Da Prodi/Berlusconi a Zingaretti/Salvini

di Roberto Musacchio –

Il voto dell’Emilia Romagna sembra riproporre una nuova fase del bipolarismo.

Che è poi da sempre bipolarismo di governo al posto dell’alternativa di società.

Bipolarismo e centralità del governo è il vero binomio fondativo del Pd, la strada scelta per adeguare sistema politico (e società) italiani all’ingresso nelle compatibilità europee.

La prima fase del passaggio alla Seconda Repubblica vide in campo, dopo lo scioglitore Occhetto, una coppia di “outsider” della politica, Prodi e Berlusconi.

I soggetti politici furono di fatto a loro immagine, fluidi e leggeri identitariamente e strutturalmente, sostanzialmente funzionalistici.

Il che non significa privi di connotati politici e ideologici. Molti in realtà transitati dal craxismo come la governabilità, il riduzionismo istituzionale, la modernizzazione al posto della trasformazione, meriti e bisogni al posto dell’uguaglianza, il cittadino al posto del lavoratore, la competitività al posto del conflitto sociale.

In più un anticomunismo di diversa gradazione. L’Italia è stata largamente riplasmata da questa rivoluzione conservatrice.

Al termine del primo ventennio di seconda Repubblica abbiamo avuto un Paese inquadrato nella dinamica dell’Europa reale, più diseguale e debole ma con conflitti rideclinati in chiave di paura e rancore.

Una Sinistra alternativa duramente colpita dalla sfibrante ricerca di un compromesso con chi in realtà la vuole fuori gioco.

È in questo contesto che irrompono il populismo dei Cinquestelle e il sovranismo della nuova Lega non più Nord ma salviniana.

Una nuova destrutturazione investe il sistema politico e sociale portando alla sconfitta del Pd e al governo tra Lega e Cinquestelle.

Qui si palesa nuovamente la variabile europea che porta da un lato Salvini a puntare su un fallimento della nuova presidente incaricata Ursula Von der Leyen e su una “ungherizzazione” dell’Italia. Per forzare le compatibilità politiche della UE Salvini pensa di dover forzare per “prendersi” l’Italia.

D’altro lato i Cinquestelle, e in particolare Conte, fanno il percorso inverso entrando nella maggioranza europea.

La forzatura di Salvini riconsegna il governo al Pd, quasi a dispetto della sua stessa volontà che sembra essere quella di lasciarlo a Salvini pur di rilanciare il bipolarismo.

Ma la UE, che pure “tratta” con i sovranisti, ed è in realtà un consorzio di Nazioni vocate alla globalizzazione, vuole decidere lei cosa e con chi trattare. E non vede di buon occhio, almeno ora, un’Italia salviniana.

Sta di fatto che il Pd si ritrova in mano il governo, un alleato sfibrato come i Cinquestelle e un “nemico” ideale per rilanciare il bipolarismo. La coppia magica, bipolarismo e governo, si ricompone.

Il trend del governo è quello solito. Una gestione contrattata della politica di Bruxelles. Gravi concessioni al populismo grillino come la riduzione dei parlamentari e l’attacco alla prescrizione. Il rilancio e l’allargamento delle scelte renziane sul cuneo fiscale. Restano decreti sicurezza, Job act, buona scuola.

Si profila minacciosa la fine di quota 100 e la riapertura di un contenzioso pensionistico. Ma mentre in Francia sulle pensioni c’è una lotta durissima, in Italia proprio il voto del Pds sulla Dini ha inaugurato la scissione tra sociale e politico.

Dopo alcuni mesi di riassestamento, Salvini ripropone la strategia della spallata e del prendo tutto io. Lo spinge il successo in Umbria che lo porta a muovere l’assalto al fortino emiliano. Ma la strada scelta non è quella della critica “populista” al “regime eurocratico” ma l’esasperazione dei gesti esasperati ed esasperanti sui migranti e la “sicurezza”. Abbastanza per giocare la partita ma troppo poco per vincerla.

Anche perché nel frattempo scendono in campo le sardine che danno anima al cemento antisalviniano del nuovo bipolarismo in formazione. Zingaretti fa sponda col movimento mentre il governo tratta col sindacato il taglio del cuneo che qualcosa pure è e ridà un ruolo ad una confederazione che ne ha bisogno.

Di suo, e di più, Zingaretti ci mette un rilancio del Pd come partito che pure viene da due scissioni.

D’altronde, dall’altro lato, la Lega per Salvini è anch’essa un partito rifondato ma strutturato.

