Anna Camposampiero Rifondazione Comunista
“Welfare not warfare”, per noi “Stato sociale non stato di guerra”
Cosa intendiamo quando parliamo di welfare e di warfare?
È una contrapposizione tra un “mero” spostamento di risorse da educazione, salute, spesa sociale appunto verso gli investimenti in armamenti, militarizzazione delle scuole, spese militari, repressione e razzismo istituzionalizzato? Oppure è una mutazione di società diversa da quella pensata nell’immaginare l’Unione Europea e l’Italia post seconda guerra mondiale? Propendo per la seconda opzione.
Occorre fare un inciso necessario sui passi indietro in questi giorni dal governo Meloni sul tema SAFE, per evidenziare che ci sono ancora spazi per noi per cambiare il corso della narrazione.
La vicenda SAFE, lo strumento di finanziamento previsto dalla UE, per cui l’Italia aveva inizialmente avanzato una richiesta preventiva per quasi 15 miliardi di euro (14,9 per la precisione), e poi invece ha rilasciato dichiarazioni che vanno nella direzione di ridurre la quota di richieste da avanzare a circa 4-5 miliardi, riferiti ai soli contratti già esistenti, rinunciando di fatto a oltre 10 miliardi di capacità di spesa militare aggiuntiva.
Forse, nonostante la propaganda bombardante, prima o poi ci sia accorge che la narrazione che va tutto bene, che il paese cresce ed è riconosciuto a livello internazionale, che i posti di lavoro aumentano, si scontra con il carrello del supermercato della gente comune… e allora bisogna fare dei passi indietro.
Allora, vorrei a ragionare sul tema del “lavoro”. Un tema a noi caro come Rifondazione Comunista, per ovvie ragioni.
La politica di sinistra da troppo tempo non si occupa realmente di questo tema, con il risultato che lavoratrici e lavoratori si allontanano da quella parte che dovrebbe tutelare i loro interessi (e non lo fa) e si rivolgono a chi dice di farlo (ma non lo fa).
Un esempio su tutti: l’intervento di Giorgia Meloni da Confindustria, in corrispondenza di amorosi sensi con Orsini che invoca un nuovo patto sociale (al ribasso), mentre Meloni usa il palco da un lato ancora una volta per rivendicare la bontà del lavoro del suo governo, e dall’altro attaccando l’Unione Europea definita “gigante burocratico”.
La ratio che sta dietro all’azione promossa dall’asse italo-tedesco che ha portato alla proposta di EU Inc., il cosiddetto 28esimo regime, un quadro giuridico europeo alternativo e parallelo ai 27 ordinamenti nazionali, offrendo alle imprese una modalità alternativa e semplificata per operare su scala europea. Ma il rischio di dumping sociale è evidente. Se posso aprire un’impresa in meno di 48 ore, interamente online e con un costo ridicolo, posso trasferirmi virtualmente dove le normative mi sono più convenienti o con tutele sindacali meno rigorose. Quindi il rischio di una corsa al ribasso per attrarre nuove aziende è reale: un’Europa dove le imprese potranno scegliere il regime a loro più conveniente a discapito delle lavoratrici e dei lavoratori.
Si affianca alle scelte della Commissione di indirizzare i fondi della BCE per ricerca e sviluppo nel settore bellico, un mese prima delle elezioni europee del 2024.
In questo venticinquesimo anniversario dal G8 di Genova 2001, oggi vediamo come si concretizza quanto si denunciava: la globalizzazione capitalista ha prodotto la concentrazione della ricchezza e una progressiva desertificazione industriale nei territori europei.
Le imprese hanno inseguito il costo del lavoro più basso, la fiscalità più conveniente, le regole più deboli. E la guerra, o le guerre che vediamo, sono anche il frutto di questa concentrazione di capitali.
In questo quadro il welfare legato al lavoro diventa tutto ciò che viene definito salario indiretto in un paese come l’Italia con i salari fermi da 20 anni, con l’inflazione che erode il potere d’acquisto, i costi aumentano, in particolare quelli energetici e ogni taglio ai servizi, ogni privatizzazione, ogni riduzione nella logica neoliberista e capitalista, ci rende ancora più poveri.
Anche la crisi abitativa che attraversa il paese è parte di questo declino.
