La sua più compiuta biografia fu scritta nel 1882 dallo storico tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891), autore di una accurata e ponderosa “Storia della città di Roma nel Medioevo” che lo occupò dal 1854 al 1871, in cui esplicitamente intendeva rievocare alcune vicende di quel periodo tra il IV e V secolo, per illuminare i motivi che contribuirono a separare per sempre Costantinopoli da Roma, dividendo i destini delle due capitali dell’Impero. Ed in cui largo spazio avevano soggetti e identità femminili.
Si cimentò quindi sulla biografia di tre donne, che spiccavano per la loro alterità in quel contesto di crisi dell’istituzione imperiale in Occidente aggredita dall’assimilazione religiosa del cristianesimo trionfante: Ipazia, Eudossia, Atenaide.
La prima, matematica, astronoma e filosofa era figlia del matematico Teone, donna di lettere, filosofa e scienziata, era attiva nella scuola neoplatonica di Alessandria, e fu uccisa da cristiani fanatici, i monaci parabolani, istigati dall’arcivescovo Cirillo; la seconda era una donna sottomessa al potere ed ebbe sette gravidanze, delle quali cinque portate a termine: Flacilla (17 gennaio 397 ); Pulcheria (19 gennaio 399); Arcadia (3 aprile 400); Teodosio (10 aprile 401); Marina (12 febbraio 403) e morì il 6 ottobre 404 per le complicazioni seguite al parto di un figlio nato morto.
Ma va menzionata in quanto, soprattutto, madre, di Teodosio II. Arcadia e Marina avevano fatto voto di celibato, Pulcheria di fatto faceva le veci del capofamiglia…
La terza, Atenaide, fanciulla greca di Atene, era figlia del filosofo Leonzio, aveva due fratelli di nome Valerio e Gessio, ed uno zio, Asclepiodoto, ma il nome per cui sarebbe rimasta famosa nel tempo che visse fu Elia Eudocia.
Vanno inoltre citate altre donne: Edesia, Asclepigenia, Pelagia.
Edesia apparteneva alla scuola filosofica neoplatonica, viveva ed operò ad Alessandria d’Egitto ed era ugualmente celebrata tanto per la sua bellezza quanto per le sue virtù.
Dopo la morte del marito, si dedicò ad alleviare i bisogni degli indigenti e all’educazione dei suoi figli, Ammonio ed Eliodoro. Accompagnò quest’ultimo ad Atene, dove si erano recati per studiare filosofia: qui fu accolta con grande lode da tutti i filosofi del luogo, in particolare da Proclo al quale era stata promessa sposa da Siriano sin da giovanissima. Asclepigenia era figlia di Plutarco d’Atene, possiamo conoscere la sua vita attraverso quanto scrisse Marino di Neapoli, insegnava dottrina mistica ed era esperta nella scienza caldaica: astrologia, oroscopi, lettura dei movimenti e della forza delle stelle. Pelagia era nota col nome di Margherita, cioè perla preziosa, per la rara bellezza del suo volto e per i ricchi ornamenti del suo corpo, faceva la ballerina poi divenne cristiana, lasciò i bordelli di Antiochia e si trasferì a Gerusalemme.
Atene alle soglie dell’anno 400 era ancora centro di vita politica e di cultura, ma non poteva certo definirsi una città “cristiana”, i suoi intellettuali leggevano e si confrontavano con le opere di Aristotele, i neoplatonici si ritrovavano nell’Accademia dove tenevano cattedra, tra i più famosi, Clemazio, Pistos, Proeresio (quest’ultimo era armeno, retore e insegnante di filosofia, degli altri due non abbiamo informazioni ).
