il 30 maggio prossimo terremo l’annuale assemblea di transform! italia presso la Città dell’Altraeconomia a Roma. Sarà un momento di incontro per chi condivide uno spazio di discussione come il nostro e per chi voglia partecipare a farlo crescere.
qui una prima stesura del testo con cui chiediamo di confrontarci.
Assemblea annuale 2026
Transform! Italia
È ora dell’Altra Europa.
Welfare e non warfare.
Comunità costituzionale di pace e diritti e non unione di governanti, imprese e mercati.
Scenario globale
Il quadro globale è sotto la spada di Damocle degli effetti derivati dall’intrecciarsi e sovrapporsi di conflitti militari dalle conseguenze sempre più drammatiche. Dopo la guerra in Ucraina, che prosegue ormai da quattro anni, abbiamo assistito al genocidio dei palestinesi a Gaza. Ora l’iniziativa di Trump e Netanyahu, con il bombardamento congiunto dell’Iran e, da parte della sola Israele ma con il via libera statunitense, del Libano, non solo ha prodotto vittime e danni pesantissimi alle strutture civili, ma sta avendo un pesante impatto economico a livello globale.
Segnalavamo l’anno scorso che la guerra rischia di diventare la “nuova normalità” senza che necessariamente si trasformi in conflitto globale come furono la Seconda e, in misura minore, la Prima. Alle porte non è tanto la “Terza guerra mondiale”, quanto un sovrapporsi di conflitti locali che instaurano una sorta di “guerra in permanenza”.
Senza introdurre rigidi determinismi che renderebbero lo stesso ricorso alle armi (che è sempre frutto di una “decisione” politica), un inevitabile automatismo di una serie di condizioni strutturali, non c’è dubbio che occorre cogliere le tendenze di fondo entro le quali le guerre si scatenano. Certamente sarebbe necessario ricostruire la crisi del capitalismo globalizzato a partire dalle crescenti contraddizioni che lo hanno attraversato nella fase 2008-2010 e come questa si sia tradotta in una crisi di egemonia delle classi dominanti.
La globalizzazione ha prodotto un cambiamento dei rapporti di forza tra le grandi potenze economiche, commerciali e tecnologiche, con la reazione degli Stati Uniti al rischio percepito di un declassamento del proprio primato. Accanto a ciò, classi sociali sempre più estese, soprattutto nei paesi con un capitalismo di più lunga durata, vivono un peggioramento delle proprie condizioni di vita o quantomeno una condizione di permanente insicurezza sulle proprie aspettative.
Le classi dominanti si sono per una parte spostate a destra, cavalcando le spinte etno-nazionaliste e xenofobe presenti in molti paesi e per altra parte si sono frammentate sulla base di un complesso gioco di interessi nazionali. Questo ci ha condotto da una fase di unilateralismo a guida statunitense basate su guerre ai margini dell’impero nei confronti dei pochi Stati rimasti recalcitranti, ad una serie di conflitti nei quali, oltre alla volontà degli Stati Uniti di usare la guerra come strumento di riaffermazione del proprio predominio, anche ad un moltiplicarsi di nuovi Stati che aspirano ad una propria area di influenza gestita con la forza.
Abbiamo anche assistito al dipanarsi del caso Epstein che ha coinvolto un’élite bianca, maschile e ricca. Un’élite espressione di una cinica cultura patriarcale e una spudorata esibizione di un potere maschile sul corpo delle donne ad opera di uomini potenti in grado di governare e condizionare, sul piano politico, economico, culturale, le vite di moltissime persone. Un’élite che non è una deviazione mostruosa del capitalismo, ma il suo volto più coerente. Un sistema di potere economico e politico dove il corpo di chi è più vulnerabile può diventare terreno di appropriazione: non solo come forza lavoro, ma come vita a disposizione del più forte.
Due questioni di fondo andrebbero fatte oggetto di riflessione: i cambiamenti avvenuti o in corso nelle forme delle guerre e il reale contenuto di un multipolarismo invocato retoricamente ma poco analizzato.