La nuova coppia Zingaretti Salvini è una coppia “di partito” a differenza degli outsider Prodi e Berlusconi. Questi ultimi sicuramente avevano più inventiva e, appunto, hanno inventato il bipolarismo. Zingaretti e Salvini sembrano più adattativi, con se stessi e con le situazioni. Quasi complementari. Uno più “gommoso” che rimbalza o adatta le situazioni. L’altro che va a testate ma sa che a volte rimbalzerà o sarà assorbito.

I cinquestelle sono spiazzati e scissi dal bipolarismo che si riafferma contro la loro pretesa e la loro inadeguatezza a rappresentare il tutto.

In realtà il voto calabrese, con la stravittoria della destra ancora a trazione berlusconiana, dice che dentro la semplificazione resta una complessità.

Innanzitutto per il malessere sociale che l’Italia vive come Paese tra i più ingiusti in un’Europa ingiusta.

Poi le articolazioni del bipolarismo che prevedono una contendibilità al 50-50 possono ancora sconfinare in un prevalente 60-40 per il centrodestra allargato sul modello del pentapartito. Dipenderà se la destra saprà risolvere il proprio rapporto con l’Europa che, ad ora, preferisce il collaudato Pd. Che infatti osa tentare la carta di candidare un ministro simbolo come Gualtieri alle suppletive di Roma. Rischio necessario per ribattezzare il governo nella nuova fase che sarà più a centralità Pd.

Ma allo stesso tempo Zingaretti interloquisce con De Magistris per battere nuove strade in Campania e nel Sud dopo la sconfitta calabrese dove l’imprenditore candidato non ha funzionato ma si è smontato un partito che non serviva più.

Anche sulla legge elettorale il segretario del Pd ha varie strade che corrispondono a diverse opzioni adattative.

Se mantiene la scelta per il proporzionale con sbarramento al 5% tiene gli “alleabili” sotto scacco ma rischia di perdere voti necessari a vincere perché non varcano la soglia. Oppure deve portarli dentro. La questione ormai non riguarda più solo Renzi o Leu nella doppia versione confluente o coraggiosa (un modesto buon risultato in Emilia ma a Roma si candida Gualtieri e non una coraggiosa) ma gli stessi Cinquestelle. Comunque, come si direbbe nel calcio, un problema di abbondanza di scelte.

In tutto questo la sinistra alternativa è ai minimi dei minimi. Ha difeso l’onore di non “consegnarsi” e l’Altra Emilia Romagna ha fatto una dignitosa campagna elettorale. Ma sappiamo il dato.

Si era riaperta una finestra con l’Altra Europa con Tsipras e poi ancora con le liste alternative che, con molta modestia, avevano eletto alle comunali in tutte le città.

Ma il passaggio tra politiche ed europee è stato disastroso con l’affossamento del Brancaccio, la cooptazione da una parte e dall’altra la riduzione a fiammella che si spegne.

Ora, il dato è che l’Italia non è né la Francia col suo conflitto formidabile né la Spagna del governo di coalizione. Semmai la Spagna di Gonzales e Aznar che quasi spense la storia comunista.

Pure c’è sempre da pensare un futuro. L’Europa reale è stabilmente instabile e dunque succede che grandi tensioni sociali covano e a volte esplodono, ad esempio sulle pensioni, e che si creino boom elettorali che poi scoppiano come bolle di sapone come, forse, i Cinquestelle.

In questa Europa una sinistra alternativa c’è e rimane un punto di riferimento se non di forza. Forse si potrebbe pensare di rilanciare, rifondare un soggetto politico espressamente in questo senso. Un vero partito, visto che sono partiti che guidano questa nuova fase adattativa. Che reinsedi il conflitto sulla dimensione europea, e faccio ancora l’esempio delle pensioni.

E che si ridia una capacità corsara, che è l’opposto dell’entrismo opportunista. Ad esempio, anche nella dimensione elettorale, cogliendo le diversità tra De Magistris e Gualtieri.

Ma, al contrario di quanto si può pensare, solo un partito può essere effettivamente corsaro.

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Liliana Frascati
    30 Gennaio 2020 16:05

    Perché non si nomina mai il termine comunismo? Senza la scienza marxista e l’esperienza comunista, pur con i suoi, errori, come si a costruire l’alternativa a questo sistema che si chiama capitalismo?

    Rispondi
    • Giancarlo Scotoni
      31 Gennaio 2020 11:39

      Verrebbe da dire che -purtroppo- In un articolo di attualità politica italiana non ci può essere molto spazio per la parola e l’intenzione comunista. Eppure, se non ci fosse questo termine di riferimento (per quanto non espresso), l’articolo non sarebbe stato possibile scriverlo… 🙂

      Rispondi

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