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Decapitare il nemico, ovvero la banalità del male

di Stefano
Galieni

Il 30 marzo 1976, a seguito di rivolte spontanee, sorte in seguito all’ennesimo tentativo di espropriare terre, in quella che per alcuni è la Galilea, l’esercito israeliano interveniva per ristabilire l’ordine, uccidendo 7 civili, fra cui una donna. Quel giorno divenne per le popolazioni arabe dei territori occupati nel 1948 e poi in tutta la Palestina, la Yom Al – Ard, la Giornata della Terra. In questo anniversario di resistenza, esattamente mezzo secolo dopo, la Knesset israeliana, il parlamento, ha votato definitivamente la legge che di fatto ristabilisce la pena capitale, mediante impiccagione, riservandola ai soli cittadini palestinesi. Questa di fatto non era mai stata abrogata, era eredità coloniale dell’Impero britannico, ufficialmente non più attuata, torneremo più in avanti sul senso di questo avverbio, “ufficialmente”. Il testo approvato recita testualmente che è passibile di condanna a morte “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele” Di fatto in questa maniera si istituzionalizza che gli atti simili di terrorismo, compiuti da cittadini israeliani, saranno considerati meno gravi. Già oggi le violenze dei coloni vengono discusse in tribunali civili, la resistenza palestinese in tribunali militari. La legge è stata approvata in ultima lettura con 62 voti a favore e 48 contrari. Anche il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha votato a favore; uno dei partiti ultra-ortodossi della coalizione di governo si è opposto, mentre la legge ha incassato il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman. “Abbiamo fatto la storia. Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto”, ha scritto su X Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano e leader della formazione di estrema destra Otzma Yehudit (Potere ebraico). Il testo finale prevede che il tribunale abbia la facoltà di convertire la pena in ergastolo e sarà applicata principalmente ai palestinesi nei territori occupati (sottoposti a legge militare), tanto in Cisgiordania che a Gaza e, in alcuni casi, ai cittadini arabi israeliani, ma non ai cittadini ebrei israeliani. Questo in conformità con la legge che dal 2018 definisce Israele come lo “Stato degli ebrei”, decretando una disparità legislativa nella considerazione della vita umana. Sempre secondo quanto approvato, la sentenza sarà eseguita entro 90 giorni dalla sua emissione, con una possibilità limitata di appello e restrizioni sulle commutazioni della pena, su cui vige ampia discrezionalità dei tribunali.

L’approvazione era attesa da tempo, solo il giorno prima, con una flebile nota congiunta, i ministri degli Esteri di Francia, UK, Germania e Italia, avevano osato chiedere al parlamento di Tel Aviv di non approvare questo salto nel buio.

“Esprimiamo — si leggeva nella nota, figlia forse di balbettanti tentativi diplomatici — la nostra profonda preoccupazione per un disegno di legge che amplierebbe significativamente le possibilità di imporre la pena di morte in Israele e siamo particolarmente preoccupati per il carattere di fatto discriminatorio del disegno di legge che rischia di minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici, in quanto la pena di morte è una forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente”. Tentativi vani e carichi di ipocrisia. Nel 2007 Israele aveva assunto impegni in merito alle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU, del resto in altri contesti mai prese in considerazione, con cui si chiedeva una moratoria delle esecuzioni e in prospettiva dell’abolizione dell’omicidio di Stato. Alcuni esperti Onu avevano provato a far desistere Israele da tale progetto ancora a febbraio mentre gli Usa, ancora ieri si esprimevano, tramite un portavoce del Dipartimento di Stato, sottolineando che Washington rispetta “il diritto di Israele di determinare le proprie leggi e le sanzioni per gli individui condannati per terrorismo”. “Confidiamo — è stato precisato — che tali misure siano attuate nel contesto di un processo equo e nel rispetto di tutte le garanzie e tutele applicabili in materia di giusto processo”. C’è da rilevare come le condanne più forti siano giunte unicamente da Amnesty International e dalle autorità vaticane. Per Amnesty non solo la legge va abrogata e mai applicata, ma vanno smantellate tutte le normative e le pratiche concrete che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi. Fra gli Stati europei la sola Spagna è andata oltre la condanna formale. Se infatti per il Consiglio d’Europa si tratta unicamente di un “grave passo indietro”, Elma Diaz, portavoce del governo di Madrid ha affermato “Condanniamo senza riserve questa decisione, che mina il diritto internazionale. Ci opporremo sempre con fermezza a tali decisioni, che rappresentano chiaramente un cambiamento radicale e che condanneremo sempre con la massima fermezza” Va ricordato che il governo iberico, l’11 marzo scorso aveva  annunciato il ritiro definitivo della sua ambasciatrice in Israele, Ana Sálomon, in segno di protesta contro le politiche del governo di Benjamin Netanyahu e le tensioni legate alla guerra, intensificando la rottura diplomatica già in corso. Fra le misure adottate immediatamente la Spagna aveva annunciato l’aumento degli aiuti ai palestinesi e la limitazione dei servizi consolari per i residenti negli insediamenti israeliani.

