Sta tornando in voga, in questo paese, dove giustamente molte e molti si battono per abolire l’utilizzo di fonti energetiche derivanti dai fossili e ci si preoccupa di lottare contro la crisi climatica e ambientale, l’utilizzo del nucleare civile. Tanti anni fa e fino alla sua morte, un intellettuale e militante scomodo, Dario Paccino, spiegava tanto con le sue ricerche che con il suo impegno politico, le ragioni strutturali per cui questa scelta andava rifiutata. Nel settembre 2024 il Centro di Documentazione di Pistoia pubblicava una serie di riflessioni, attorno al suo pensiero, in un quaderno dal titolo “Dario Paccino. Dall’imbroglio ecologico alla crisi climatica” reperibile acquistandone copia scrivendo a cdp@comune.pistoia.it; www.centrodocpistoia.it. Pubblichiamo la prefazione al ricco volume.
Leggere oggi, se nel movimento del Settantasette ci si è, anche da giovani, riconosciuti, costringe a fare un percorso a ritroso, che conduce ad una conclusione amara. In questo Paese, da decenni stordito e apparentemente rassegnato, si era sviluppata una vicenda collettiva politica, culturale, sociale che, per quanto frastagliata e piena, col senno del poi di limiti, indicava una via, proponeva una propria visione plurale. Una visione in cui, intellettuali militanti scomodi, come lo è stato fino alla fine della sua vita Dario Paccino, non hanno perso di attualità, anzi, in ragione di quanto accade in questo periodo, hanno prodotto testi profetici per quanto ancorati alla realtà. E forse anche per questo corre l’obbligo di una premessa: i suoi testi, soprattutto alcuni, andrebbero ripubblicati, così come erano. Ne trarrebbero beneficio le nuove generazioni come chi ha provato a dimenticare una parte di storia recente. Quello che infatti sembra mancare, anche in numerose suggestioni del presente, è un pensiero coerente, lungo, forte, dotato di visione, lucidità, capacità di costruire reale antagonismo. La scelta di pubblicare oggi un volume agile che porta ad interrogare non solo sull’immenso patrimonio culturale e politico lasciatoci da Dario Paccino è non solo ideologicamente giusta e coerente, ma può aprire a filoni di ricerca da troppi e da troppo tempo abbandonati, che riguardano la storia di questo Paese, tematiche di importanza fondamentale per ricostruire nessi che attraversano confini spaziali e temporali, in cui si scorgono connessioni profonde che vanno riprese e rilanciate, come un’offensiva al potere guerrafondaio dominante.
La lunga vicenda del “partigiano Santi” – la sua esperienza antifascista nelle “brigate Matteotti” risulterà fondamentale – infatti è caratterizzata da un continuum in cui è sembrato di coglierlo sempre con un passo in avanti pur mantenendo la concretezza, di chi si ferma per dialogare, per costruire, per mantenere un rapporto perennemente dialogante con l’interlocutore, senza rinunciare ad asprezze e a quelle modalità a volte ruvide che lo rendevano unico. Non c’è nulla da fare, Dario ha percepito prima di molte e molti, la distanza siderale che si stava consumando con l’allora PCI, partendo da contenuti significativi. Nella sua lunga e coerente vicenda militante ed intellettuale, alcuni concetti, termini, vicende, si ripetono in maniera quasi ossessiva ma, di fatto, restano potenti. Si pensi a quante volte ritornano le sue riflessioni sulla catastrofe di Hiroshima e di Nagasaki che, da partigiano, lui considera una svolta micidiale per la storia della specie umana. Da quel momento si è potenzialmente in grado di far estinguere non solo la specie umana ma ogni forma di vita presente nel pianeta, affidandone i destini a quelle che diventeranno poi le potenze nucleari. Ma il tema della ricerca sull’energia atomica, ha spinto Dario e con lui tante e tanti di noi, a impedire, con ogni mezzo, la proliferazione di centrali energetiche fondate sulla scissione dell’atomo. La lotta coinvolgente e realmente popolare che si condusse in Maremma per impedire l’apertura del sito di Montalto di Castro, fu un esempio non effimero di costruzione di legami con chi abitava quei territori. Non eravamo quelli che venivamo da Roma ad imporre le proprie parole d’ordine ma coloro che si univano a chi temeva per il futuro dell’intero ecosistema. Non ci fu conflitto fra lavoro e difesa dell’ambiente, la posta in gioco era troppo alta e credo di non esagerare nell’affermare che l’ampio consenso popolare e politico di cui godette tale questione, fu essenziale