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Ci cadrà sulla testa il meteorite?

di Roberto
Rosso

In queste settimane ci si interroga se mai ci cadranno sulla testa delle bombe, intanto cerchiamo di capire se saremo colpiti dall’aumento dei prezzi mentre consultiamo gli oracoli per capire se quando la guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e Iran dall’altra potrà finire; nel frattempo le conseguenze su diverse filiere produttive e linee di approvvigionamento si fanno sempre più pesanti.

I mercati finanziari oscillano legati agli andamenti del presente mentre per il futuro non vi sono oracoli capaci di interpretarlo, osservando le convulsioni delle viscere del sistema economico globale. Il futuro è imperscrutabile a fronte della conduzione erratica da parte della amministrazione americana che assomiglia ad un segnale che oscilla attorno alla linea retta della strategia israeliana che certo non ha come modello l’aggressione trumpiana al Venezuela, ma ha come obiettivo l’annientamento dell’avversario con tutti i mezzi necessari. La mancanza di ipotesi certe sugli sviluppi prossimi ha tra gli effetti la mancata esplosione del prezzo del petrolio, non è quadruplicato come accadde durante crisi precedenti.
La guerra in corso si sviluppa nel cuore dei rapporti di forza, della competizione globale, nel contesto dei processi di transizione entro i quali si manifesta diversa capacità di agire strategicamente da parte dei maggiori soggetti sulla scena globale. L’attenzione è tutta sugli equilibri del mercato delle materie prime energetiche.
La Cina dispone di ampie riserve strategiche di petrolio, stimate intorno ai 900 milioni di barili, equivalenti a circa 78 giorni di importazioni. In caso di crisi prolungata il governo può inoltre modulare la raffinazione, limitare le esportazioni di carburanti e gestire amministrativamente prezzi e scorte per proteggere l’economia interna. La Cina resta un grande importatore di energia e non è immune allo shock. Nel 2024 ha importato circa 11,1 milioni di barili di greggio al giorno, con una dipendenza dall’estero pari al 71,9%. Tuttavia la struttura del sistema energetico cinese sta cambiando rapidamente. Nel 2025 il consumo totale di energia ha raggiunto circa 6,17 miliardi di tonnellate equivalenti di carbone standard, con il carbone al 51,4% del mix e la cosiddetta energia pulita – cioè gas e fonti non fossili – al 30,4%. Nel 2024 il carbone rappresentava ancora il 53,2%, il petrolio il 18,1%, il gas l’8,8% e le fonti non fossili il 19,9%1.

Le riserve strategiche mondiali di petrolio arrivano a circa 8,2 miliardi di barili. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), fondata nel 1974 dopo la crisi petrolifera, coordina le scorte dei Paesi Ocse. I 32 Paesi membri dell’Iea detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo. Questi 32 Paesi, che comprendono Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e gran parte dei Paesi Ue, devono mantenere scorte pari ad almeno 90 giorni di importazioni di petrolio. L’Unione europea con una direttiva del 2006 ha confermato questo obbligo. (…)
Il Paese che ha accumulato una delle più grandi riserve strategiche e commerciali al mondo è la Cina. Secondo alcune stime, Pechino a gennaio di quest’anno deteneva circa 1,2 miliardi di barili, di cui circa 400-500 milioni di barili di riserve strategiche2.
Sull’effettivo impatto del blocco dello stretto di Hormuz valgono alcune cifre.  La capacità di raffinazione globale è inferiore a 90 milioni di barili, a fronte di una produzione di 150 milioni, Arabia Saudita metà della produzione dal Mar Rosso, lo stesso vale per l’Iraq attraverso la Turchia. 90 milioni di barili al giorno prodotti da altri paesi, i più colpiti sarebbero i più poveri.