Una comunità che discettava di teosofia e di politica. Il tempo che Atenaide visse ad Atene, dove era nata nel 393 d.C. può essere considerato quello della sua formazione in cui ebbe modo di conoscere il suo concittadino Plutarco, e poi Siriano, Asclepigenia, Proclo esponenti autorevoli del neoplatonismo; c’era una cattedra di sofistica che aggiornava il pensiero degli antichi maestri: Gorgia, Trasimaco (“il giusto non è altro che il vantaggio del più potente”), Protagora, ed è desumibile che la giovane crebbe e maturò in quel periodo la consapevolezza e l’importanza dello studio, della dialettica, della tecnica dell’arte oratoria.
Nel 395 però intervennero due fatti importanti: il primo attiene la morte di Teodosio I e la definitiva separazione geopolitica da Costantinopoli,che diventava rottura di una comunità multinazionale e biopolitica tendenzialmente universalistica; la seconda vicenda è la penetrazione gotica nella Grecia che dilagò sino ad Atene culminando in uno stillicidio di saccheggi in tutta l’Attica. Nessuna cronaca per la verità cita un saccheggio di Atene, la fonte più ragguardevole per l’argomento sono le “Storie” di Ammiano Marcellino, che però nulla dicono in quanto si fermano alla battaglia di Adrianopoli (378) quindi è difficile non pensare che questo non sia avvenuto. . Atene restava periferica, per molti versi isolata, da un contesto geopolitico che guardava sempre più a Oriente, a Bisanzio-Costantinopoli, ma anche ad Antiochia, Alessandria, Calcedonia , Efeso, Trapezunte.
Atenaide nacque in quel contesto di grande confusione, ma crebbe, e fu educata, in famiglia, assieme ai suoi due fratelli. da cui si sarebbe presto divisa per motivi non banali. Quando il padre venne a mancare, Gessio e Venerio si appropriarono l’intera eredità privando Atenaide di un pur minimo sostegno.
Ella allora decise di lasciare Atene per recarsi a Costantinopoli e da lì avere giustizia, confidava nell’aiuto della zia, la sorella del padre, e fu a lei che ella narrò quanto le era successo chiedendole consiglio su come agire, intendeva infatti far valere i propri diritti.
Non aveva che 15 o 16 anni ma avendo studiato non solo i classici, le poesie, le tragedie, etc ma anche la giurisprudenza, la sofistica e conosceva dalla lettura di Diodoro di Tarso che “..è stato Dio a concedere agli esseri di esistere ed esistere bene”ella formava il suo pensiero e divenne determinata nel pianificare le modalità con cui avrebbe potuto agire a tutela dei suoi diritti.
Frequentò la scuola del filosofo neoplatonico Plutarco, ed anche quella del più anziano Prisco, uomini di abitudini austere e dignitose, ma di vasta cultura che padroneggiavano la dialettica e la retorica con proprietà di stile e pervicace determinazione.
Poi inaspettatamente accadde che le venne concessa una udienza a corte dove venne accolta dall’augusta Pulcheria. Ma in cui era presente anche il giovane Teodosio.
Egli era nato nel 401, quando salì al trono -nel 408- essendo poco meno di un ragazzo era di fatto sotto la tutela del potente prefetto del pretorio, Flavio Antemio.
Una personalità importante, eletto console per l’anno 405, successivamente nominato patricius il 28 aprile 406, assieme a Stilicone; il 10 luglio dello stesso anno aveva ottenuto la prefettura del Pretorio d’Oriente braccio destro dell’imperatore Arcadio.
Ma ebbe il torto di praticare la politica antibarbarica del suo predecessore e in tal modo si mise in opposizione col potente Stilicone, cui facevano capo le legioni dell’Impero d’Occidente. Questo fatto nocque alla stabilità ed al dialogo tra le due compagini statuali, accentuandone la divisione, anche culturale, oltre che politico-militare con l’esito che è noto.
Stilicone fu giustiziato all’indomani della morte di Arcadio, in quell’anno di svolta che fu il 408.. Ma rimasero della sua attività politica le numerose leggi contro il giudaismo, le eresie e il paganesimo promulgate in questo periodo.
