Amo la CGIL

di Pierluigi Sullo – Amo la Cgil, e la Fiom ancora di più. E questo nonostante il fatto che Lenin mi abbia spiegato, quando ero giovane, che i sindacati sono per loro natura conservatori, perché il loro scopo è difendere i lavoratori nel luogo dove si trovano, cioè dentro il macchinario capitalista. Però nella mia esperienza non è stato così: mentre leggevo quelle righe, là fuori gli operai mettevano in scena il ’69, l'”autunno caldo”, grazie al quale non solo nelle fabbriche la bilancia del controllo per un po’ di anni si è inclinata dalla parte dei lavoratori, ma sono nati lo Statuto dei lavoratori e la democrazia dei consigli di fabbrica, la riforma delle pensioni (non quella della prof. Fornero), la rivendicazione di un progresso al Sud, insomma cambiò l’aria, e grazie anche al 68 degli studenti tutto sembrò rotolare in avanti, anzi lo fece (il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, la legge sui manicomi, ecc.). Come potevo pensare che i sindacati fossero immobilisti e conservatori?

Molte cose sono successe, da allora. E sì, lo confesso, dico queste cose per mettere le mani avanti, come si dice. Amo la Cgil, sì, però…

Quando Maurizio Landini è diventato segretario generale mi sono detto: e finalmente passiamo oltre. E’ successo? Non mi pare affatto. E comunque: “oltre” dove? Beh, la dico semplice, come la penso, e in modo antipatico: oltre lo schema ripetuto all’infinito per cui una multinazionale decide di chiudere o rivendere uno stabilimento, un marchio, e il sindacato, e prima di tutto i dipendenti di quello stabilimento, si sforzano in ogni maniera, appellandosi allo Stato, di costringere, o convincere, la multinazionale a fare marcia indietro, a tenere aperta la fabbrica e a confermare così i posti di lavoro esistenti.

Che c’è di sbagliato?, diranno molti. Mah, niente, i posti di lavoro sono redditi, famiglie, mutui sulla casa e figli da avviare a un mestiere, la sopravvivenza di intere comunità, insomma la vita, personale e sociale. Guardate la Whirpool, immersa nel deserto campano, o l’Alcoa, fabbrica della provincia più povera d’Italia, quella di Carbonia Iglesias in Sardegna.

Ma le multinazionali sono molto diverse dai padroni del 1969, Agnelli e Pirelli ladri gemelli, per dire. E’ un capitale volatile, questo, che assomiglia alle slot-machine della finanza globale: gli investimenti manifatturieri sono drammaticamente meno redditizi di quelli in “futures” o altre diavolerie di Borsa, perciò si spostano da un angolo all’altro del pianeta senza requie e senza limiti, infischiandosene di regole sindacali, di ambienti naturali e di Stati nazionali che li inseguono, quando lo fanno, senza avere la forza di bloccarli. E se no, perché le piccole e medie imprese, in Italia, pagano mediamente il doppio, in percentuale, di tasse in confronto alle multinazionali? Sono rapporti di forza, semplicemente.

E d’altra parte, il capitale di oggi è quello che molti definiscono “estrattivista”, cioè interessato ad “estrarre” qualunque cosa possa produrre profitto, dal lavoro sempre più schiavo alle materie prime di ogni genere, dai minerali alla biodiversità. Proprio l’opposto del capitalismo nazionale che si preoccupava di fornire ai suoi operai case, salari sufficienti a vivere, ecc. E una volta spremuto il limone, il capitalismo odierno getta via la buccia e si sposta altrove. L’esempio più limpido, si fa per dire, di questo capitalismo è il cosiddetto “fracking”, quella cosa per cui porzioni di territorio immense vengono letteralmente triturate per ricavarne scisto di bitume da trasformare in petrolio. Un altro esempio di subordinazione degli stati ai mercati mondiali? Il primo ministro australiano, Scott Morrison, liberaldemocratico (liberale e democratico, chissà che vuol dire, ormai), si presentò a un comizio con un pezzo di carbone in mano, e disse: “Non permetterò mai che i posti di lavoro australiani vengano messi in pericolo”. L’Australia è il paese pggiore al mondo, per emissioni di gas serra, e il maggiore esportatore di carbone. Il risultato è che il paese è in preda a incendi che The Guardian definisce “inimmaginabili”, nel senso che una cosa del genere non si era mai vista.

