C’è qualcosa di profondamente seducente, quasi ipnotico, nella promessa che accompagna EU Inc.: fondare un’impresa in 48 ore, con meno di 100 euro, senza capitale minimo e con validità in tutta l’Unione europea. È il tipo di slogan che sembra scritto apposta per un’Europa che da anni si guarda allo specchio e si scopre lenta, frammentata, incapace di trattenere i propri innovatori. Ed è proprio su questa frustrazione che la Commissione costruisce il racconto di una svolta, di una “rivoluzione pragmatica” che dovrebbe finalmente trasformare il mercato unico da idea incompiuta a realtà operativa.
Il punto di partenza, in effetti, è difficilmente contestabile. Oggi fare impresa in Europa significa attraversare un mosaico normativo fatto di 27 sistemi giuridici e decine di forme societarie diverse, con tempi e costi che spesso scoraggiano proprio quelle realtà più dinamiche che l’Unione dice di voler attrarre. In questo senso, EU Inc. intercetta un problema reale e lo traduce in una proposta che, almeno sulla carta, appare lineare. Ma è proprio qui che il racconto comincia a incrinarsi, perché la soluzione proposta si inserisce in una fase politica più ampia che non può essere ignorata, una fase in cui la Commissione von der Leyen ha scelto di mettere la competitività al centro della propria azione, ridefinendo implicitamente anche il rapporto tra interessi economici e interesse pubblico.
I numeri raccolti dalle Ong europee che si occupano di trasparenza [1]raccontano molto più delle dichiarazioni ufficiali. Negli incontri dei gabinetti dei commissari, il 40% è avvenuto con rappresentanti di imprese e il 29% con associazioni industriali, mentre solo il 16% ha coinvolto la società civile organizzara . Non è solo una questione di equilibrio formale, ma di direzione politica. Quando il processo decisionale si inclina in modo così netto verso gli attori economici, il rischio di cattura delle politiche pubbliche smette di essere un’ipotesi teorica e diventa una possibilità concreta. Ancora di più se a questo si aggiungono nuovi spazi di consultazione costruiti in modo opaco, che finiscono per rafforzare ulteriormente il peso delle grandi imprese nel processo legislativo, mentre le organizzazioni della società civile, i sindacati e il mondo accademico faticano a trovare un accesso reale e significativo.
È dentro questo contesto che EU Inc. cambia natura. Non è solo uno strumento tecnico per semplificare il mercato unico, ma un tassello di una strategia più ampia che punta a ridurre vincoli e accelerare processi in nome della competitività. Ed è proprio osservando la struttura concreta della proposta che emergono le criticità più profonde, quelle che rischiano di trasformare la promessa iniziale in una trappola delle corporation.
Perché EU Inc., nonostante il nome e le ambizioni, non crea affatto un vero diritto societario europeo unitario. Le imprese continueranno a essere registrate in uno Stato membro, resteranno soggette alle sue norme fiscali e sociali e continueranno a dipendere dai suoi controlli legali e notarili. In altre parole, il cosiddetto “28° regime” non supera i sistemi nazionali, ma si limita a innestarsi su di essi senza sostituirli davvero. È un’aggiunta, non una trasformazione. Ed è qui che la promessa di semplificazione rischia di rovesciarsi nel suo contrario, perché invece di eliminare la frammentazione si crea un ulteriore livello normativo che si sovrappone a quelli esistenti.
Questo elemento non è secondario, ma centrale. Perché introduce un rischio già denunciato da molti osservatori: quello di costruire un sistema apparentemente uniforme che, nella pratica, resta profondamente differenziato. E da questa ambiguità discende un altro timore, forse ancora più concreto, quello dell’arbitrarietà regolatoria. Se un’impresa può scegliere liberamente in quale Paese costituirsi pur operando in tutta l’Unione, cosa impedirà che selezioni gli ordinamenti più permissivi, quelli con minori vincoli fiscali o con tutele del lavoro più deboli? È una dinamica già vista in altri ambiti europei, e qui rischia di amplificarsi.
Il fantasma del cosiddetto “shopping normativo” non è un dettaglio tecnico, ma una questione politica di primo piano. Perché apre la strada a una competizione tra Stati membri non più basata sull’innovazione o sulla qualità del sistema economico, ma sulla capacità di offrire il quadro regolatorio più conveniente. In questo scenario, la promessa di un mercato unico rischia di trasformarsi in una corsa al ribasso, con effetti distorsivi sulla fiscalità, sui diritti sociali e sulla stessa concorrenza. Non più integrazione, ma frammentazione competitiva.