La progressione degli eventi può essere così riassumibile…
Il I° maggio 408 Teodosio II era salito al trono, una delle prime decisioni che assunse, certo non di sua iniziativa (vista anche l’età…) fu l’applicazione di un editto promulgato congiuntamente da Arcadio ed Onorio, il 9 giugno 408 che imponeva la rimozione di statue e simboli pagani dagli edifici pubblici e dai templi. E stabiliva che gli edifici delle divinità diventassero statali o affidati alle comunità cristiane.
Alla morte del padre Atenaide dovette quindi seguire la zia a Costantinopoli dove viveva la sorella di Leonzio. Vi giunse nel luglio 414 proprio nel momento in cui Pulcheria era diventata “Augusta” quindi coreggente a fianco di Arcadio e quando assieme a Paulino, amico e coetaneo di Teodosio II, era alla ricerca di una sposa per il giovane sovrano.
Avvenne così che Atenaide e Pulcheria si incontrarono.
Era l’anno 420. E scoccò il classico colpo di fulmine tra Atenaide e Teodosio.
L’avvenimento, l’incontro e l’innamoramento sono riportati nel Chronicon Paschale che dà anche una descrizione fisica della giovane Atenaide. “ella appare bianca come neve, i suoi occhi sono grandi, i capelli biondi come oro”…
Il 18 febbraio 421 era salito al trono di Occidente Costanzo come co-imperatore di Onorio;aveva sposato Galla Placidia sorella dell’imperatore Onorio nel 417, che di conseguenza ricevette il titolo di Augusta dell’impero, ponendola allo stesso livello dell’augusta d’Oriente, Pulcheria. Ricordiamo la sua breve vicenda: Costanzo era entrato nell’esercito sotto Teodosio I; nel 411 era comes e magister utriusque militiae, in seguito Onorio gli avrebbe affidato l’incarico di combattere in Gallia l’usurpatore Costantino III, compito che Costanzo assolse pienamente e dopo questo primo successo, combatté ancora in Gallia e in Spagna dove stroncò le effimere usurpazioni di Giovino, in Gallia, e di Massimo in Spagna. Nel 414 fu insignito del consolato e festeggiò in Ravenna l’ingresso in tale ufficio, che ottenne poi ancora nel 417 e nel 420.Ma il suo regno fu breve, egli durò come imperatore solo per sette mesi. Morì improvvisamente a Ravenna nel 421, un evento che destabilizzò ulteriormente la Pars Occidens dell’Impero.
Il 7 giugno 421 a Costantinopoli , il ventenne Teodosio II che a lungo aveva fatto pressione sulla sorella maggiore, Pulcheria, affinchè le trovasse una bellissima fanciulla da sposare (senza badare se fosse povera né indagare altre questioni o aspetti che riguardassero famiglia, patrimonio, religione etc), vide esaudite le sue aspettative sposando Atenaide dopo che essa ebbe ricevuto il battesimo dal vescovo Attico in Santa Sofia ed aveva assunto i nomi di Elia Eudocia. Amore a prima vista? Parrebbe di sì.
Ma i due, se anche si erano incontrati per caso, e successivamente si sarebbero rivisti non avevano dimenticato il momento della loro prima conoscenza, allorquando Atenaide era stata ricevuta a corte, in udienza, per perorare la sua causa contro i fratelli che avevano voluta estrometterla dall’eredità paterna. Atenaide forse non seppe mai come -e se- casualmente avesse agito Pulcheria in suo favore, ma noi crediamo che costei avesse valutato correttamente e visto bene nell’animo della giovane Atenaide. Il conseguente matrimonio avvenne nella cappella imperiale del Palazzo dell’Ebdomon mentre ancora si svolgevano i lavori di costruzione della Chiea di San Giovanni il Battista e della chiesa della Vergine Odigitria.