Se la tattica dell’Iran a fronte dell’aggressione che mira al rovesciamento dell’attuale regime politico, sino alla resa definitiva è stato l’allargamento della guerra a tutti i paesi del golfo e  del medio oriente, un limite non ancora superato è quello da parte di USA e Israele della distruzione dei terminal petroliferi sull’isola di Kharg3 attraverso cui passa gran parte delle esportazioni petrolifere dell’Iran e dall’altra parte non solo la distruzione dei pozzi, dei depositi e dei terminali da cui provengono petrolio e gas naturale, ma soprattutto gli impianti di desalinizzazione dell’acqua da cui dipende in grandissima parte il rifornimento di acqua potabile dei paesi del golfo4. La centralità di questa infrastruttura è confermata anche dai numeri. Lo studio Desalination and the Middle East: research, practices, implications, and prospects pubblicato a gennaio 2026 su npj Clean Water indica che il Medio Oriente rappresenta il 41,8% della capacità operativa globale di desalinizzazione, pari a 28,96 milioni di metri cubi al giorno, e il 46,9% della capacità contrattualizzata mondiale.  La Banca Mondiale, nel report Fresh Perspectives: Emerging Issues and Opportunities for Desalination in the Middle East and North Africa diffuso a gennaio 2026, conferma che la regione MENA concentra quasi metà della capacità mondiale operativa di desalinizzazione nel 2025, con oltre 5.000 impianti. Non si tratta quindi di un’infrastruttura marginale, ma di una colonna portante dei sistemi economici e urbani della regione.
Per comprendere la portata del problema, però, bisogna prima capire cosa sono davvero questi impianti. La desalinizzazione è il processo industriale attraverso il quale l’acqua di mare viene resa potabile eliminando il sale e le altre impurità. La tecnologia più diffusa oggi è quella dell’osmosi inversa: enormi quantità di acqua marina vengono spinte ad alta pressione attraverso membrane speciali che trattengono i sali minerali e lasciano passare solo le molecole di acqua. Il risultato è acqua dolce che può essere immessa nelle reti idriche delle città. Il processo, però, è estremamente energivoro, richiede cioè grandi quantità di elettricità e infrastrutture complesse che spesso sono integrate con centrali energetiche. Questo significa che molti impianti di desalinizzazione sono, di fatto, nodi industriali strategici dove convergono acqua, energia e sistemi di distribuzione. Se uno di questi impianti smette di funzionare, l’effetto può essere quindi immediato: intere città rischiano di restare senza acqua nel giro di pochi giorni.

La dipendenza dei paesi del Golfo da questa tecnologia è impressionante. In Kuwait, per esempio, circa il 90 per cento dell’acqua potabile proviene dalla desalinizzazione. In Oman la percentuale supera l’86 per cento. In Arabia Saudita si aggira intorno al 70 per cento. Anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sviluppato sistemi di gestione delle falde sotterranee e programmi di riutilizzo delle acque, dipendono in larga misura da questo sistema, soprattutto nelle grandi aree5.
I primi attacchi agli impianti di desalinizzazione prospettano quindi la possibilità di indurre una vera e propria catastrofe sia nei paesi del golfo che in alcune regioni dell’Iran6

Ciclo dell’acqua e dell’energia sono strettamente connessi nell’approvvigionamento delle comunità del liquido fondamentale per la vita, così come negli equilibri globali e regionali del clima. Nell’Iran la capitale Teheran vive una straordinaria crisi idrica, che mesi prima dello scoppio della guerra aveva portato a prospettare addirittura l’abbandono di questa città di oltre 10 milioni di abitanti7. La guerra, i bombardamenti, l’inquinamento dell’aria prodotto dagli incendi dei depositi ed impianti petroliferi intervengono su una situazione già di per sé disastrosa. Con diversi gradi di efficienza o inefficienza nella gestione delle risorse naturali e nella realizzazione degli impianti di distribuzione e desalinizzazione, le popolazioni dei paesi che si affacciano sul Golfo Persico, vivono un equilibrio precario che la guerra può sconvolgere definitivamente. 

