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Cosa succede in Albania?

di Alda
Noka

Il 10 febbraio la città di Tirana cade in subbuglio: la notizia dell’arresto del sindaco, Erion Veliaj, viene prima sussurrata con incertezza per poi essere ripetuta come un tam-tam da tutti i telegiornali. I televisori dei caffè della città, numerosissimi, trasmettono all’unisono la stessa notizia e le immagini di un rilassato e quasi sorridente sindaco – sembra quasi stia passeggiando o andando controvoglia all’ennesima riunione della giornata, con una cartella piena di fogli in mano – che viene accompagnato dagli agenti di polizia fanno il giro della città in pochissimo tempo. Le accuse di riciclaggio di denaro e corruzione sono il risultato di alcune indagini che sono state aperte in seguito alla segnalazione di un certo “Nesti Angoni”, molto probabilmente un  nom de plume. Insieme al sindaco viene accusata anche la moglie, Ajola Xoxa, la quale è conosciuta in città per il suo ruolo di “curatrice” della vita culturale della capitale. La sua Harabel ha dominato la scena artistica in una città ormai senza un teatro nazionale, una galleria e un museo storico nazionali. Tuttavia, le indagini dello SPAK (Procura speciale contro la il Crimine Organizzato e la Corruzione), portano a galla la fitta rete di corruzione messa in piedi dalla coppia e anche il ruolo di mecenate di Xoxa, così ben costruito da annoverarla tra i degni competitor dell’ex sindaco pittore e attuale Primo Ministro Edi Rama, viene presto svelato per quello che è: il centro di comando di una fittissima rete di associazioni culturali e organizzazioni che ha affidato a prestanome provenienti principalmente dalla sua famiglia, ma che in realtà erano gestite da lei e dal marito e che in questi anni hanno assorbito ingenti somme di denaro pubblico tramite l’emissione di fatture fittizie e servizi mai erogati. Dal canto suo, il sindaco non solo si occupava di trasferire fondi del Comune alle associazioni fittizie della moglie per eventi culturali e mondani, ma ha anche provveduto a instaurare accordi con alcune imprese edili, truccando gare d’appalto in cambio di consistenti tangenti per poter avere permessi di costruzione senza seguire nessuna procedura legale e neanche nessuna planimetria.

Lo SPAK, un’istituzione ormai orfana

Lo SPAK nasce nel 2016, in seguito ad una riforma legislativa molto lunga e tortuosa che tra i suoi primi garanti aveva proprio il PS (Partito Socialista, almeno di nome) guidato da Edi Rama e che è attualmente al governo, ormai alla fine del terzo mandato. Questo non è sicuramente l’unico arresto clamoroso dello SPAK. Ad ottobre del 2024 è stato arrestato anche Ilir Meta, ex Presidente della Repubblica albanese; anche lui con l’accusa di riciclaggio e corruzione. Già all’epoca il dibattito dell’opinione pubblica era particolarmente polarizzato: da un lato avevamo i garantisti dello SPAK, capeggiati dal PS di Rama; mentre dall’altro lato avevamo i partiti dell’opposizione LSI (Lëvizja Socialiste për Integrim) – il partito di Meta – e il PD (Partia Demokratike), guidato da Sali Berisha. Entrambi sotto processo sotto la procura speciale ed entrambi allineati sul fatto che questi arresti fossero solo l’ennesimo meccanismo di accentramento di potere di Edi Rama, il quale, secondo loro, stava utilizzando la Procura Speciale come strumento politico per indebolire l’opposizione. Questa polarizzazione cambia subito dopo l’arresto del beniamino di Rama, il sindaco Veliaj. Il PS, che fino ad allora era stato garante della riforma legislativa del 2016, si pronuncia apertamente contro le azioni dello SPAK, all’inizio in modo velato per poi diventare posizioni sempre più esplicite. Il giorno stesso dell’arresto di Veliaj, Rama si reca negli uffici del Comune ed assume di fatto anche il ruolo di Sindaco e inizia ad imbastire proteste farsa, dando vita a spedizioni di funzionari dell’amministrazione pubblica davanti agli uffici dello SPAK – succubi volente o nolente della sua influenza politica. In seguito a problemi di ordine pubblico (come gli attacchi da parte dei protestanti verso i magistrati che entravano ed uscivano dagli uffici della procura speciale) gli agenti della Guardia della Repubblica fanno appello alla Polizia di Stato affinché intervenga in difesa di questi ultimi. Ma la risposta della Polizia è concisa: “trattasi di un raduno spontaneo e pacifico”. Niente da fare.

Rama fa uso di costruzioni retoriche che cercano di fare breccia sull’emotività dell’opinione pubblica, accusando lo SPAK di aver incarcerato senza prove e senza processo un padre – come se non fosse a conoscenza del significato e dell’esistenza della custodia cautelare, a cui Veliaj è attualmente sottoposto – e di aver messo agli arresti domiciliari una madre, separandoli entrambi dal figlio di sei anni. Come se la genitorialità fosse una prova inconfutabile di innocenza e immunità. Le accuse poi si trasformano in vere e proprie minacce, quando dice in una delle sue numerose dirette sui propri canali social, che lo SPAK deve capire che l’ultimo garante rimasto per questa istituzione è il suo partito. “Come ti ho creato, ti distruggo”, a proposito di genitorialità. Veliaj dalla sua cella, dà vita a lunghissimi post su Facebook in cui si scaglia contro i magistrati, in particolare su Olsi Dado, sul quale ha costruito una retorica ad hominem, incentrando tutta la sua difesa sull’inaffidabilità del magistrato, adducendo prove discutibili provenienti dal suo passato per comprometterne la credibilità davanti all’opinione pubblica. Il futuro non sembra molto florido per lo SPAK, se a questo fuoco incrociato si aggiunge un altro elemento che ne indebolisce ulteriormente l’operatività: gli USA, si sono ritirati dal loro ruolo di garante della riforma della giustizia e hanno ritirato i fondi a disposizione.