Socrate Scolastico riportò l’avvenimento con queste parole: “ Essendo essa donna di grande cultura, figlia del sofista ateniese Leonzio, istruita dal padre ed iniziata in molte scienze. . poiché l’imperatore voleva prenderla per moglie, il vescovo Attico la fece cristiana e nel battezzarla le diede, in cambio di Atenaide, il nome di Eudocia “.
Cioè “ benevolenza divina”.
Dal loro matrimonio nacque Eudossia (“Gloria”) Licinia che più tardi divenne moglie di Valentiniano III, imperatore d’Occidente. Ma Atenaide anche da Imperatrice non dismise le sue abitudini, mantenne sempre i contatti con la sua città natale , e soprattutto la corrispondenza con due amici dell’Accademia, forse docenti, che ella aveva frequentato in quel tempo Lachares e Dioscoride. Mentre Pulcheria, che all’età di 16 anni aveva deciso di scegliere il celibato e di servire la causa della Chiesa con determinazione ma anche con dedizione e meritevoli note di solidarietà sociale ( donazioni, beneficenza, costruzioni di chiese, cappelle votive, ospedali, etc) non rinunciava però ad esercitare ancora molta influenza sul fratello e, nonostante provasse simpatia verso Atenaide, pure diffidava di lei.
Alla fine dell’anno 422 Atenaide aveva dato alla luce una bambina e il 2 gennaio 423
l’imperatore le accordò come strenna il titolo di Augusta .
Nel 423 si verificarono qindi altri eventi di una certa importanza. Atenaide si riconciliava con i due fratelli Gessio e Valerio,che erano giunti- spontaneamente? difficile dirlo- nella capitale nei primi mesi di quell’anno e il 13 aprile Teodosio II emanava un editto contro i pagani; nei primi giorni dell’estate arrivò, senza preavviso, a Costantinopoli, Galla Placidia,in fuga con i figli dall’Italia e da una situazione difficile.
Forse timorosa per la propria incolumità e temendo per le loro vite quella famiglia si attrezzò a vivere in uno dei due palazzi che aveva precedentemente acquistato e che godeva del presidio di militari o guardie armate. Il 15 agosto infine moriva per un edema a Ravenna Flavio Onorio, figlio di Teodosio I.
Atenaide, entrata comunque nello spirito della corte imperiale di Costantinopoli, dove non mancavano intrighi, dicerie e pettegolezzi, dove si fabbricavano calunnie , si perpetravano misfatti, si promuovevano alle alte cariche degli inetti, favoriti o prestanome ubbidienti per attività non veramente commendevoli, tenne testa e fu all’altezza dei compiti che si era prefissa. . Di non subire gli eventi. Partecipò, forse incuriosita più che interessata alle dinamiche ed alle motivazioni che giustificavano la politica ( più o meno trasparente) del Palazzo e quanto alle lotte religiose che segnavano l’evoluzione dottrinaria del Cristianesimo decise di sostenere l’indirizzo dottrinario di Nestorio, al tempo Patriarca di Costantinopoli contro lo strapotere di Cirillo di Alessandria, protetto invece da Pulcheria.
Sebbene la coppia imperiale avesse avuto un’altra figlia nel 431, Flaccilla, e forse anche un figlio maschio morto da bambino, Arcadio, qualcosa del loro legame venne meno, la religione c’entrava poco, Teodosio II era debole, indeciso e inconcludente, la sua bellezza invecchiava precocemente , i suoi attributi fisici non soddisfacevano più Atenaide, che iniziò a frequentare un giovane nobile, della cerchia degli amici e coetanei del consorte, Paolino. Non sappiamo se qualcosa ci fu tra i due ma alcuni pettegolezzi giunsero alle orecchie di Teodosio II e da allora il contrasto, il dissidio, il sospetto e infine la lontananza sancirono una rottura, politica ed affettiva. .