L’Arabia Saudita negli ultimi mesi sembra aver rinunciato definitivamente al progetto iper-avveniristico di costruire una città nella forma di un mega edificio lungo mille chilometri per rivolgersi invece verso mega investimenti nei data center, come gli altri paesi del Golfo. L’Iran sta già bombardando quelli esistenti impattando l’alleanza tecnologica con gli USA.
“Gli Emirati Arabi Uniti vogliono davvero essere un attore importante nell’IA”, ha detto Chris McGuire, esperto di competizioni in IA e tecnologia che ha lavorato come funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca nell’amministrazione di Joe Biden. “Il loro governo ha una convinzione molto forte su questa tecnologia, probabilmente più di qualsiasi altro governo al mondo, e se dovranno iniziare a sorgere dubbi sulla sicurezza a riguardo, dovranno risolverle molto rapidamente, in qualche modo”8.

La guerra, la sovranità, la tecnologia

La guerra, proseguimenti della competizione globale con altri mezzi, attraversa tutte le filiere i processi lungo i quali si dirama la ‘grande trasformazione’ che caratterizza la formazione sociale globale e contribuisce a ridisegnarla (la grande trasformazione). Si diffonde la guerra mentre si ridisegnano le forme della sovranità, i dispositivi che la sostengono si fondano necessariamente e sempre più profondamente sulle tecnologie digitali che rappresentano il fattore abilitante in ogni settore. Il carattere duale delle tecnologie digitali, dell’Intelligenza artificiale in particolare, è fondamentale per strutturare le forme della sovranità, del potere. 

Il confronto, il conflitto negli USA sull’uso dell’I.A nei dispositivi militari9, nella conduzione delle attività belliche emerse nell’ultimo conflitto ne è la dimostrazione più lampante. Dopo l’utilizzo nella striscia di Gaza e in tutti i territori in cui sono intervenute le forze armate di Israele, l’attacco all’Iran costituisce un nuovo terreno dove si sperimentano e si perfezionano i dispositivi digitali10.

“(A Gaza) la verifica, in questo sistema, significava che un operatore umano esaminava ogni nome per una media di circa 20 secondi, abbastanza a lungo da confermare che il bersaglio era maschio. Poi hanno dato l’autorizzazione. Un solo sistema produsse più di 37.000 bersagli nelle prime settimane della guerra. Un altro era in grado di generare 100 potenziali siti di bombardamento al giorno. Gli umani nel loop non esercitavano giudizio. Stavano gestendo una coda (di bersagli).

In Iran, il quadro è, al momento, meno documentato. Ma   racconta la sua storia. Due fonti hanno confermato a NBC News che i sistemi di IA di Palantir, che si basano in parte su grandi modelli linguistici, sono stati utilizzati per identificare i bersagli. (Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha detto di “non poter entrare nei dettagli” quando gli è stato chiesto su CNBC, ma ha detto che Claude è ancora integrato nei sistemi di Palantir usati nella guerra in Iran.) Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, si è vantato che l’esercito sta usando l’IA in Iran per “setacciare enormi quantità di dati in pochi secondi” al fine di “prendere decisioni più intelligenti più velocemente di quanto il nemico possa reagire”. Che ogni attacco fosse assistito dall’IA o meno, il ritmo della campagna era possibile solo perché il targeting era stato sostanzialmente automatizzato.”

Se Anthropic ha sollevato obiezioni sull’uso delle proprie tecnologie in campo militare altre società si sono di fatto consorziate11 per espandersi nel settore militare.
Ciò che sta accadendo è un ridisegno dell’industria bellica con il dilagare del cosiddetto ‘cyber warfare’.

La guerra informatica (cyber warfare) non è più una minaccia teorica futura: è un conflitto attivo e continuo che si svolge ogni giorno attraverso l’infrastruttura digitale globale. A differenza della guerra tradizionale, questo conflitto non ha campi di battaglia chiari, uniformi e spesso nessuna attribuzione immediata. Reti elettriche, sistemi sanitari, mercati finanziari, università, governi e imprese private sono diventati tutti obiettivi. L’emergere dell’Intelligenza Artificiale (IA) ha accelerato drasticamente questo conflitto. Quello che stiamo assistendo oggi non è semplicemente un aumento della criminalità informatica, ma l’ascesa di una corsa agli armamenti digitali, in cui nazioni, sindacati criminali e attori non statali competono per ottenere un vantaggio strategico attraverso tecnologia, automazione e dati12. L’articolo di cui abbiamo riportato l’introduzione propone uno schema molto illuminante di come si sta strutturando.
Il precedente conflitto con l’Iran, durato 12 giorni ha costituito  campo di sperimentazione della cosiddetta guerra asimmetrica13.

