (+1.300%). È facile immaginare cosa si possa nascondere dietro quella definizione e quei costi. Lo denunciano le associazioni e quelle ONG contro le quali, non a caso, è in atto una continua e virulenta campagna di criminalizzazione e delegittimazione da parte del governo in carica, così come da quello precedente: «Dalle Tabelle ufficiali governative si può desumere come MBDA Italia abbia richiesto licenza di “intermediazione” per 178 milioni di euro relativamente ai missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l’intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri) e Leonardo per 171 milioni a riguardo dei caccia Eurofighter verso il Kuwait. Chiarire specificamente a cosa si riferiscano tali cifre è cruciale per ottenere la giusta trasparenza in un mercato, quello degli armamenti, ai vertici delle classifiche di corruzione internazionale secondo tutte le stime» (Rete italiana per il Disarmo, Export armi 2017: oltre 10 miliardi di autorizzazioni in maggioranza verso le aree critiche del mondo, 7 maggio 2018).

Ma, purtroppo, chiedere trasparenza a quel turpe mercato è come chiedere a una iena di farsi vegetariana. E al “complesso” militar-industriale di divenire pacifista.

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