Ecco perché come Rifondazione, insieme ad altri soggetti, abbiamo prima proposto una LIP, ferma al Senato, sul salario minimo che in Italia non c’è ed ecco perché proponiamo che occorre ripristinare un meccanismo come quello della vecchia scala mobile per impedire che l’inflazione si mangi la nostra fatica e il nostro salario.
E intanto cresce il numero dei cosiddetti “working poor”, le persone che hanno un lavoro ma non riescono a uscire dalla povertà: in Europa uno su dodici vive questa condizione.
In Italia la situazione è persino peggiore: oltre l’11% dei lavoratori è a rischio povertà, e il lavoro precario e sottopagato continua ad aumentare.
Se confrontiamo questi dati con i soldi che vengono spesi in armi (i dati SIPRI del 2025 sono chiarissimi (la spesa militare mondiale ha raggiunto un nuovo record storico nel 2025: 2.887 miliardi di dollari, con un incremento del 2,9% rispetto all’anno precedente), con un andamento crescente dal 2015, ben prima delle “policrisi” che viviamo oggi, e con le scelte del governo Meloni che indirizzano i soldi sulle armi.
Nel 2025, la spesa militare dell’Italia ha raggiunto un record storico con un aumento netto che ha superato i 32 miliardi di euro a livello nazionale, arrivando a circa 48 miliardi di dollari secondo le stime internazionali. Di questa cifra, oltre 13 miliardi sono stati destinati direttamente all’acquisto di nuovi sistemi d’arma e armamenti.
La Legge di Bilancio 2026 vale complessivamente circa 22,2 miliardi di euro, con misure espansive che si aggirano tra i 17 e i 19 miliardi di euro all’anno.
Sorvoliamo sui soldi spesi per i centri in Albania o quelli che intendono spendere per l’attuazione del Patto UE sull’immigrazione e il potenziamento dei rimpatri, o quella che è una vera e propria guerra alle persone migranti.
Meno welfare, salari fermi, crisi abitativa, razzismo istituzionale: una condizione potenzialmente esplosiva. Ed ecco la costruzione giuridica della repressione, anche per lavoratrici e lavoratori. E si chiude il cerchio su che tipo di società vogliono costruire.
Allora, come la politica torna ad occuparsi di lavoro? Possiamo affrontare la discussione sul passaggio da una economia di guerra a una economia della guerra? Un dibattito avviato in Germania – apripista del riarmo e della leva obbligatoria – che si sottovaluta in Italia. Seppellita la transizione ecologica para invece fattibile la transizione bellica…
Come nella sua natura l’ondata reazionaria e di destra che attraversa il mondo attacca il lavoro e sta a noi replicare.
Non solo perché solo un mondo del lavoro che si mobilita può pensare di fermare anche il bellicismo che attraversa ormai la nostra società – lo abbiamo visto con gli scioperi che hanno dato uno spazio fisico alle migliaia di persone che non sapevano dove convergere – ma anche perché diventa il vero antifascismo e il vero freno alle destre.
Noi abbiamo in Italia il vero programma elettorale su cui discutere: la Costituzione che mette al centro il lavoro, la dignità della persona, la rimozione degli ostacoli alla piena formazione della persona umana, la tutela della proprietà privata se utile al benessere collettivo con buona pace di Salvini che anni fa diceva che la nostra Costituzione definiva “sacra” la proprietà privata…
E, in ultimo, la ridistribuzione della ricchezza e su questo va ricordata la campagna unpercentoequo.it che sta rilanciando un discorso non nuovo, ma la risposta è tale (la progressiva crescita della raccolta firme) che ci dice che forse si può costruire conflitto reale, forse la coscienza di questo paese si sta risvegliando, forse la propaganda non è riuscita interamente nel suo lavoro.
Un segnale insieme ai molti di cui abbiamo sentito parlare, ma che, vanno uniti. Non è il momento delle eterne divisioni che hanno permesso di indebolire noi e chi vorremo rappresentare. Anche in Europa fanno solo male alle persone che vogliamo rappresentare.
In un momento di mutevolezza delle cose, di rapidità con cui avvengono, di instabilità ci serve avere una visione più ampia del presente che ci circonda, anche come confine. Ci serve camminare insieme, guardando a quel sud del mondo alla ricerca di nuovi alleati anche contro il neocolonialismo. Mondo del lavoro, sindacati, partiti, movimenti, mondo cattolico. Nessuno si salva da solo.