“Questo contrasto operativo riflette una divergenza strategica più ampia. Israele concentrò il potere cibernetico contro le strutture controllate dallo Stato iraniano, sfruttando precisione e disgregazione. L’Iran, nel frattempo, ha sfruttato metodi cibernetici asimmetrici rivolti ai sistemi civili, sfruttandone la relativa vulnerabilità per un impatto psicologico ed economico strategico.
La guerra cibernetica asimmetrica si verifica quando attori meno dotati di risorse sfruttano le debolezze delle difese cibernetiche degli avversari—specialmente nelle infrastrutture civili—per infliggere un impatto sproporzionato. Invece di condurre campagne cibernetiche tradizionali stato contro stato (come quelle che mirano a sistemi di comando e controllo militare o di governo critico), gli attori asimmetrici sfruttano le vulnerabilità nei settori civili per causare disagi, erodere la fiducia pubblica e proiettare potere oltre le loro possibilità.”

L’attuale aggressione all’Iran costituisce ovviamente uno straordinario salto di qualità rispetto al precedente conflitto dei 12 giorni.
Un rapporto della Rand  ‘How Artificial Intelligence Could Reshape Four Essential Competitions in Future Warfare’14 costituisce un ulteriore strumento per comprendere il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nello sviluppo dei sistemi di armamento in tutte le loro dimensioni.
Per avere una idea. “In questo rapporto, gli autori offrono un quadro concettuale e una valutazione preliminare per aiutare a stabilire le condizioni di un dibattito più sistematico sulle implicazioni militari dell’IA. Gli autori utilizzano il quadro per valutare come l’IA possa influenzare quattro competizioni “a blocchi fondamentali” negli affari militari: (1) quantità contro qualità, (2) nascondere contro trovare, (3) comando e controllo centralizzato contro decentralizzato (C2) e (4) attacco informatico contro difesa informatica. I loro risultati suggeriscono che l’esercito statunitense potrebbe dover modificare aspetti importanti del modo in cui tradizionalmente opera per sfruttare il potenziale dell’IA.” 

La ciliegina sulla torta, se così si può dire, è l’impatto dell’I.A. sulla gestione degli armamenti nucleari15, laddove le nuove tecnologie digitali attraversano sia il campo degli armamenti tradizionali che quelli nucleare, creando una connessione tra i due campi di particolare pericolosità16.

“L’Entanglement descrive come le capacità nucleari e non nucleari dei militari stiano diventando pericolosamente intrecciate. Per fare un esempio, i satelliti statunitensi di allarme precoce vengono utilizzati sia per rilevare attacchi nucleari che non nucleari, sia per attivare difese anti-missilistici balistici.
In un conflitto convenzionale, se le difese statunitensi fossero efficaci nell’intercettare missili non nucleari russi lanciati contro obiettivi in Europa, la Russia potrebbe attaccare i satelliti di allerta precoce statunitensi per indebolire queste difese. Tuttavia, poiché un tale attacco avrebbe anche degradato la capacità degli Stati Uniti di rilevare attacchi nucleari in arrivo, Washington potrebbe interpretarlo come il preludio a un attacco nucleare russo – potenzialmente portando a un’escalation. Gli Stati Uniti hanno esplicitamente minacciato di usare armi nucleari se il loro sistema di comando e controllo nucleare venisse attaccato con armi non nucleari.”

Non c’è un bandolo della matassa, delle tante matasse, tanti sono i fili, tra loro inestricabilmente intrecciati. Tutti gli stati si sentono giustificati nella gara agli armamenti nello sviluppo duale civile-militare delle tecnologie digitali. Nessun paese è escluso, né si esclude da una gara in cui ogni aspetto dei rapporti sociali è coinvolto nelle strategie di guerra, benché le strategie di alcuni appaiano più razionali o al contrario arbitrarie di altri, così come le forme di governo autoritario nelle loro diverse versioni, dal suprematismo bianco alla richiesta di amare il partito sin dalla più tenera età.
Il sistema finanziario è il luogo chiamato ad anticipare a dare continuità ad ogni strategia, qualunque sia il portafoglio di risorse necessario ad alimentarla, a renderla possibile, a legare il presente al futuro con le risorse che il passato ha reso disponibili. Contemporaneamente è quanto mai sensibile ad ogni segnale di instabilità dagli altri livelli di realtà ed in questi giorni i segnali di instabilità sono quanto mai forti, acuiti dalle vicende presenti in un contesto di per sé instabile in modo evidente da quando siamo entrati nel nuovo secolo.