Sulla prima questione abbiamo avuto l’uso sempre più estensivo e sofisticato dei droni e connesso a questo e ad altri aspetti militari, l’uso sempre più esteso dell’Intelligenza Artificiale. Dopo la seconda guerra mondiale avevamo avuto la bomba atomica prima e la bomba nucleare poi a modificare il senso della guerra dato che questa avrebbe messo in questione la sopravvivenza dell’umanità. Ora, mentre resta il pericolo atomico e lo si è visto con la minaccia di Trump all’Iran di cancellare un’intera civiltà, si introducono nuove forme di guerra che consentono di colpire in modo sempre più esteso le infrastrutture civili e quindi le condizioni stesse della vita. Le guerre non vengono più dichiarate formalmente e tendono a cronicizzarsi. Quasi mai finiscono con la vittoria di una delle parti.
Il secondo elemento sul quale sarebbe utile sviluppare la riflessione è il reale contenuto del “multipolarismo”. Questo sarebbe certamente positivo se basato sulla presenza di organismi di regolazione internazionale (l’ONU e tutto il suo sistema di organizzazioni), strumenti di sicurezza condivisa (come gli accordi di Helsinki per l’Europa) e processi diffusi di democratizzazione sociale. Ma il “multipolarismo” che si sta affermando è costituito soprattutto dall’emergere di potenze militari che creano aree di controllo sul proprio ambito geografico, attraverso l’esaltazione degli armamenti e la prepotenza rivendicata come diritto. Si pensi al ruolo di Israele che rivendica di potere garantire la propria “sicurezza” attraverso la distruzione di tutti gli Stati confinanti e anche oltre.
La stessa Russia di Putin ha deciso di risolvere alcune questioni di sicurezza che avevano una qualche legittimità (l’opposizione all’inserimento dell’Ucraina nella NATO e la tutela della minoranza russofona) avviando una scalata militare che ha reso decisamente più complicato il quadro delle relazioni statali e innestato un conflitto da cui non sa più esattamente come uscirne.
Un “multipolarismo” che sia solo il prodotto della tutela armata dei singoli progetti statali non è affatto garanzia di pace, ma al contrario ci riporta alla situazione dell’Europa che precedeva la Prima guerra mondiale e che poi si ripropose, a partire dalla mancata soluzione delle contraddizioni che questa aveva prodotto, nello scatenarsi della Seconda.
La normalizzazione della guerra non può essere separata dall’affermarsi di tendenze autoritarie diffuse sia nell’Occidente che nel cosiddetto “sud globale” perché con la globalizzazione capitalista le differenze strutturali attraversano questi che non sono veri e propri campi contrapposti. L’ascesa economica di una serie di paesi fa sì che questi rivendichino un maggior peso nella costruzione di nuovi equilibri globali. Come abbiamo verificato con gli accordi tra l’India e l’Unione Europea, e la sollecitazione del Brasile all’approvazione del MercoSur, gli interessi dei diversi capitalismi nazionali portano a relazioni differenziate e intrecciate e non alla formazione di nuovi blocchi globali. Per i quali per altro manca la base ideologica comune che aveva alimentato la contrapposizione tra blocco socialista e blocco capitalista.
Ruolo dell’Unione Europea
La leadership dell’Unione Europea (della quale fanno parte la Commissione e i principali Stati nazionali) ha dovuto affrontare una serie di crisi sia interne che derivate dal mutamento dello scenario globale. Fino ad un certo momento si è potuto pensare, che lo si auspicasse o meno, che si fosse avviato un inevitabile processo di disgregazione che rimettesse in campo gli Stati nazionali. Al momento si può ritenere come scenario più probabile che, nonostante le contraddizioni interne, l’Unione Europea reggerà e per diversi aspetti diventerà il terreno principale del conflitto politico e sociale.