Se la “sola democrazia del Medio Oriente” giunge con serenità a tale abominio legislativo e nella piena impunità è perché questa è frutto di un lungo percorso. In nome della sicurezza di Israele da sempre l’omicidio di chi è considerato nemico è una prassi in vigore. Prima del genocidio a Gaza, dei massacri attuati direttamente o indirettamente a Tal El Zatar, in Libano, (1976), nei campi profughi di Sabra e Chatila (1982), le operazioni come “Litani” (1978), “Pace in Galilea” (giugno 1982),  “Piombo Fuso”, (2008/2009) a Gaza, ma in        questi casi almeno c’era parvenza di un conflitto per quanto asimmetrico. Ben più pesante la politica di omicidi extragiudiziali attuata dallo Stato sionista, indipendentemente dal colore dei governi, sia dalla sua fondazione che, soprattutto, dopo la Strage delle Olimpiadi di Monaco del settembre 1972. C’era ancora la premier Golda Meir quando iniziò l’operazione “Ira di Dio” per eliminare, in ogni parte del mondo e restando impuniti, coloro che erano considerati i nemici di Israele. Il primo a cadere fu un letterato che stava ultimando una traduzione de Le mille e una notte, ucciso a Roma, il 16 ottobre 1972. Era un dirigente di Fatah, la componente più importante dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina, si chiamava  Wael Zuaiter e frequentava il mondo della sinistra intellettuale italiana. L’omicidio rimase impunito e come il suo quello degli  oltre 800 eliminati da agenti del Mossad dal 1972 al 2018, secondo quanto affermato dal giornalista e scrittore israeliano Ronen Bergman, nel suo volume “Uccidi per primo”, il cui titolo è preso da una frase del Talmud. Questo a dimostrazione che Israele ha sempre ucciso i propri nemici, anche quelli “interni” quando sembravano propensi ad accettare piani di pace. L’approccio dell’eliminazione del potenziale nemico è alla base delle modalità con cui l’occidente intero ha reagito dopo l’attacco dell’11 settembre e le nuove tecnologie militari, anche basate sull’intelligenza artificiale, hanno permesso e permettono di colpire chiunque e dovunque, come se su ognuno di noi campeggiasse una taglia con la antica scritta “wanted, dead or alive”.

Israele, come prima hanno fatto altre sedicenti democrazie, ha solo istituzionalizzato l’omicidio nella speranza che queste modalità possano fiaccare la resistenza o determinare forme  di intimidazione. Sembrano riecheggiare le recenti affermazioni di Boaventura de Sousa Santos, professore emerito di sociologia presso la Facoltà di Economia dell’Università di Coimbra, quando afferma “Israele, in particolare, ma anche gli Stati Uniti, hanno dato nuova vita al concetto di decapitazione come arma di violenza politica. Inutile dire che quest’arma viola tutte le convenzioni internazionali contemporanee sulla guerra. L’ordine giuridico internazionale che ha governato il mondo con relativa efficacia dopo la Seconda guerra mondiale è stato sepolto dopo l’11 settembre 2001, quando le autorità giuridiche di Harvard hanno proclamato la fatwa dichiarando legittimo torturare i presunti nemici oltre i limiti precedentemente stabiliti dalla dottrina dominante dei diritti umani. Da allora in poi, una volta che il nemico è dichiarato terrorista, la distruzione della sua vita cessa di essere una questione di legittimità e diventa una questione di opportunità ed efficacia. Il terrorismo è qualsiasi minaccia alla sicurezza nazionale che non può essere combattuta diplomaticamente, cioè con mezzi pacifici. Avere il privilegio di decidere chi è un terrorista, o chi minaccia la sicurezza di chi, è diventato il principio della politica. Tragicamente, questo principio della politica è anche la fine della politica”.

Ora resta solo il pronunciamento dell’Alta Corte per rendere definitiva tale norma e far divenire ufficialmente un mattatoio anche le carceri in cui già oggi si uccide o si lasciano morire le persone. Dopo gli oltre 75mila morti di Gaza – la cifra è per difetto – tutto sarà possibile e i boia eseguiranno gli ordini impartiti da uno Stato ormai divenuto una trasfigurazione oscena del nazismo che elimina le genti considerate inferiori in nome di uno spazio vitale. I Ben Gvir sono quelli che sognano la Grande Israele senza confini, in grado di conquistare pezzi del Libano, di espandersi almeno dal Mediterraneo al Giordano, di eliminare o di schiavizzare chiunque non sia ebreo. E molti sembrano voler obbedire a lui, a Smotrich, a Netanyahu, quasi fermando il tempo.

Magari un giorno, quando qualcuno dei boia di Stato si troverà a dover rispondere dei propri crimini dirà semplicemente “ho obbedito agli ordini”. E la mente torna a quel processo nel 1962 che vedeva imputato Adolf Eichman il contabile di Hitler, quello che fu considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Venne condannato a morte e impiccato il 31 maggio del 1962, senza lasciare certo rimpianti. Una delle più grandi intellettuali della cultura ebraica, a cui tanto dobbiamo, Hannah Arendt, dopo aver seguito il processo Eichman, dopo aver ascoltato la voce di questo piccolo e misero burocrate dello sterminio scrisse un testo profondo e attuale “La banalità del male”. Ecco, senza doversi celare in mistificazioni che possono spaventare un mondo abituato a considerare intoccabili misfatti totali del passato come la Shoah, di fronte ad uno Stato che dichiara di poter uccidere coloro che per cultura, religione, etnia, considera nemici, la banalità del male, torna ad imporsi.

 

Stefano Galieni

 

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