Nel frattempo, nell’anno 429 l’Africa era stata invasa dai Vandali. A maggio Genserico, re dei Vandali, alla testa di 80.000 uomini aveva attraversato lo stretto di Gibilterra ed era sbarcato nella Mauritania Tingitana, probabilmente a Tangeri. Si sarebbe fermato lì? O premeditava un altro sbarco su un’altra costa di un altro mare?
Eudocia decise infine di partire per un pellegrinaggio in Terra Santa.
L’imperatrice partì da Costantinopoli con una pia vedova di nome Melania nel 438, e si recò nei maggiori centri della fede cristiana in Oriente. Melania era nata a Roma ma da anni si era stabilita a Gerusalemme, aveva conosciuto ed era stata confidente di Agostino d’Ippona e di Girolamo e dunque la compagnia di questa pia donna accrebbe la volontà di Atenaide a conoscere meglio il profondo messaggio della dottrina cristiana.
Purtroppo Melania venne a mancare pochi mesi dopo, agli inizi dell’anno 439.
Atenaide reagì col fervore della fede e sostenne l’iniziativa dell’arcivescovo Proclo, di riportare le spoglie di San Giovanni Crisostomo da Comana, il luogo in cui il santo esiliato morì, per accoglierle in pompa magna nella Chiesa dei Dodici Apostoli con una grande cerimonia.
E’ certo che, ovunque andasse, Atenaide veniva accolta con entusiasmo dalla popolazione. Ed anche se ormai era consapevole di avere concluso un ciclo della sua vita non per questo si fermò.
La figlia Licinia aveva sposato l’imperatore Valentiniano III e si era trasferita a Roma, lei invece in quell’anno decise di partire per Gerusalemme.
Non sappiamo se un evento fosse causa dell’altro o che la connessione tra i due fatti fosse meramente casuale, la tempistica infine non puo’che ipotizzare, in assenza di dati e fatti certi la consecutio degli eventi.
Certo è che allora ebbe inizio per Atenaide un’altra, la terza ed ultima fase della sua vita.
A Gerusalemme lei incontrò il buon vescovo Giovenale che vigilava sulla Chiesa del Santo Sepolcro; nei luoghi santi inoltre raccolse molte reliquie della Passione che racchiuse in preziose stauroteche inviò a Costantinopoli. Atenaide pregò e si inginocchiò davanti alla tomba di Cristo (una sua immagine fu poi dipinta in una chiesa della capitale); lasciata questa città si recò ad Antiochia dove tenne un discorso al senato cittadino, esprimendosi in modo non convenzionale cioè in stile ellenico, forse ricordando il compianto imperatore Flavio Claudio Giuliano, che molti cristiani ancora sprezzantemente definivano Apostata.
Qui oltre a distribuire fondi per il restauro degli edifici in rovina, si profuse in ascolto delle esigenze popolari e rassicurazioni sul futuro e la valorizzazione di quella grande città, che era stata tra le prime a convertirsi alla nuova fede.
La città siriana, che nel I° sec. d.C aveva una significativa presenza di comunità ebraiche attirò i primi predicatori cristiani., tra cui, pare lo stesso Pietro ma fu meta dal 47 al 55 anche delle predicazioni cristiane dell’apostolo Paolo di Tarso.
Atenaide sapeva come muoversi ma si prese il tempo anche per riflettere e scrivere, e realizzò quella “Storia di Cipriano” che non parla solo di una conversione alla vera fede, ma che, nello stroncare, smascherandoli gli inganni delle magie e delle superstizioni, consente all’incredulo di ravvedersi ed agire per concretizzare il messaggio salvifico della vera fede.
Allora Atenaide decise che sarebbe morta lì, dove tutto aveva avuto inizio.
La città di Antiochia aveva apprezzato il suo messaggio, la sua spigliata immediatezza e spontaneità e la sua breve permanenza vennero ricordate con l’erezione di una sua statua in bronzo che fu innalzata davanti al Museo della città.