L’UE ha dovuto fare i conti con la crisi del modello economico a guida tedesca, fortemente improntato alle esportazioni. Quali sono le linee di iniziativa con cui l’UE ha cercato di rispondere: 1) sviluppo di accordi mercantilisti con paesi del sud del mondo per mantenere un modello basato sul libero commercio; 2) politiche di riarmo da utilizzare sia per accrescere il proprio peso in uno scenario globale di guerra latente e permanente che come strumento per la reindustrializzazione e l’adeguamento tecnologico; 3) realizzazione del cosiddetto 28° regime che supera le limitazioni persistenti negli Stati nazionali, creando un nuovo “Stato virtuale” nel quale le imprese possano muoversi libere da vincoli, compresi quelli riguardanti i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
A questi indirizzi si accompagnano la derubricazione del “green deal” e l’introduzione di politiche anti-immigrati. Queste sono frutto in parte degli interessi del capitale, in parte del tentativo della destra tradizionale di creare una nuova coalizione politica che assorba una parte almeno dell’estrema destra.
Avremo ancora a che fare con l’Unione Europea come luogo di potere reale. La stessa sconfitta di Orban in Ungheria e i molti “pentimenti” britannici dopo la Brexit, rendono abbastanza chiaro che alla fine le spinte a restare nell’Unione tenderanno a prevalere.
Questo fatto impone la necessità di delineare un progetto europeo, da parte di sinistre radicali e movimenti sociali alternativi, che finora risulta largamente inadeguata.
Sono emersi una serie di movimenti critici su questioni importanti. L’opposizione alla visione mercantilista del libero commercio mondiale e alla politica di riarmo hanno suscitato delle mobilitazioni ma in modo ancora molto sparso e inadeguato a pesare sulla direzione politica effettiva. Pensare ed agire nella dimensione europea è tornata ad essere una condizione fondamentale per rimettere in campo una capacità di influire sui centri di potere e delle opinioni pubbliche sul “senso comune” delle opinioni pubbliche. Al momento solo un governo europeo, quello spagnolo, presenta alcune posizioni politiche difformi dalle tendenze prevalenti in Europa.
Su molti temi la sinistra alternativa è divisa e in molti casi tende a guardare prevalentemente alla dimensione nazionale, considerando quella europea come secondaria.
La necessità di rilanciare movimenti a dimensione europea e a costruire, a partire anche dal lavoro del Partito della Sinistra Europea una piattaforma politica continentale che definisca obbiettivi comuni sembra un obbiettivo irrinunciabile. Un’iniziativa importante è prevista a Bruxelles per il 14 giugno e può essere un momento importante di sviluppo di un movimento europeo. In tale direzione si sono già mosse le mobilitazioni di StopRearm e NoKings.
Non si può pensare di risolvere la crisi dell’Unione Europea se non si definiscono i caratteri di fondo di una possibile e necessaria costruzione alternativa che richiede una serie di momenti di rottura con l’esistente: 1) il rifiuto di un’Europa armata come previsto da chi vuole aumentare il bilancio europeo a dimensioni astronomiche, smantellando per questo il welfare rimasto e contrapporvi invece un’Europa che lavori ad un nuovo assetto globale basato sulla coesistenza pacifica; 2) il superamento della natura oligarchica della costruzione europea mettendo al centro la necessità di una reale democratizzazione a partire dall’idea di una Costituzione europea che ripudi la guerra e si fondi sul riconoscimento dei diritti sociali fondamentali di ogni cittadino e cittadina europei; 3) il rifiuto di politiche che guardino all’interesse delle imprese fondato sul loro dominio incontrastato, sottratto ad ogni forma di direzione pubblica e contestuale allo smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
L’appuntamento italiano del 2027
Le elezioni italiane del 2027 andranno analizzate anche considerando il contesto nel quale avvengono. Si voterà in diversi paesi europei tra cui la Francia, la Spagna e la Grecia. Non si può escludere che da questo ciclo politico-elettorale l’estrema destra, parte della quale rivendica i legami storici con il fascismo tra le due guerre, esca fortemente rafforzata e si ponga alla guida di paesi fondatori dell’Unione Europea.