E qui veniamo al punto, secondo me, anche se certo potrei sbagliare, e difendere allo spasimo l’Ilva, l’acciaieria che avvelena il territorio, i polmoni dei bambini (e degli operai, certo) e, en passant, ha bruciato miliardi di denaro pubblico, è la sola cosa ragionevole da fare, per un sindacato. Difendere i posti di lavoro. Quelli che ci sono e come sono. E magari aveva ragione Lenin, perché quel che è evidente a tutti (non al primo ministro australiano) è che il capitalismo di rapina, che in nome dello “sviluppo” e della “crescita” tritura l’ambiente che sostiene la vita dell’umanità, tra l’altro (e anche dei koala e dei canguri), non produce benessere, un modo di vita sano, un futuro ragionevole. Proprio al contrario. Per cui, il clic mentale che dovrebbe avvenire, e con un certo rumore, nelle menti di tutti, cittadini e sindacalisti e politici, è che il benessere della società va cercato altrove, in un modo radicalmente diverso della produzione e consumo di beni, di cura della terra, di restauro delle città, di affetto verso gli alberi e gli animali e le acque (hanno ragione Francesco e Francesco, il santo di Assisi e l’attuale papa di Roma).

Obiezione: chi li mette i soldi? Contro-obiezione: quanto sono costati alle casse pubbliche, cioè a tutti noi, i salvataggi dell’Ilva, di Alitalia, di chissà quante attività industriali, per non parlare delle banche? E quanto invece costerebbe, alla comunità, mettere al lavoro non migliaia ma milioni di persone per bonificare siti industriali velenosi, piantare miliardi di alberi, restaurare le coste, ristrutturare le città (Taranto sarebbe una città bellissima, se il centro storico fosse rimesso su), ripulire i fiumi, aiutare una agricoltura non chimica e basata sulla storia delle colture (ciò che già avviene e che attira sempre più giovani e aiuta in modo decisivo la bilancia commerciale). E poi: sostenere la nascita di un’industria (piccola e media, fortemente ancorata ai territori) che agevoli questa rivoluzione, sull’energia come sul restauro delle città, ecc., e scuole che avviino i ragazzi a queste attività, includa l’informatizzazione totale di ogni relazione sociale e di ogni progetto di cambiamento e tuteli i lavoratori nella transizione dall’acciaio a quest’altra visione della società?

Tutte balle, diranno i realisti. Che aggiungono: ma l’acciaio serve, è indispensabile. Forse: anche se l’uso dell’acciaio, ad esempio per costruire automobili, è di sicuro destinato a calare, man mano che il modello della mobilità privata cambia di segno (e lo deve per forza fare, in questi giorni in tutto il nord si soffoca). Ma intanto ci sono altri che producono acciaio in eccesso (ed è questa una delle ragioni della crisi dell’Ilva). Obiezione: ah, vuoi profittare del lavoro schiavo e senza tutele delle acciaierie indiane o cinesi. Contro-obiezione: non è che avvelenando noi stessi saremo più solidali con i lavoratori indiani o cinesi, caso mai bisognerebbe spingere, mostrando un buon esempio, perché anche laggiù si organizzi una resistenza contro l’avvelenamento collettivo, per la difesa della natura, per migliori salari, ecc. E poi, va bene, se esiste un modo per produrre acciaio in quantità minore e soprattutto senza avvelenare i bambini del quartiere Tamburi, allora si esplori questa possibilità, però sapendo che la priorità cade sul risanamento e non sulla necessità di fare concorrenza a indiani e cinesi.

Ma poi, a che serve dire queste cose? La politica, di qualunque orientamento, è incapace di guardare la realtà del riscaldamento climatico e di fare progetti più lungimiranti di un decreto raffazzonato e destinato a non durare (come nel caso della tassa sulla plastica, che il governo attuale ha in pratica cancellato, dopo che tutti, ma proprio tutti i governi, hanno privatizzato gli acquedotti, ottenendo più o meno lo stesso risultato del ponte Morandi, niente manutenzione né investimenti, e spingendo la gente a comprare acqua in bottiglia, di plastica, di cui l’Italia è il maggiore consumatore al mondo).

Nella società ci sono correnti e movimenti (come i ragazzi di Greta) che spingono per questa riforma radicale, prima di tutto del modo di pensare e immaginare la vita sociale e la tutela dell’ambiente). Ci sono associazioni di ogni genere e anche molte amministrazioni locali che hanno compreso quale sia la posta in gioco. Ma i sindacati? La Cgil? Che fanno? Difendono i posti di lavoro, quelli che ci sono e per come sono.

image_pdfimage_print
Processi a tempo indeterminato
L’Emilia-Romagna in bilico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserire un indirizzo email valido.

Menu