per far maturare, a differenza che in altri paesi europei, un totale rifiuto per il nucleare anche come sistema di concentrazione, nelle mani di pochi, della produzione energetica. Dario fu tra i pilastri di quella vertenza perché partiva da un pensiero forte e difficile da mettere in discussione, ripreso e spesso in maniera meno significativa soltanto negli anni recenti. Se con la sua prima, opera pubblicata nel 1956, “Arrivano i nostri”, aveva lanciato avvisaglie, raccontando del genocidio dei nativi americani come sistema che aveva distrutto un equilibrio uomo natura che durava da millenni, è col portentoso “L’Imbroglio ecologico”, edito nel 1972 che il primo ciclo si compie. Bisogna immaginare che irruzione poté fare, in un periodo culturale peraltro fecondo e permeabile, la denuncia netta del nesso fra assetto capitalista del lavoro, economia di mercato, degrado ambientale, nocività in fabbrica, giungendo a spiegare in maniera concreta, l’incompatibilità radicale fra rispetto per la natura e modello di sviluppo che già allora produceva a prezzi sempre più accessibili, beni di consumo obsolescenti e neanche necessari. Paccino attaccava la contraddizione fra la scoperta dell’ecologia dei Paesi e delle classi ricche e la contemporanea devastazione ambientale nel resto del pianeta. Il titolo dice già tutto: “l’ecologia pensata e tradotta politicamente, senza tenere conto dei rapporti di produzione e di forza sociali, rappresentava un imbroglio. Oggi diciamo che “l’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio”, ma se questo è possibile lo si deve anche al lavoro, in parte dimenticato, di chi come Dario, come il gruppo che diede vita alla rivista “Rosso Vivo”, aveva già letto presente e futuro. La proposta era quella di un’ecologia conflittuale, con l’obiettivo di realizzare una relazione armonica ed equa fra gli esseri umani tutti, le loro organizzazioni sociali e la natura.
Il volume, edito da Einaudi, nella collana “il Politecnico” ebbe una diffusione incredibile oggi e venne continuamente ristampato. L’autore non si rinchiuse nella torre d’avorio, non divenne l’invitato perenne delle trasmissioni televisive, non si accodò ad alcun carrozzone. Scelse di continuare a produrre ricerca e rivolta, la vicenda di Montalto di Castro è solo uno dei tanti esempi. Scelse di restare da questa parte della barricata e di affrontare la necessità di elaborare una collettiva strategia di analisi del presente. Nacquero collane di volumi editi a poco prezzo, perché chiunque potesse acquistarli, dai “Libri del NO”, divisi per collane con il diverso colore della copertina, all’esperienza di BIM (Biblioteca per Invendibili e Malvenduti), dove anzitempo si producevano analisi sulla polverizzazione del mondo del lavoro al punto da produrre anche conflittualità fra sfruttati e non più contro chi determinava sfruttamento.
C’era un terreno fertile per poter agire ed interloquire in un paese non ancora pacificato e ricco di proposte che nascevano da esigenze reali, spesso ingovernabili. Decine di testi, riviste, fanzine, centinaia di trasmissioni nelle radio di movimento, assemblee nelle periferie, si traducevano in internità ai conflitti e alla loro complessità. E qui è necessario, soprattutto per chi allora non c’era o per chi ha voluto rimuovere, chiarire un punto di incompatibilità con la storia scritta dai vincitori. Gli anni della grande repressione in cui ha vissuto Paccino, in cui abbiamo vissuto molte e molti di noi, gli anni in cui qualcuno ha provato anche ad innalzare, militarizzandolo, il livello dello scontro, non possono essere riassunti nella formuletta consolatoria e tutto sommato revisionista degli “anni di piombo”. Il livello e la articolazione della produzione culturale, artistica, musicale, del periodo che inizia negli anni Sessanta e termina nella seconda metà degli Ottanta, spesso fuori da ogni logica di profitto, è stato in Italia semplicemente straordinario. Impossibile ridurlo ad un ricordo fosco e cupo. La paura, il vuoto, la rassegnazione, l’individualismo sfrenato giunsero dopo, insieme all’eroina, alla depressione, al crollo. Ma ancora in quegli anni Dario, con testarda cocciutaggine, provava a cercare nuove strade. Dall’uso “pacifico” dell’energia nucleare all’installazione dei missili Cruise a Comiso in Sicilia il passo era breve e anche in quell’occasione per la generazione che si scese nell’isola ad impedire, con le mani, l’imposizione di