Le cause che hanno portato in poche ore almeno 60mila cittadine e cittadini marocchini di ogni età a tentare di entrare nell’enclave coloniale di Ceuta vanno analizzate nella loro complessità, senza pensare di trovare una sola interpretazione. Ad oggi sembra rientrata – le notizie parlano di quasi 49.000 di loro che sono tornate “volontariamente”, nel paese di provenienza –, per chi è rimasto, in base al Piano migrazione e asilo, si farà uno screening individuale per poi procedere, nella quasi totalità al rimpatrio. Ma tanto è bastato a far scattare le reazioni xenofobe, propagandistiche e inconsulte tanto delle destre europee, Meloni in prima fila, quanto della stessa Presidente della Commissione, Ursula van der Leyen. La loro narrazione tossica poggia sul nulla. La richiesta di sospendere la libera circolazione stabilita con “Schengen”, per chi viene dalla Spagna, è una solenne bufala. Chi arriva nelle enclave – oltre a Ceuta quella di Melilla – non entra in Europa, non ha libera circolazione ed è più vicino a Rabat che allo stretto di Gibilterra. La geografia non mente.
E qui entra in ballo il primo fattore che spiega, almeno in parte, la ragione del massiccio, relativamente, esodo. Il 9 luglio scorso, a seguito di una sentenza del Tribunale Supremo Spagnolo si ribaltava una prassi. Precedentemente chiunque provasse ad entrare nelle enclave poteva, immediatamente, essere rimandato a casa. Con la sentenza, chi arriva via terra continua ad essere respinto, per chi prova a farlo via mare si va ad un esame individuale delle richieste di protezione che richiede tempo, diritto alla difesa, che garantisce nel frattempo assistenza. Non sono casuali i tanti tentativi di arrivare a nuoto che hanno già provocato vittime.
Un’altra lettura prende piede. Quella secondo cui la monarchia marocchina, fedele alleata degli Usa e di Israele, avrebbe allentato i controlli per indebolire il primo ministro spagnolo Sanchez e scatenargli contro la destra nazionalista e post-franchista che lo ha bollato con l’epiteto di traditore. Simili interessi convergenti sono più che probabili ma da qui a dire che chi è andato a Ceuta era eterodiretto se non pagato, ne corre parecchio. Alcuni analisti parlano di “guerra ibrida” contro il governo spagnolo, in cui si usano anche i migranti ma di cui questi non sono l’elemento determinante. Varrebbe la pena che questo criterio interpretativo venisse utilizzato per gran parte dei conflitti in atto in questo primo lustro di ventunesimo secolo, Turchia e Libia sono gli esempi più lampanti se si guarda con gli occhi rivolti ai paesi che hanno l’Italia come sbocco inevitabile. In questo periodo l’economia del Marocco segna un trend molto positivo, ma a beneficiarne, come in ogni altro paese liberista, sono le élite economiche e finanziarie, del paese o di multinazionali che stanno investendo in un contesto considerato sicuro. L’assenza di prospettiva è la norma per gran parte della popolazione. Cercare una via di fuga e giocarsi la vita alla lotteria nella vana speranza di avere accesso in Europa è per molte/i considerata l’unica soluzione. Un altro elemento da analizzare riguarda quanto accaduto negli ultimi anni in Spagna. Il partito socialista che guida il governo ha, nel parlamento europeo, votato a favore del Patto migrazione e asilo ma, contemporaneamente ne ha temporaneamente attenuato l’efficacia da deportazione, procedendo ad un enorme piano di regolarizzazione controllata di cui ha tratto beneficio anche la bilancia dei pagamenti. Quanto basta per irritare le politiche di Trump e dei suoi piccoli servitori europei. Altro punto della complessità è causato dal Patto europeo già citato. Il Marocco è uno di quei Paesi considerati sicuri che già chiedono risorse in cambio della disponibilità a fungere da hub per le deportazioni e lo strumento del ricatto è quello che funziona meglio. Da ultimo, importante anche questo, il ruolo di Israele che fra pochi mesi andrà al voto. Sanchez è considerato né più né meno che un “amico dei terroristi”, le relazioni fra i governi dei due paesi si sono interrotte e le critiche al genocidio si uniscono al fatto che oltre due anni fa la Spagna, rompendo i vincoli europei, ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Che il governo di Tel Aviv (rifiutiamo la definizione “di Gerusalemme”), voglia liberarsi del nemico iberico è un dato acclarato al punto che, nonostante la propria missione di Stato occupante in Palestina, Israele spinge il re Mohammed VI e la popolazione marocchina, nelle rivendicazioni – peraltro valide – che portino ad includere interamente in Marocco, i possedimenti coloniali trasformati in avamposti europei. La recente visita di Sanchez in Algeria e i rapporti con le rivendicazioni Saharawi sono poi serviti anche a Rabat per alimentare una forte critica all’attuale governo iberico, già indebolito dalle accuse giustizialiste che paiono montate ad arte, ma l’intervento dell’esercito a Ceuta, la cacciata, seppur ordinata, di gran parte delle persone che erano entrate, inducono a pensare che di eventi simili ne capiteranno ancora.
Le vittime accertate, di questa crisi, mentre scriviamo sono 57, molti sono coloro che ancora vagano per le strade di Ceuta, totalmente militarizzata e senza avere alcuna prospettiva. Per impedire che questo si ripeta occorrerebbe quello che è impossibile realizzare con le avanzate neofasciste, una politica europea fondata su un progetto di convivenza, capace di comprendere che dall’altra parte del Mediterraneo, ci sono popoli che non possono continuare a dover lottare, ogni giorno, semplicemente per sopravvivere. E la ragione non deve essere unicamente etica / umanitaria. Soprattutto per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la ripresa di una cooperazione paritaria con chi è sull’altra riva, dovrebbe costituire una scelta politica rivolta anche al proprio futuro.
Stefano Galieni