Al ritorno a Costantinopoli Atenaide ci appare completamente arbitra della situazione e consapevole del suo futuro e non può che ignorare le voci maldicenti, i pettegolezzi, le sordide insinuazioni che si erano diffuse nell’Ebdomon, tra le mura del Palazzo circa una sua relazione con il magister officiorum Paolino; essa può sempre contare sui fratelli, su Ciro di Panopoli, un fine uomo politico, ma soprattutto filosofo, poeta epico, amante delle arti e, per necessità… vescovo. Ma non poteva far finta di non vedere quanti le erano avversi: Crisafio, eunuco mestatore infido ed astuto ad esempio, all’epoca non ancora cubicularius, ma che aveva intrigato per mettere in cattiva luce Ciro di Panopoli,e per favorire la sua ascesa nel sistema di comando dell’Impero.
Non esitando a mettere in cattiva luce davanti allo stesso Teodosio II l’attività, culturale e caritatevole di Atenaide, o spargendo chiacchiere, illazioni, sospetti su una presunta relazione dell’Imperatrice con Paolino .
Ma ecco che su questa vicenda alcune domande si impongono e però le poche fonti che abbiamo non dicono granchè . Atenaide aveva veramente rapporti illeciti con Paolino? Era ricattabile per questo motivo? L’argomento del giorno sortito dalle chiacchiere del popolino aveva attecchito in città,diventando materia di pettegolezzi, maldicenze ed altri motti di spirito. Gli operai e i manovali che sotto la guida del Prefetto Ciro stavano costruendo la nuova cinta di Mura della Città, sembra non parlassero d’altro, a parte i pronostici delle corse all’Ippodromo .
Ma anche se l’accusa pare falsa, le conseguenze che si generarono furono esiziali per il suo futuro: una relazione illecita con Paolino – il peccato di adulterio per la religione e la ragione di stato erano riprovevoli e inammissibili- la fece cadere in disgrazia.
Paolino, amico dell’imperatore, che a suo tempo era già stato accusato di aver avuto dei rapporti sessuali con Pulcheria (!) fu quindi esiliato in Cappadocia, dove poi venne giustiziato in quello stesso anno (444). Per rifarsi dell’allontanamento e della perdita dell’amico, Atenaide non esitò a servirsi di un sicario per uccidere colui che pareva essere responsabile dell’accaduto, un cortigiano -Saturnino – che non poteva aver agito di sua iniziativa ma su comando di una autorità superiore.
Da due anni Atenaide però viveva a Gerusalemme dove seguitò, anche dopo il concilio di Calcedonia (450), a difendere con tutti i mezzi i monofisiti, e solo nel 456 si decise ad abbandonarne la causa. E qui sarebbe morta dopo avervi vissuto, in tutto, per diciotto anni. Secondo la stima dello storico Gibbon morì a sessantasette anni.
E fu nell’ultimo periodo della sua vita che ella si dedicò allo studio ed alla scrittura.
La storia le attribuisce le seguenti opere: “Parafrasi dell’Ottateuco” cioè la traduzione dei cinque libri di Mosè, del libro di Giosuè, dei Giudici e di Ruth, la traduzione della “Profezia di Daniele” e dei testi di Zaccaria, un centone dei versi di Omero, un panegirico sule vittorie persiane di Teodosio. I testi sarebbero stati “riscoperti “dal Patriarca Fozio nel IX secolo.E il suo giudizio ne “La Biblioteca” merita di essere riportato per intero:
- Letto: “Una parafrasi dell’Ottateuco”, riscritto in esametri, in otto libri, secondo il numero e la suddivisione dell’originale. Il titolo del libro dichiarava che la versificazione era opera dell’Imperatrice Eudocia. E’degno di ammirazione che una donna , per giunta immersa nelle mollezze della reggia, abbia potuto comporre qualcosa di così bello. L’opera infatti è chiara, il più che sia possibile ad una composizione esametrica , ed è compenetrata dalle leggi dell’arte poetica, con un ‘unica eccezione, che peraltro costituisce la maggior lode per chi voglia parafrasare fedelmente: nè infatti servendosi della licenza poetica, cerca di ammaliare le orecchie dei giovani stravolgendo la verità con le favole, né svia il lettore con divagazioni, ma Eudocia condusse la sua versificazione in maniera così pedissequa rispetto agli originali che chi legge questa Parafrasi non ha per niente bisogno di rifarsi al modello. Difatti mantiene sempre uguali i concetti, senza ampliarli né ridurli e, per quel che è possibile salvaguarda al contempo l’uguaglianza e la vicinanza delle parole. I versi con cui il libro svelava l’artefice sono i seguenti: “Anche questo Libro di giustizia divina inferiore al suo modello compì la nobile imperatrice Eudocia, figlia di Leonzio”.