strumenti di morte, lui c’era tanto con la testa che col cuore. Si iniziava una fase in cui la guerra poteva tornare e tornò tanto nel Golfo come nella disgregazione della Jugoslavia. Dario leggeva in questo ritorno alla guerra un avvicinarsi della fine che inevitabilmente portava verso quelle temute catastrofi che sono tornate ora di orrenda attualità. Riapparivano gli spettri di Hiroshima e Nagasaki e non era una visione allarmistica. Si era nei primi anni in cui i conflitti venivano definiti “umanitari”, “operazioni di pace”, anche se lasciavano come effetti collaterali, vittime in ogni luogo, terreni minati e ancora tornando alla maledizione nucleare, quell’uranio impoverito che continua a produrre a distanza di trent’anni, forme tumorali che si passano di generazione in generazione. Il Dario Paccino di quei mesi era animato dalla necessità di introdurre elementi di critica alla comunicazione dominante, al linguaggio, alle “parole del padrone” di cui non dovevamo divenire trasmettitori neutrali. Gran parte dei termini a cui si riferiva e cui chiedeva di soffermare l’attenzione, – e allora non c’erano le implicazioni con la tecnologia digitale né si era schiavi dell’algoritmo – erano quelli apparentemente neutrali ma che celavano, nella loro apparente innocenza, una gerarchia e una egemonia, creando legami di subalternità e dominio. Se “storia”, “economia”, “politica” non li consideriamo come termini usati per confermare rapporti di potere, ad esempio, si finisce – come è ormai da troppo tempo – con l’accettare i rapporti di subordinazione come connaturati nel nostro vivere. La sconfitta, temporanea, nel conflitto di classe vinta dai padroni, costringe o alla rinuncia o a forme di difesa che nei fatti non insidiano lo status quo. Parlare di resistenza, anche nell’utilizzo delle parole, non volendo divenire come il padrone me rifiutando ogni sistema sociale in cui ne esista uno, non è semplice e per acquistare senso ha bisogno tanto di conflittualità sociale che di prospettiva radicale di alternativa. Nel presente significa ricostruire convergenze e cercare di rendere le diverse forme di resistenza capaci di dialogare fra loro, di farsi “sapere anticapitalista” dove ogni elemento della vita delle persone, dal lavoro, alla scuola, alla salute, al rapporto con la terra, alle relazioni sociali, ai desideri, debba riacquistare diritto di cittadinanza, tornare ad essere portatore di istanze che non possono essere che rivoluzionarie. Ad avviso di chi scrive, anche il dramma didattico “Il libero schiavo di Maastricht”, svolge questa funzione di disvelamento del presente e di proposizione di un futuro in cui un continente oramai in pieno inverno demografico, come l’Europa, trovi gli elementi per spezzare le catene. In un futuro che non può né accettare né il ritorno alle “piccole patrie” o agli Stati nazione, né quantomeno lo strapotere tecnocratico che ha azzerato ogni possibilità di mettere in discussione l’ordine stabilito, vanno cercate chiavi di lettura e proposte in grado di spazzare via il deserto in cui siamo immersi. Dire no a quello che, alla firma, sembrava essere “soltanto” una ratifica del dominio francotedesco e che oggi si è rivelato come molto più pervasivo nei rapporti sociali, politici, militari e di sfruttamento, si pensi come cartina di tornasole a cosa significa quell’asse per respingere e rinchiudere gli invendibili (coloro che non servono alla produzione) e i malvenduti (coloro che servono con salari da fame) provenienti dalle aree distrutte da guerre, colonialismo e devastazione ambientale del resto del pianeta.
Benvenga allora questo volume prezioso e belle le voci che si incontrano come in un caleidoscopio per offrire testimonianze e fili comuni su cui è urgente tornare a connettersi. Confesso nel concludere che, avendo avuto grazie al compagno e amico di lungo corso, Vincenzo Miliucci, l’occasione di incontrare per la prima volta, da adolescente, Dario che mi apparve subito come un gigante la vicinanza che avemmo la possibilità di percepire andrebbe ancora meglio analizzata. Quella parte della sua storia, connessa alla lettura avida de “I Volsci”, degli incontri a Radio Onda Rossa non può finire nel dimenticatoio. Mi auguro realmente che si sia capaci, magari collettivamente di raccogliere il testimone e di ritrovare quelle radici comuni che ci portarono a rompere con ogni conformismo. Che questo volume sia il primo tassello.
Stefano Galieni
