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Contro la guerra e per la Costituzione, unirsi è possibile e necessario. Parla Arturo Scotto

di Stefano
Galieni

Arturo Scotto, deputato del PD, fa parte della Direzione nazionale del partito. Capogruppo PD alla  Camera in Commissione Lavoro, si occupa però da sempre  di politica internazionale ed ha partecipato a numerose missioni umanitarie in Medio Oriente. La sua storia politica e il suo approccio lo ha portato ad essere sovente figura di incontro con le istanze più radicali e critiche rispetto alla politica perseguita dall’UE, portandolo anche a compiere scelte significative. Nell’estate scorsa si è imbarcato, insieme a tante altre/i con la Global Sumud Flotilla, toccando con mano e sulla propria pelle cosa significhi essere soggetti ad un regime di occupazione a cui di democratico è rimasto – ad avviso di chi scrive – quasi nulla.

Da quell’esperienza ha tratto un libro edito da Giunti, In viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta, da cui emerge un approccio complessivo di attivista per i diritti umani capace di tradurre gli avvenimenti in esperienza politica. E cominciamo a parlare con lui proprio partendo da questo libro, tenendo conto che a breve sta per partire una nuova e più grande missione.
“Intanto, che questa missione è importantissima. Perché oggi Gaza sembra scomparsa dai radar. Chi parte ha tutto il mio sostegno e la mia solidarietà. Perché il genocidio a bassa intensità prosegue, sono quasi 700 i morti dall’inizio della cosiddetta tregua di ottobre. Nel frattempo, l’Idf continua a occupare il 53 % della Striscia, le Nazioni Unite non hanno messo ancora piede a Gaza, le principali ONG sono state escluse dalla possibilità di lavorare a fianco di gente che non hanno più un tetto dove dormire, nessun giornalista occidentale ha potuto documentare la distruzione del 90 per cento delle infrastrutture civili e gli oltre 80.000 morti sotto le bombe. Aggiungo che il blocco navale illegale non è stato ancora tolto e i canali umanitari sono ancora chiusi. Quando partì la Global Sumud Flotilla nel settembre dello scorso anno, Elly Schlein scrisse una lettera a Giorgia Meloni per chiederle di sostenere la missione e fare una pressione forte insieme agli altri paesi europei per far passare gli aiuti umanitari raccolti dall’Ong Music For peace, oltre trecento tonnellate in pochi giorni. All’epoca la Presidente del Consiglio rispose perentoriamente: dateli a noi e in poche ore li faremo entrare a Gaza. Ebbene, sono passati sei mesi e gli aiuti umanitari sono ancora bloccati nei container in Giordania, perché il valico di Allemby come quello di Rafah sono chiusi.
Per queste ragioni, la Flotilla che partirà a breve serve a squarciare il velo dell’ipocrisia di questi mesi. Farò insieme a tantissimi altri questa volta da ‘equipaggio di terra’. E chiederò al Governo italiano di attivare qualsiasi forma di protezione. Lo sto facendo già in queste settimane presentando il libro che ho scritto e raccontando cosa è capitato a noi e come la complicità del Governo italiano e dei governi europei abbia fatto naufragare la più grande missione dal basso organizzata dalla società civile degli ultimi decenni. Eppure quella missione è stata l’innesco di una nuova presa di coscienza davanti alla tragedia di un popolo, quello palestinese, senza patria né potere. Ed è stato un fatto eccezionale. Il quadro politico in Israele è addirittura peggiorato in questi mesi, con un ripiegamento pericolosissimo sul piano interno dove Ben Givr e la sua banda di coloni impone misure sempre più regressive. All’epoca disse che ci avrebbe trattati come terroristi. Oggi non escludo che possa reagire in maniera ancora più terribile. Bisogna per questo mobilitare subito l’opinione pubblica a sostegno della Global Sumud Flotilla. Le piazze saranno la loro protezione”. 

Il combinato disposto dell’espansione del conflitto, in Iran e Libano, l’inganno del Border of Peace ha silenziato quanto racconta Scotto, intanto la Knesset ha approvato la pena capitale riservata ai palestinesi. Occorre trovare il modo di rilanciare l’attenzione su quanto accade in quelle terre e non solo.
“Intanto, la domanda è: dopo la decisione della Knesset di introdurre la pena di morte solo per i palestinesi, è ancora un tabù parlare di apartheid? E davvero ci troviamo davanti alla più grande democrazia del Medio oriente? Purtroppo non è così da tantissimo tempo e assistiamo alla trasformazione di Israele in una etnocrazia fondata su un suprematismo che taglia i diritti di tutte le minoranze. Se vogliamo aiutare un’altra Israele a venire fuori non possono più bastare semplici richiami al diritto internazionale. Va costruito un isolamento internazionale nei confronti di un paese che ha aperto tanti fronti di guerra e continua a mangiare territori dei palestinesi che secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite non sono suoi. Che cosa aspettiamo a stracciare l’Accordo di Cooperazione tra Ue e Israele? All’articolo 2 c’è una clausola molto chiara: in caso di violazione dei diritti umani il trattato si sospende. Mi pare che nessuna persona ragionevole possa affermare che questa violazione non ci sia stata…”.