Il gioco di tutti contro tutti

Il PD di Sali Berisha si è trovato piuttosto in difficoltà dopo aver appreso la notizia dell’arresto di Veliaj: la linea retorica della persecuzione politica dello SPAK nei suoi confronti è crollata; retorica che lui ha sempre cercato di associare a quella perpetrata dalla “Sigurimi” della dittatura di Enver Hoxha, di cui tra l’altro è stato un vicinissimo collaboratore. Questa difficoltà si è palesata nelle sue dichiarazioni incongruenti e confusionarie: è passato dall’essere il detrattore più grande dello SPAK, minacciando di scioglierlo nel caso in cui vincesse le elezioni di maggio, per passare poi ad un posizionamento più blando, sostenendo che sarebbero stati loro i prossimi riformatori di questa istituzione; infine, sostiene che lo SPAK non verrà sciolto, ma piuttosto verrà “controllato” da un altro organo istituzionale per porre fine a quella che Berisha ha definito “un’organizzazione criminale”. L’immagine del “perseguitato politico” si alimenta di due linee di propaganda: quella contro lo SPAK, in quanto strumento politico nelle mani di Rama e quella contro lo status non-grata dichiarato dall’amministrazione Biden. Quest’ultimo, secondo il leader dell’opposizione, è risultato del lobbismo di Rama sugli americani, aiutato da George Soros. Tuttavia, dopo il 10 febbraio la prima inizia a vacillare e le posizioni pubbliche sullo SPAK di governo ed opposizione iniziano a convergere sempre di più, minando ancora di più l’immagine di un’opposizione già debole sotto l’influenza del culto della personalità di Berisha, che oltre a gestire con pugno di ferro il PD, ha costruito l’intera linea propagandistica di partito esclusivamente sulla sua persona.

Tuttavia, nonostante le posizioni critiche del Primo Ministro, in molti pensano ancora che l’arresto di Veliaj possa essere il risultato di una sua strategia politica e che lo SPAK non stia davvero agendo in autonomia. Lo SPAK, infatti, presenta sia luci che ombre nel modus operandi con cui sta portando avanti le indagini. Pur rimanendo affascinati dal modo dettagliato e preciso in cui è stata descritta la fitta rete di corruzione della coppia Veliaj-Xoxa, non si può fare a meno di  notare come questa indagine si sia fermata nei confini della scena culturale della città di Tirana e non abbia toccato altri temi importantissimi che tutt’ora coinvolgono il sindaco, come il famoso inceneritore di Tirana, un progetto pubblico fantasma che però negli anni ha assorbito somme ingenti di denaro pubblico senza mai arrivare alla sua costruzione. L’Albania della transizione democratica è quella che soffre ancora di un accentramento radicale di potere e controllo dei media da parte della politica, ma soffre molto anche dell’accentramento economico del mercato, controllato da pochissimi imprenditori che da sempre fanno i propri interessi con i vertici delle istituzioni (indipendentemente dal loro colore politico), dando vita ad un sistema oligarchico in cui imprenditori e politici si danno garanzie reciproche di sopravvivenza. A questo proposito, non mancano nomi di imprenditori nei fascicoli del caso Veliaj-Xoxa, ma uno in particolare sembra rimanere nell’ombra nonostante le sue implicazioni nel caso: il nome del magnate Samir Mane; l’intoccabile che, subito dopo l’arresto di Veliaj, si è recato negli uffici del Comune di Tirana, per incontrare Edi Rama.

Non siamo alla ricerca di miracoli

Non importa da quale punto di vista lo si guardi, l’arresto di Veliaj rappresenta un momento cruciale per la politica e la giustizia albanese e pone sfide ancora più grandi sull’indipendenza delle istituzioni, ma questa non è una battaglia che può essere poggiata interamente sulle spalle dello SPAK. Quest’ultimo ha dimostrato di essere uno strumento essenziale nella lotta alla corruzione, e la complessità emersa dal caso Veliaj ne è la dimostrazione, ma è necessario che questa istituzione rafforzi ulteriormente la propria autonomia e amplifichi il raggio delle sue indagini, avendo come obiettivo la corruzione sistemica. Altrimenti quello di Veliaj si risolverà come un caso di giustizia selettiva per regolare gli equilibri di potere interni, piuttosto che smantellamento reale del sistema oligarchico che da anni soffoca lo sviluppo del paese. Dopo l’abbandono da parte degli americani, la responsabilità di accompagnare questo processo di riforma legislativa partita sin dal 2016 è tutta nelle mani delle istituzioni europee. L’UE non può limitarsi ad osservare passivamente ma deve esercitare un processo di monitoraggio continuo sui processi di riforma, chiedendo la collaborazione sostanziale da parte del governo albanese in questo senso. Questa concertazione virtuosa viene completata dalla partecipazione della società civile, che tramite monitoraggio e pressione costante impedisce che il tutto si trasformi in una riforma di facciata. Sarà questo complesso equilibrio tra vigilanza internazionale, volontà politica e partecipazione attiva della cittadinanza a regalare all’Albania istituzioni indipendenti e una porta d’ingresso verso l’Europa.

Alda Noka

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