Ma c’è anche di peggio. Commissione continua a sostenere che i diritti dei lavoratori resteranno pienamente protetti, ma nel testo mancano garanzie giuridiche chiare e vincolanti che impediscano pratiche elusive. La bozza di regolamento presentata dalla Commissione lascia scoperto un punto cruciale, perché non contiene disposizioni giuridiche capaci di impedire alle future “28th companies” di sottrarsi a obblighi fondamentali: nulla vieta esplicitamente di rifiutare ispezioni sul lavoro, di aggirare il diritto nazionale e i contratti collettivi, di sostituire salari e contratti con stock option, di ignorare i diritti dei lavoratori all’informazione e alla consultazione nei processi di ristrutturazione, di indebolire la loro rappresentanza nei consigli di amministrazione o persino di eludere contributi sociali e imposte. È su questa assenza che si concentra la critica della Confederazione europea dei sindacati, che chiede una riscrittura della proposta per allinearla alle dichiarazioni della stessa Commissione sulla piena tutela dei diritti del lavoro, perché un’intenzione politica, se non è sostenuta da norme chiare e vincolanti, resta poco più di una promessa priva di garanzie reali.
In un contesto già segnato da difficoltà di messa a terra, questa omissione lancia un segnale preoccupante. Non perché si presuma automaticamente la mala fede delle imprese, ma perché la regolazione europea si è storicamente costruita proprio per prevenire comportamenti opportunistici, non per ignorarli. E qui la questione si allarga ulteriormente. Perché EU Inc. non arriva in un vuoto politico, ma in una fase in cui la deregolazione è diventata una parola chiave dell’azione europea. I pacchetti Omnibus, la riduzione degli obblighi normativi, la revisione degli standard di sostenibilità sono tutti elementi che contribuiscono a definire un orientamento preciso. La semplificazione viene presentata come una necessità tecnica, ma sempre più spesso appare come una scelta politica che privilegia alcune priorità rispetto ad altre.
Il rischio, allora, è che dietro l’obiettivo legittimo di rendere l’Europa più competitiva si nasconda una ridefinizione più profonda del rapporto tra mercato e diritti. Le stesse preoccupazioni emergono quando si guarda oltre il diritto societario, verso ambiti come la tutela ambientale, la sicurezza alimentare, la protezione dei dati. L’indebolimento di alcune normative, giustificato in nome della semplificazione, rischia di tradursi in una maggiore esposizione dei cittadini a rischi concreti, dalle sostanze chimiche persistenti all’inquinamento, fino agli effetti di tecnologie poco regolamentate.
In questo quadro, colpisce anche la distribuzione delle risorse e delle responsabilità. Le industrie più inquinanti hanno generato profitti enormi negli ultimi anni, distribuendo la maggior parte agli azionisti, eppure continuano a essere al centro delle politiche di sostegno. Non sembra mancare il capitale, quanto piuttosto una sua riallocazione coerente con gli obiettivi di transizione ecologica e sociale. E questo rende ancora più evidente la contraddizione tra la retorica della competitività e la realtà delle scelte politiche.
Alla fine, EU Inc. si presenta come una riforma necessaria ma incompleta, ambiziosa ma attraversata da tensioni irrisolte. La sua promessa di semplificazione si scontra con una struttura che resta frammentata, il suo obiettivo di integrazione con il rischio di nuove disuguaglianze regolatorie, la sua vocazione pro-impresa con l’assenza di garanzie sufficienti per bilanciare gli interessi in gioco.
La domanda, allora, non è più solo se sarà possibile aprire un’impresa in 48 ore. È se l’Europa che emerge da questa trasformazione sarà ancora quella che mette al centro la protezione delle persone e dell’ambiente, o se avrà scelto, consapevolmente o meno, di ridefinire le proprie priorità a partire dalle esigenze del mercato, sempre più condizionato da un pugno d’imprese multinazionali, affaristi e politicanti in svendita, mascherati da paladini blustellati.
Monica Di Sisto
[1] https://corporateeurope.org/en/2026/02/trade-union-and-ngo-coalition-calls-out-corporate-shadow-roadmap-dictating-eu-agenda
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Gentile Monica Di Sisto, dalla chiusura dell’articolo ( strani refusi suggeriscono un uso non del tutto umano della generazione testuale)
apparirebbe che finora la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen abbia agito per tutelare le persone e l’ambiente e, solo ora, rischierebbe di piegarsi agli interessi delle poche aziende multinazionali che potrebbero, Dio non voglia, approfittare della disparitá di normative fiscali e di tutele del lavoro dei 27 Stati dell’UE.
Chat GPT e gli altri generatori testuali, in quanto strumenti venduti o offerti da quelle stesse multinazionali che estraggono profitti dai mercati europei, sono molto più indulgenti delle opposizioni politiche di cui facciamo parte verso la politica economica della UE. Il problema del potere delle lobby non è un rischio ma una realtá da sempre, e non sono certo le deboli e conniventi organizzazioni della societá civile a poterle bilanciare.
Austeritá e deregolamentazione sono due facce della stessa economia neoliberista in atto da almeno due decenni.
Ora, di fronte alla crisi nera che si prospetta, si offrono nuove opportunitá di speculazione. I Socialisti e Democratici potrebbero sfiduciare la Commissione, no?