“Certo è che, se si eccettua la posizione della Spagna, l’UE sembra muoversi in maniera quantomeno contraddittoria, evitando prese di posizione impegnative. Spetterebbe alle sinistre in Europa definire dei propri punti di convergenza: “Io credo che sinistra e no alla guerra debbano essere sinonimi. Continuare a non prendere atto che siamo davanti a un ripiegamento del multilateralismo, alla messa in discussione di tutti gli organismi sovranazionali, alla demonizzazione della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di Giustizia, significa essere ciechi. Il trumpismo costruisce un nuovo ordine sul caos, sulle guerre illegali, sulla rapina delle materie prime di altri paesi sovrani. E lo dichiara, facendo cadere anche un velo di ipocrisia che ha caratterizzato altre stagioni americane. Le forze della sinistra europea, a partire dal socialismo europeo, devono riunificarsi attorno a una piattaforma che dice che la strada del riarmo è sbagliata perché mette in discussione l’unico fattore che ha reso il Vecchio Continente una potenza gentile e attrattiva: lo stato sociale. Per questo Sanchez non è un santino, ma un modello a cui guardare perché dice e fa queste cose qui, senza avere paura di negare lo spazio aereo ai voli militari americani che vanno a bombardare l’Iran. Il leader socialista è stato anche l’unico a non piegare la testa davanti al diktat del 5% delle spese militari imposto in sede Nato da Trump. Non mi pare affatto poco. Oggi non è il sovranismo che manda in crisi le democrazie liberali, ma l’incapacità di queste ultime di garantire diritti universali, un lavoro stabile, un salario giusto, una sanità e un’istruzione chiaramente accessibili per tutti. E’ stata la scelta neoliberista ad aver spalancato le porte a questi mostri. E quando l’Europa ha reagito con la strategia del Green New Deal immediatamente le forze conservatrici hanno costruito le basi per lo slittamento verso il War New Deal. Come se non fosse questa la strada che rende più insicuro il mondo”. 

Abbiamo in tante e tanti passato una notte nel terrore che si potesse scatenare in Iran un’apocalisse. per ora questa è solo rinviata. Non pensi che l’UE e i singoli stati membri abbiano il dovere di interrompere la sudditanza agli USA concretamente e di proporsi come mediatore nei conflitti in atto, rifiutando la corsa al riarmo definitivamente?


“Cosa penso del riarmo l’ho già detto. Ma poi non possiamo sottovalutare le parole che ha usato Trump, annunciando che era in grado di distruggere un’intera civiltà. Sembrava l’antipasto di una minaccia atomica, un tabù che non era stato più rotto dai tempi della crisi missilistica a Cuba, quando il mondo finì sull’orlo dell’annientamento nucleare. La tregua ci fa tirare un sospiro di sollievo, ma sono troppi gli attori che scommettono sulla guerra permanente e dunque bisogna essere prudenti. Questo mese di bombardamenti sull’Iran ha incendiato il golfo, prodotto una ulteriore stretta autoritaria del regime degli Ayatollah, allargato le distanze tra i paesi, scoperchiato la vulnerabilità dei nostri sistemi produttivi. Questa tregua passa per un nuovo protagonismo del Pakistan, che sta assumendo un ruolo sempre più assertivo. L’Europa semplicemente non c’è in questa discussione. È spettatrice passiva. Subisce tutte le conseguenze delle guerre scatenate da altri, ma non riesce a definirsi come soggetto globale in grado di usare la diplomazia e difendere l’ordine multilaterale basato sulle regole. Non è un problema di oggi ahimè, ma questa volta la guerra è la vera minaccia esistenziale per la tenuta stessa del progetto dell’Ue. La Commissione europea invece indugia sempre più a destra, la Von Der Lyen parla di ‘porcospino d’acciaio’ e spinge sull’economia di guerra, la Germania e la Francia non sono mai state così deboli nel confronto con gli USA. Vengono avanti tuttavia questioni più di fondo con cui fare i conti e riguardano proprio i limiti strutturali dell’occidente in questo quarto di secolo. Ce lo indicano freddamente la demografia e l’economia. Possiamo ancora immaginare che siamo soli al mondo a dare le carte? E la reazione davanti a potenze emergenti può essere davvero soltanto la via militare? Diciamo di essere l’occidente, con un nucleo di valori democratici fondati sull’intangibilità della persona umana e delle sue libertà, abbiamo la presunzione sciocca di esportarli altrove spesso sulle ali dei cacciabombardieri, ma poi li riduciamo a casa nostra. Basta guardare alla sciagurata traiettoria dei decreti sicurezza. Dobbiamo fare i conti,  con questa nuova riconfigurazione globale. Se vogliamo salvare la democrazia e un’idea di sviluppo equilibrato dobbiamo battere la strada della coesistenza pacifica e, dunque, di un nuovo orizzonte di cooperazione e sicurezza. L’Europa dovrebbe fare questo mestiere, glielo assegna la storia e la geografia, ma le sue classi dirigenti sembrano affannarsi a mettersi l’elmetto. Non funzionerà, si incaricheranno i popoli di smentire questa folle corsa al riarmo. E magari dalla sconfitta di questa ipotesi può ripartire un’idea di Europa federale che è la strada da battere con convinzione”.