Ciò è confermato anche dai titoli dei “ Libri di Giosuè figlio di Nun e dei Giudici” E nella Biblioteca di Fozio il capitolo successivo non casualmente illustrava la vicenda del mago Cipriano.
La “ Storia di Giustina e Cipriano” anticipava il Faust di Goethe e si sviluppava in tre libri. Strano, ma è proprio così. Agladio , un giovane spasimante vorrebbe essere ricambiato dalla donna che ama, ma lei o non se ne accorge o lo evita, così questi pensa di ricorrere ad un mago che possa farla innamorare. . ma a questo punto è il mago che si innamora di lei ed il suo delirio amoroso è sorretto ed alimentato da conoscenze arcane e blasfeme.
Giustina infatti non cede alle lusinghe dell’innamorato, per cui Cipriano realizza tutti i prodigi e magie di cui è capace, anche un’epidemia di peste, ma è tutto invano ed ecco che però la religione del Cristo si muove a difesa della giovane mentre le entità ctonie, i demoni dell’abisso si muovono per carpire l’anima dello stregone che li ha evocati. . non c’è il lieto fine e da quanto sappiamo, -dalle ricerche fatte dal Gregorovius sul testo , – e per quanto ha scritto, Atenaide si ferma qui, con le parole di un atterrito Cipriano che viene carpito dai demoni e verosimilmente rassegnato attende la sua tragica fine.
Il testo è un pronunciamento contro gli inganni della magia, dell’idolatria, del paganesimo ed ogni superstizione. E la confessione dello stregone pluriomicida è agghiacciante “è vero io sono e sarò maledetto, ho trucidato giovanetti, sepolto uomini in onore di Plutone, ho immolato stranieri ad Ecate, offerto ad Atena il sangue di giovanette, sacrificato vecchi inermi a Saturno ed a Marte. Grazie a siffatti sacrifici confesso di avere posto ai miei ordini molti spiriti maligni ed aver aperto la via che mi portava direttamente a Satana, al quale avevo presentato la coppa d’oro e di sangue per omaggiare la sua corona e le sue legioni e lui mi aveva concesso quanto chiedevo, di poter comandare su ogni anima, ragionevole e irragionevole.”
Cipriano si confessa e si sfoga col vecchio Eusebio, che era stato il suo confessore, vorrebbe redimersi ma forse ormai è troppo tardi . “Quando Giustina, la santa, ebbe saputo ciò tagliò i suoi capelli, vendette il suo corredo di sposa e ne dispensò il ricavato ai poveri.
Quanto al giovane Agladio, che aveva voluto ricorrere al sostegno del mago, fece in tempo ad evitare la perdizione aggredendo il diavolo e rigettandolo nelle fiamme da cui era sortito.
Atenaide morì a Gerusalemme il 20 ottobre 460 e fu sepolta nella cappella di Santo Stefano. Aveva vissuto 67 anni. La Chiesa ortodossa la considera santa e la ricorda il 13 agosto.Di lei scrissero Prisco in “Excerpta legationum”( p.69), Socrate (L.VII, 47), Evagrio, il Chronicon Paschale, e Giovanni Malala.
Marino Calcinari