Da mesi si discute e si scommette in un senso o in un altro sulla possibilità che esploda la bolla dell’A.I. delle quotazioni borsa che vedono una dopo l’altra le Big Tech superare le soglie di 3,000, 4.000 sino a 5.000 miliardi di dollari di quotazione borsistica. Mentre gli investimenti nei data center si contano in centinaia di miliardi, mentre gli investimenti reciproci mostrano una certa circolarità, con Nvidia che finanzia le società che comprano le sue schede. Per molte società il rapporto earnings/prices arriva ad 80 in attesa che arrivino profitti proporzionali agli investimenti effettuati. La bolla digitale in questi giorni incontra i tremori del private credit nel quale i giganti del settore sono costretti a porre un limite al riscatto delle quote che i sottoscrittori vogliono ritirare.
Una buona descrizione di quel mercato viene da un articolo di Fabrizio Goria sulla Stampa17.

“Silenzio. È lì che cresce la nuova bolla della finanza globale. Nel silenzio di un mercato che muove oltre 2.500 miliardi di dollari, lontano dai radar pubblici, al riparo dalle luci dei mercati regolamentati e quasi immune agli strumenti di vigilanza tradizionali. Il private credit, nato vent’anni fa come canale alternativo per finanziare imprese escluse dal credito bancario, è diventato uno dei motori nascosti del capitalismo contemporaneo. Dietro l’apparenza tecnica di un mercato di nicchia si muove oggi un sistema finanziario parallelo, sempre più interconnesso con le banche e capace di amplificare shock globali in modo non lineare. È un ecosistema che ricorda, per dinamica e struttura, quello delle asset-backed security e dei mutui subprime alla vigilia della crisi del 2007. Allora, i prodotti strutturati e i derivati ipotecari si diffusero silenziosamente, crescendo a ritmi esponenziali, intrecciandosi con il sistema bancario e alimentando la convinzione che il rischio fosse frammentato e quindi innocuo. Oggi, il private credit si muove nella stessa zona grigia, ma con dimensioni ancora più grandi. (…)
Il Fondo monetario internazionale ha modellizzato tre scenari di stress sul private credit globale. Nel caso base, con un tasso di default del 5% e un recovery del 55%, le perdite si limiterebbero a 56 miliardi di dollari, gestibili dal sistema. In uno scenario severo, con default al 10% e recovery al 50%, salirebbero a 125 miliardi. Ma in caso di recessione prolungata, con correlazione dei default al 50% e recovery al 40%, le perdite complessive potrebbero arrivare a 225 miliardi di dollari. Se anche solo un quinto di questa esposizione fosse indirettamente collegata al sistema bancario, l’impatto supererebbe i 40 miliardi: abbastanza da mettere sotto pressione decine di banche regionali in Europa e negli Stati Uniti. L’aspetto cruciale, però, non è la cifra in sé. È la rapidità con cui potrebbe materializzarsi in caso di perdita di fiducia.

(…) Nel lessico regolatorio, il private credit è parte integrante dello shadow banking, la finanza non bancaria che cresce ai margini della supervisione ufficiale. Secondo il Financial Stability Board, la cosiddetta “non-bank financial intermediation” rappresenta oggi quasi la metà degli attivi finanziari globali, contro un terzo nel 2008.”