Nel frattempo, dagli Usa ad alcuni paesi UE, in primis il nostro, stanno prendendo piede movimenti ampi come i No Kings, che in tanti vorrebbero rappresentare ma che sembrano ad oggi plurali, indipendenti e ancora non compresi. Come dovrebbe agire una sinistra degna di questo nome in tale contesto? E cosa pensi di questo movimento?


“No Kings parte dalla reazione innanzitutto della base democratica americana ai suoi dirigenti, frastornati e piegati dalla sconfitta del 2024 contro Trump. È stata una ripresa di militanza che ha generato negli States anche una ventata di novità a sinistra, penso alla straordinaria affermazione di Mamdani a New York. Il socialismo democratico americano non è una meteora: ha riviste autorevoli, presenza radicata nei sindacati, centri di formazione e cultura. Viene da lì una domanda a tutta l’Europa di una lettura critica di un tecnocapitalismo che si è separato dalla democrazia e dai suoi istituti. La mobilitazione dei giorni scorsi ci dice che c’è un terreno fertile di movimenti e associazioni che vogliono un cambiamento progressivo, che mettono la pace prima di tutto ma anche una domanda di nuova centralità dei beni comuni. Mi ricorda i movimenti globali che tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila portarono all’attenzione dell’opinione pubblica la richiesta di un’altra mondializzazione e che coinvolsero la mia generazione nell’impegno politico. Soltanto che vedo un salto di maturità: il terreno del rapporto con il potere politico non viene più considerato impraticabile. Non credo ci sia da mettere cappelli sopra oggi. Il tema non è il portato immediatamente elettorale di questa mobilitazione. La sfida è costruire un programma delle forze progressiste che mettano al centro l’irriducibilità degli esseri umani alle leggi del mercato”. 

In Italia, dopo il grande successo di partecipazione referendaria, il governo Meloni sembra sempre più in difficoltà. Ma anche qui sembra che di fronte ad una crisi anche attesa si risponda con risposte a nostro avviso insufficienti, dalla corsa alle primarie a tentativi un po’ approssimativi di ricompattamento. Quali potrebbero essere i prossimi sviluppi dal punto di vista politico. E di conseguenza, credi sia possibile trovare alcuni punti programmatici in grado di realizzare reale e ampia convergenza e che riescano a motivare un fronte per sconfiggere il centrodestra? Quali potrebbero essere i punti di incontro e quali quelli su cui invece vedi maggiori difficoltà.


