In questi ultimi giorni stanno sottoscrivendo i contratti nazionali della Pubblica amministrazione, a firmarli non solo la galassia dei sindacati autonomi e la Cisl ma anche la Uil che fino alla scorsa estate giurava di opporsi ad accordi che avrebbero fatto perdere potere di acquisto ai salari.
E se per un triennio, quello che va dal 2021 al 2024, sottoscrivi aumenti contrattuali al sei per cento quando il costo della vita è cresciuto di quasi il diciotto, potrai smentire chi ti accuserà di incoerenza e di servilismo governativo in qualche assemblea?
Lo stesso ragionamento potrebbe essere esteso alla Manovra di Bilancio sulla quale pesano due mannaie, la prima rappresentata dalla bassa crescita economica e dai ritardi italici nei processi di innovazione, ricerca e sviluppo, la seconda dal diktat del Fondo Monetario Internazionale che intima alla UE di rivedere il proprio welfare. Strana coincidenza, le osservazioni di Trump e del FMI sono identiche, entrambi accusano il vecchio continente di non essere all’altezza dei suoi compiti, se gli Usa scaricano buona parte delle spese militare sulla Ue, il FMI esige un forte ridimensionamento del welfare state per abbattere il debito, quel debito che oltreoceano è decisamente maggiore del nostro ma non merita invece i richiami e le attenzioni riservate al vecchio continente a cui in sostanza stanno per imporre tagli allo stato sociale.
I ritardi della Pubblica amministrazione sono causa anche delle difficoltà economiche, da più parti si asserisce che un servizio pubblico efficiente funge anche da motore per la crescita economica, per migliorare la qualità della vita e rimettere in piedi l’ascensore sociale il cui funzionamento è indice di buona salute della società.
Dopo quattro manovre di Bilancio del centrodestra sarebbe anche arrivato il momento del giudizio, ebbene non si colgono elementi di sostanziale diversità rispetto agli Esecutivi tecnici, i tetti di spesa sono rimasti al loro posto, il definanziamento dei servizi pubblici continua a essere tale per agevolare anche sanità e previdenza integrativa, più fondi alle scuole private privando quelle pubbliche di risorse indispensabili.
I salari e le pensioni sono ancora sganciati dal costo della vita, da 40 anni si accumulano perdite del potere di acquisto, la povertà relativa e quella assoluta sono in aumento anche per la riduzione dei sostegni ai poveri.
La manovra si basa sul taglio delle tasse fino ai 32 mila euro ma non si dice che il taglio Irpef è di pochi euro al mese e quindi non si scongiura l’erosione del potere di acquisto. Al contrario invece redditi sopra i 50 mila euro avranno un vantaggio fiscale non indifferente ossia di circa 450 euro annui, stesso discorso vale per i redditi superiori, insomma il 10% o quasi della popolazione (quella più ricca) viene avvantaggiata rispetto a tutti gli altri. E con quali benefici? Si favoriscono le privatizzazioni e i profitti di azienda, si affossa il welfare perseverando nella austerità salariale.
Da pochi giorni hanno siglato il nuovo contratto nazionale delle Funzioni locali. per il triennio 2021-24 hanno deciso aumenti salariali che a malapena arrivano al sei per cento con una inflazione di quasi al 18 %, gli annunciati interventi perequativi poi, per adeguare lo stipendi negli enti locali a quelli dei ministeriali, si sono persi per strada insieme alle risorse economiche necessarie a questa operazione di equità (poi si chiedono la ragione per la quale i giovani preferiscono non lavorare nei Comuni optando per gli altri comparti della Pubblica amministrazione).
Facciamo due conti allora per non essere accusati di parzialità: il contratto prevede incrementi retributivi medi mensili lordi di € 136,76 per tredici mensilità, pari al 5,78% sul monte salari 2021, a cui sommare la miseria dello 0,22% per il trattamento accessorio pari a 4 euro mensili. Quanto avremo al netto? Poco più di 80 euro.
Non solo gli stipendi degli enti locali restano i più bassi di tutto il comparto ma non si recupera un euro rispetto ai 9 anni di blocco dei salari e dei contratti anzi si accumulano ulteriori ritardi e perdite vistose del potere di acquisto.
Sarebbero sufficienti queste motivazioni per non sottoscrivere un contratto a perdere, se si pratica la mortificazione salariale e contrattuale, se gli investimenti in materia di formazione sono del tutto inadeguati, come sarà possibile preservare i servizi pubblici dalla loro decadenza.
Nell’italia fatta di paesi sperduti senza servizi, nei quali sono venuti meno gli uffici postali, gli ambulatori o i servizi sociosanitari, al paese dove intere province sono minacciate dal dissesto idrogeologico o dal crollo delle nascite, la manovra di Bilancio del Governo non offre risposte, non prevede fondi per gli asili nido pubblici e per potenziare il welfare, non cancella i tetti di spesa che condannano i servizi pubblici alla morte, non favorisce il mercato interno con stipendi adeguati al costo della vita.
E a leggere gli accordi contrattuali nella Pubblica amministrazione si coglie una cultura dominante, quella della sperequazione, della disuguaglianza economica e sociale con aumenti irrisori e diversificati, con interventi a favore di pochi e in posizione elevata a discapito della maggioranza dei dipendenti. E’ la fotografia di un paese incapace di restituire dignità alla classe lavoratrice e credibilità ai servizi pubblici alimentando invece crescenti disparità economiche e sociali.
Federico Giusti