Sullo stesso quotidiano un articolo più recente rende conto dell’aggravarsi della situazione18.
“Il debito ombra scricchiola, e il contagio rischia di essere veloce. Da BlackRock a JPMorgan, arrivando a Deutsche Bank. «Crediamo che i giorni migliori per questo settore siano ormai alle spalle, poiché la crescita vertiginosa ha costretto le società a competere offrendo rendimenti elevati o allentando le protezioni sui prestiti», avverte Jack Shannon, analista di Morningstar. (…)
La tempesta ha colpito il cuore della finanza tedesca con una violenza che i mercati non vedevano da anni. Deutsche Bank ha ammesso nel suo rapporto annuale un’esposizione di 26 miliardi di euro — circa 30 miliardi di dollari — verso il credito privato, una cifra che rappresenta il 5% del suo intero portafoglio impieghi. (…)
L’esposizione verso il settore tecnologico, inclusi i produttori di software, è lievitata a 15,8 miliardi di euro rispetto agli 11,7 miliardi dell’anno precedente, proprio mentre i tassi di interesse elevati e il rallentamento economico iniziano a logorare la capacità di rimborso dei debitori. (…)
Il settore del software, per un decennio considerato la cassaforte del credito privato grazie ai flussi di cassa ricorrenti, è diventato il principale fronte di instabilità. L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha messo in discussione modelli di business consolidati, rendendo improvvisamente obsoleti i prodotti di aziende cariche di debiti. Il caso di Pluralsight, società di formazione tecnologica nel portafoglio di Vista Equity Partners, rappresenta un monito per l’intera Wall Street: 4 miliardi di dollari di capitale investiti sono stati azzerati quando la proprietà è passata nelle mani dei creditori. (…)
Nonostante l’allarme rosso, il settore non smette di attrarre capitali, creando una dicotomia pericolosa. Le previsioni indicano una crescita ulteriore degli asset sotto gestione, che tra BDC quotati e non quotati superano già i 420 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti. Deutsche Bank, pur segnalando i rischi, ha annunciato l’intenzione di espandere la propria offerta di credito privato attraverso una distribuzione regionale selettiva e lo sviluppo di prodotti digitali con la sua divisione di private banking. È una strategia ambivalente: da un lato si avverte del pericolo, dall’altro si cerca di catturare le commissioni lucrose che questo mercato garantisce. La verità è che molti attori finanziari hanno un incentivo diretto a «nascondere la testa sotto la sabbia». I fondi di private credit vogliono evitare svalutazioni che comprometterebbero la loro capacità di raccogliere nuovo capitale, mentre le banche temono che un eccessivo rigore possa innescare una serie di fallimenti a catena tra le medie imprese che dipendono da questi finanziamenti.”

Tuttavia “I cancelli si sono chiusi di colpo. «La dispersione tra credito forte e debole sta aumentando», ammonisce il quartier generale di Morgan Stanley in una nota che gela le attese degli investitori e squarcia il velo di ottimismo che avvolgeva l’universo del debito privato. Il gigante di Wall Street ha alzato gli argini, limitando i riscatti per il suo fondo North Haven Private Incombé dopo che la pressione delle uscite ha toccato l’11% delle azioni in circolazione. (…)
Il sospetto che l’automazione possa rendere obsoleti modelli di business consolidati o ridurre i margini operativi delle imprese del settore spinge i prestatori a una revisione drastica delle valutazioni. JPMorgan Chase ha già svalutato alcuni prestiti legati a fondi di credito privato, analizzando l’impatto delle turbolenze che colpiscono il comparto software, dimostrando che il contagio non è più un’ipotesi teorica ma una realtà contabile che grava sui bilanci.”
Un modello di business nell’industria del software sta completamente mutando sotto i colpi dell’I. A. ciò accade mentre l’instabilità globale scuote le fondamenta del sistema finanziario.
“Il nervosismo dei mercati riporta d’attualità le parole pronunciate lo scorso autunno da Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, che parlava di «scarafaggi» pronti a emergere nei mercati del credito in caso di stress. La profezia sembra oggi trovare riscontro nella moltiplicazione delle chiusure dei cancelli che coinvolge anche BlackRock e Blackstone. Il primo ha limitato i prelievi dal suo fondo Hps Corporate Lending al 5%, dopo una domanda di riscatto che aveva sfiorato il 10% del capitale.”