“La sconfitta della Meloni e del centrodestra al referendum sulla giustizia ci consegna tre dati a mio avviso. Il primo, che va urlato con forza, è che toccare in profondità la Costituzione genera sempre una reazione popolare. Nel 2006 ci provò Berlusconi con la devolution e il premierato e fallì. Nel 2016 Renzi con un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e fu l’anticamera del suo declino irreversibile. Oggi è toccato a questa destra che vuole far saltare la divisione dei poteri mettendo la magistratura sotto il tacco dell’esecutivo. Il secondo è che la Costituzione rappresenta l’ultima riserva di unità nazionale in un paese attraversato da fratture non ricomposte da decenni. Come si fa a non vedere il messaggio che viene dal Mezzogiorno? E delle giovani generazioni a cui hanno sputato in faccia in questi anni dicendogli che il lavoro o è precario o non è? Il terzo ci dice che Meloni non è mai stata invincibile, nonostante la grancassa anche dei media che la dipingevano come tale. La destra vince per le nostre divisioni nel 2022, successivamente non ha mai vinto realmente nei test amministrativi, dove siamo tornati a strappare città storicamente di sinistra che erano finite in mano loro e due regioni come Umbria e Sardegna. Ora viene la fase più complessa: quei quindici milioni non sono automaticamente ascrivibili al campo delle opposizioni così come sono oggi. Il risveglio giovanile, che già si era manifestato al referendum della Cgil contro la precarietà e nelle piazze per fermare il genocidio a Gaza, non chiede solo di partecipare a una competizione elettorale, ma ci pone una domanda di senso più profonda e più difficile da interpretare. Persino questa tragedia della guerra illegale in Iran e della conseguente crisi energetica ci indica che va battuta una via nuova nei rapporti sociali, a partire dai tempi di vita, dal modello di consumo e di produzione, dalla qualità del lavoro. Chi ci dice che la risposta più all’altezza dei tempi non possa essere una svolta che ci consenta di uscire finalmente dalla dittatura del fossile? Il dramma dello stretto di Hormuz ci parla di questo. E ci impone di rivedere ad esempio l’organizzazione del lavoro, a partire dalla sfida della riduzione dell’orario, della settimana corta, dello smart working. Una sfida che ha un doppio dividendo: sociale, perché salvaguardia della tenuta occupazionale, ed ecologico, perché significa ridurre i fattori inquinanti e agevolare i consumi collettivi. Io credo che di questo si debba parlare nelle prossime settimane e coinvolgere migliaia di persone attorno a proposte di trasformazione molto forti che la destra continua a negare. Se penso a quanto tempo ci hanno fatto perdere impedendoci di varare il salario minimo ed oggi vediamo che persino la Presidente del Consiglio è costretta ad ammettere che c’è una emergenza lavoro povero. Le forze progressiste su questo terreno sono già unite: nessuno ce lo riconoscerà mai, ma la fatica di tenere insieme la coalizione che si è caricata sulle spalle Elly Schlein, spesso in solitudine e anche a costo di fare delle rinunce, ha generato già un cambio di percezione nel paese sui fallimenti della destra che governa. Si sceglierà insieme come procedere per l’individuazione di chi dovrà guidare la coalizione e sfidare Meloni. Le primarie non mi preoccupano, se sono dentro una cornice condivisa di programmi e di valori. Lavoriamo in questi mesi a costruirle aprendo porte e finestre, senza mettere il cartello fuori su chi è gradito e chi no. Io sosterrò la mia segretaria, perché credo sia la personalità che maggiormente può interpretare anche un aggancio con una nuova generazione che riprende ad appassionarsi alle lotte per la giustizia e per la pace, ma anche e soprattutto perché può garantire un progetto di piena attuazione del dettato costituzionale libera da qualsiasi condizionamento esterno. Che oggi è la frontiera più avanzata dove la sinistra deve esercitare la sua nuova missione”.

Stefano Galieni

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Laura Capelli
    10/04/2026 17:06

    Ottima intervista. Però non possiamo far passare troppo tempo per creare un collegamento forte con le Associazioni che si sono riconosciute nella parola d’ordine NO KINGS. Ogni partito del campo largo deve individuare un interlocutore per poter portare avanti il dialogo con le giovani generazioni. O adesso o mai più.

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  • Matteo Minetti
    12/04/2026 12:28

    Arturo Scotto è una brava persona all’interno del PD. Purtroppo in questa intervista esprime il suo punto di vista, non quello del partito a cui appartiene. Seppure la segreteria Schlein fosse il linea con il programma progressista auspicato dall’On. Scotto, per la campagna del Campo Largo, i sostenitori e finanziatori della campagna elettorale del PD non accetterebbero che queste proposte diventino azioni di governo.
    A mio avviso andrebbero proposte, selezionandole mediante una consultazione online fra iscritti e simpatizzanti, candidature legate ai programmi da lui menzionati. Se i candidati, siano politici o provenienti dalla societá civile, si impegneranno di fronte agli elettori su una piattaforma di programma chiara e di rottura rispetto al passato dell’Agenda Draghi, non sará difficile battere le destre.
    Il tempo è sufficiente se non lo si spreca apposta per arrivare all’ultimo momento a spartirsi i collegi buoni. Vediamo se stavolta ce la fanno.

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