L’Italia ha anticipato questa tendenza con l’arrivo alla testa del governo di destra di un partito di ispirazione neofascista che si è consolidato dopo il risultato elettorale anche per effetto di una direzione prudente della Presidente del Consiglio su tutte le questioni che riteneva scivolose in termini di consenso. La netta sconfitta subita nel referendum sulla revisione costituzionale che metteva in pericolo l’autonomia della Magistratura ha aperto una crepa nella solidità di questo consenso.
Faticando a mettere in discussione le politiche trumpiane, sempre più impopolari, dai dazi alle guerre (e si aggiunga a questo l’attacco al Papa) paga anche la ricaduta negativa di questo rapporto di simpatia dell’amministrazione USA che doveva essere uno dei suoi punti di forza. Ora si assiste a qualche segnale di smarcamento che non è detto sia sufficiente.
L’esito del referendum ha manifestato una domanda politica che chiede di arginare e interrompere il progetto autoritario della destra. Per questo occorre una convergenza unitaria delle opposizioni ma anche la capacità, tutt’altro che scontata, di formulare un progetto politico chiaro e che esprima posizioni radicali su questioni decisive, sia sulle questioni globali (a partire dal giudizio sulle guerre) a quelle sociali (diritti e condizioni di vita delle classi popolari).
È centrale in termini programmatici una proposta economica che si configuri come l’effettivo cambiamento di un modello di sviluppo neoliberista che aggrava tutte le contraddizioni esistenti, da quelle sociali a quelle ambientali senza, per altro, essere nemmeno più in grado di garantire una estensione della produzione di ricchezza. Quando questa avviene è accaparrata da settori sociali sempre più ristretti. Nell’affrontare il tema dell’economia politica diviene ineludibile confrontarsi con le riflessioni e le pratiche dell’economia femminista, che non è semplicemente un’altra branca dell’economia politica, ma un altro modo di intendere il mondo. L’economia capitalista riduce il concetto di valore a quello di prezzo e quindi trasforma tutto in merce, acquistabile o vendibile nel mercato globale. L’economia femminista propone, al contrario, di considerare i sistemi economici non come spazi di libero scambio di merci ma come “reti di interdipendenza” capaci di superare le diseguaglianze, specie quelle di genere, la divisione sessuale del lavoro e la svalutazione del concetto di cura”.
Sulla dimensione europea esistono differenze significative. Chi pensa ad ampliare il ruolo dell’Europa senza una profonda democratizzazione e senza la messa in discussione del paradigma neoliberista che ha pesantemente condizionato Maastricht e tutte le politiche successive, si trova necessariamente a lasciare la direzione politica reale dell’UE in mano alla destra. Sia essa la destra tradizionale radicalizzata che l’estrema destra che era fuori dall’arco “europeista”.
Il finto “sovranismo” è in difficoltà anche se questo non implica affatto che la visione xenofoba, ultraliberista, antidemocratica dell’estrema destra sia in arretramento. L’elezione del nuovo leader ungherese non si presenta (salvo sorprese future) come una reale rottura. C’è un’estrema destra antieuropeista come c’è un’estrema destra filoeuropeista e il passaggio dall’una all’altra non è sufficiente ad aprire una nuova fase progressista.
Per sconfiggere la destra è certamente necessaria un’ampia convergenza che possa anche andare al di là della potenziale coalizione di governo. Occorre dare rappresentanza a quella parte di elettori ed elettrici che al referendum hanno detto “No” al progetto autoritario ma non sono convinti che la coalizione di opposizione sia sufficiente non solo per prevalere alle elezioni ma soprattutto per mutare su questioni importanti la direzione politica del Paese come si è andata definendo anche prima dell’entrata in funzione dell’attuale governo.
Per questo il dibattito deve essere ampio sia sulle forme del fronte unitario, sia sul suo profilo programmatico. Sapendo che, al di là di tutto, la Costituzione repubblicana e antifascista fornisce una cornice importante entro la quale poter indicare una visione e una prospettiva. A questo confronto, transform! Italia prova a fornire il proprio contributo.