Ciò che si manifesta e si prospetta per il futuro è una fase di profonda ristrutturazione che lega la crescita ipertrofica delle spese militari, gli effetti della crisi climatica, la rottura di un modello produttivo indotta dall’I.A. che nei fatti è appena all’inizio con il passaggio all’IA. degli agenti che andrà a rivoluzionare le modalità tradizionali di automazione delle filiere produttive. Nonostante che le cifre degli investimenti e della capitalizzazione del settore digitale negli Usa siano di diversi ordini di grandezza superiori ai parametri del processo di passaggio all’I.A. in Cina, quest’ultima ha la prospettiva di riconvertire uno straordinario tessuto produttivo.
Di certo, l’IA è stata grande protagonista durante le ‘due sessioni’, le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo, i due massimi organi legislativo e consultivo a livello statale. (…)
L’iniziativa ‘AI Plus’, lanciata nei mesi scorsi, viene iscritta tra le iniziative strategiche del nuovo piano. Il piano prevede l’utilizzo dell’IA per sviluppare nuovi modelli o piattaforme digitali, ma anche e soprattutto per trasformare industrie tradizionali come la manifattura, la logistica, l’energia, la sanità e l’istruzione.
L’obiettivo è passare da una fase di digitalizzazione a una fase di vera e propria “intelligentizzazione” dei processi produttivi, in cui sistemi capaci di apprendere e adattarsi ottimizzano automaticamente la produzione, la gestione delle catene di approvvigionamento e la distribuzione dei servizi. (…)
Durante le due sessioni è stato sottolineato che la Cina ha già costruito oltre 43 mila fabbriche intelligenti, ma che la maggior parte utilizza ancora principalmente automazione tradizionale e software industriale. Il prossimo passo sarà integrare sistemi di intelligenza artificiale capaci di percepire l’ambiente produttivo, analizzare dati in tempo reale e prendere decisioni operative. L’obiettivo finale è arrivare a sistemi industriali in grado di auto-ottimizzare la produzione e adattarsi autonomamente alle variazioni della domanda o alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento”19.

L’impatto dell‘impiego di sistemi di A.I. autonomi, di automi umanoidi nei processi produttivi potrebbe avere conseguenze rilevanti sul sistema di divisione del lavoro, le catene di approvvigionamento che fanno capo alla Cina20.  La società globale di ricerche di mercato tecnologica Counterpoint ha rilevato che nel 2025 sono stati venduti circa 16.000 robot umanoidi in tutto il mondo, e circa il 90 per cento proveniva dalla Cina. La Cina ha inoltre registrato più di 150 aziende di robot umanoidi nel 2025 — un numero che si prevede aumenterà con la domanda e gli impegni per ulteriori incentivi governativi. (…)

Un rapporto pubblicato dalla Federazione Internazionale della Robotica ha rilevato che nel 2024 c’erano più di 2 milioni di robot che lavoravano nelle fabbriche cinesi e, complessivamente, la Cina aveva cinque volte più robot che lavoravano nelle fabbriche rispetto agli Stati Uniti. La Cina sta anche espandendo le sue “fabbriche oscure” altamente automatizzate, dove i robot superano in numero i lavoratori e operano con illuminazione minima21. Le linee di approvvigionamento, la divisione internazionale del lavoro è ciò di più instabile che si possa immaginare e non solo per il blocco dello stretto di Hormuz, ma per le condizioni generali del cambiamento tecnologico in atto, che sta già modificando il mercato del lavoro, modificherà il mondo delle merci dai mezzi di produzione all’ultimo prodotto di consumo. Un fattore in grado di alterare rapporti consolidati.

La cosiddetta intelligentizzazione, un neologismo che sintetizza il passaggio epocale in corso, alimenta la tendenza alla guerra, la ristrutturazione complessiva non solo dell’economia, ma di ogni relazione sociale con una finanziarizzazione ipertrofica di tutti i processi che rischia di far crollare tutta la costruzione. Non è prevedibile se questa trasformazione epocale dovrà passare per una crisi altrettanto epocale originata nei mercati finanziari, come già altre volte è successo. Il meteorite che con la sua caduta determina una rottura nel processo evolutivo in questo caso della formazione sociale globale a cui si apre un futuro evolutivo incognito.

Roberto Rosso

  1. https://askanews.it/2026/03/16/crisi-di-hormuz-ecco-perche-la-cina-potrebbe-uscirne-vincitrice/  https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/nuovo-piano-quinquennale-cina-raddoppiare-energia-non-fossile/  https://rienergia.staffettaonline.com/articolo/35635/Cina:+transizione+energetica+a+ostacoli+/Gili#:~:text=Inoltre%2C%20il%20mix%20energetico%20cinese%20%C3%A8%20ancora,e%20ancora%20solo%20il%205%25%20dalle%20rinnovabili  https://www.energiaitalia.news/policy/policy-mondo/in-cina-boom-di-centrali-a-carbone-nel-2024-quale-futuro-il-rapporto-del-crea/52293/.[]
  2. https://www.corriere.it/economia/energie/26_marzo_13/petrolio-le-riserve-strategiche-nel-mondo-il-record-cinese-e-i-paesi-che-ne-detengono-di-piu-59cb131f-f455-4807-b128-f503eabf3xlk.shtml  https://www.worldometers.info/it/petrolio/cina-petrolio/.[]
  3. https://www.geopop.it/isola-kharg-guerra-iran-scenari-petrolio-perche-non-attaccata-dagli-usa/. []
  4. https://www.infobuildenergia.it/guerra-acqua-impianti-di-desalinizzazione-golfo-infrastrutture-strategiche/.[]
  5. https://www.fanpage.it/politica/nei-paesi-del-golfo-la-risorsa-piu-preziosa-non-e-il-petrolio-e-lacqua/.[]
  6. https://www.startmag.it/energia/perche-lacqua-e-unarma-nella-guerra-tra-iran-e-paesi-del-golfo/.[]
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/jan/15/how-day-zero-water-shortages-in-iran-are-fuelling-protests https://e360.yale.edu/features/iran-water-drought-dams-qanats  https://www.geopoliticalmonitor.com/irans-water-crisis-a-national-security-imperative/.[]
  8. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/07/it-means-missile-defence-on-data-centres-drone-strikes-raises-doubts-over-gulf-as-ai-superpower.[]
  9. https://www.nytimes.com/2026/02/24/us/politics/pentagon-anthropic.html.[]
  10. https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2026/mar/15/ai-defense-warfare-companies.[]
  11. https://www.reuters.com/markets/deals/palantir-anduril-join-forces-with-tech-groups-bid-pentagon-contracts-ft-reports-2024-12-22/  https://www.nytimes.com/2026/02/27/technology/openai-agreement-pentagon-ai.html.[]
  12. https://iccso.org.uk/cyber-warfare-ai-and-the-new-digital-arms-race/.[]
  13. https://trendsresearch.org/insight/ai-and-the-evolution-of-asymmetric-cyber-warfare-insights-from-the-2025-israel-iran-conflict/.[]
  14. https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA4316-1.html#:~:text=Cyber%20defenses%20will%20benefit%20from%20AI%20in,penetrate%20networks%2C%20particularly%20with%20help%20from%20AI.[]
  15. https://nuclearnetwork.csis.org/redefining-deterrence-the-impact-of-emerging-technologies-on-nuclear-and-conventional-military-forces/.[]
  16. https://carnegieendowment.org/posts/2019/01/why-is-nuclear-entanglement-so-dangerous?lang=en.[]
  17. https://www.lastampa.it/economia/2025/10/13/news/private_credit_bolla_usa_europa_banche-“15348788/.[]
  18. https://www.lastampa.it/economia/2026/03/12/news/private_credit_rischio_deutsche_bank_europa-15542185/.[]
  19. https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/03/13/news/cina_intelligenza_artificiale_spesa_tecnologia_piano_quinquennale-425219637/.[]
  20. https://anspistrategist.org/chinas-push-into-embodied-ai-strategic-implications-for-indo-pacific-competition/.[]
  21. https://www.abc.net.au/news/2026-03-14/china-future-five-years-plan-tech-ai-dominance/106450274.[]
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