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Il “rivolgimento” necessario e urgente

di Alfonso
Gianni

Pubblichiamo in anteprima l’editoriale che apre il n. 81 di Alternative per il Socialismo –

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile (Luigi Pintor)

Il vero guaio è che forse ci stiamo abituando. O meglio che non stiamo facendo abbastanza per evitarlo. E non è un pericolo da poco, perché toglie la capacità di opporsi e di reagire, sostituendo all’indignazione e alla rivolta morale uno stato di inerte sofferenza. Conviviamo con un sistema di guerra nel quale è direttamente impegolato anche il nostro paese, senza neppure l’avvertenza di nasconderlo. Le parole di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzetti ci sembrano persino ovvie, al punto da risultare depotenziata la forza della denuncia in esse contenute. Il fatto che la durata del conflitto russo-ucraino abbia  superato quello tra l’Urss e il Terzo Reich sembra non stupire né impressionare più di tanto. Che il genocidio e la pulizia etnica continui, seppure con diverse e variabili intensità, a Gaza e in Cisgiordania, o che l’Iran sia oggetto di un’aggressione continua e addirittura minacciato apertamente di una sua integrale distruzione, pare un’afflizione biblica cui è impossibile sfuggire.  Che si moltiplichino i campi di internamento dei migranti con decisione europea non costituisce più una notizia sconvolgente. Certo il tycoon straparla in un crescendo di delirio di onnipotenza, ma le bombe che scaricano i suoi aerei sulle popolazioni civili sono reali.

L’Assemblea dell’Onu 

La 81°assemblea generale dell’Onu di fine settembre ha offerto al mondo uno spettacolo desolante. E’ stata aperta da un discorso sconsolato del suo segretario generale Antonio Guterres, che a gennaio concluderà il suo secondo mandato, nel quale ha rimarcato che “Proprio nel momento in cui l’umanità si trova ad affrontare una convergenza di minacce senza precedenti, i nostri meccanismi di azione collettiva sono sottoposti ad una pressione crescente”1. Nella grande aula del Palazzo di Vetro, teatro dei lavori della massima assemblea dell’Organizzazione nata dopo la seconda guerra mondiale al fine – come si legge nel Preambolo all’art. 1 del suo Statuto, di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e quindi con lo scopo di “mantenere la pace e la sicurezza internazionale” –  sono invece risuonate parole di odio e di morte, aggressioni verbali che certificavano quelle reali, avvenute o imminenti,  dichiarazioni di inutilità e di disprezzo nei confronti della stessa istituzione entro cui quei discorsi densi di hybris e di stupida vanagloria  si inseguivano tra un abbandono e l’altro della sala da parte delle delegazioni che si sentivano offese dall’oratore di turno.
Della crisi profonda che l’Onu sta vivendo se ne stanno accorgendo in molti, alcuni – Trump in primis – per affossarlo definitivamente, altri per sottolinearne, malgrado tutto, la sua indispensabilità in un mondo sempre più conteso da grandi potenze che si sentono i nuovi imperi e quindi avanzando ipotesi di riforma dell’istituzione, per la verità alquanto deboli2.
L’Onu sconta una evidente debolezza non certo da oggi, ma, fin dal suo sorgere, azzittiti gli entusiasmi iniziali, ha manifestato un deficit strutturale di iniziativa concreta. Per cui non di riforma si dovrebbe parlare, ma di una vera e propria “rifondazione costituzionale” come quella che ha avanzato Luigi Ferrajoli da diversi anni a questa parte, “in grado di attuare il principio della pace dettato dalla sua Carta statutaria, di garantire i diritti fondamentali stabiliti nelle tante carte dei diritti umani e di proteggere la natura dalle distruzioni in atto.” Una rifondazione che dovrebbe consistere “nella trasformazione dell’Onu in una Federazione della Terra sulla base di un nuovo modello di federalismo” che il giurista chiama “federalismo garantista”3.

L’intervento di Pedro Sanchez

Eppure, anche in un contesto così mortificante e vilipeso, qualche voce si è alzata per riaprire la speranza che il cammino verso una nuova guerra con proporzioni distruttive inimmaginabili non sia inarrestabile, che una ferma opposizione si possa manifestare con la parola e l’azione. E’ il caso del discorso pronunciato mercoledì 23 settembre da Pedro Sanchez, il premier spagnolo. Dopo avere denunciato che le ragioni e le idee per cui è nata la stessa Onu vengono attaccate, derise, capovolte per sostituirle con principi opposti: “Queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro”, Sanchez ha poi in estrema sintesi analizzato quali sono i “pilastri” – egoismo, ignoranza, crudeltà – su cui poggia un simile attacco, battendo soprattutto su quello che considera essere il peggiore: la crudeltà. “Una crudeltà che ormai non si compone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie”4.
E’ proprio così. Le destre al governo la crudeltà non solo la praticano, ma la invocano, la inseriscono in articoli di legge, la ostentano, se ne dicono fieri. La crudeltà di cui qui si parla non è solo una categoria della morale e del comportamento, ma un tratto distintivo della politica delle élite, un elemento caratteristico che contrassegna, con un tratto di novità, l’azione delle classi dominanti in questo nostro tempo. Si dirà che in fondo si tratta di una novità relativa, proprio perché vuole riproporre un “oscuro passato”. Ma questa riproposizione avviene con tratti nuovi, non si rivolge solo contro le persone, ma anche contro la natura e l’ambiente, non si manifesta solo nei momenti della guerra  guerreggiata, ma nella sua preparazione, durante e dopo la sua più o meno lunga sospensione. Infatti l’assenza di guerra non è la pace.
Non è forse questa l’essenza dei pronunciamenti, dei comportamenti e delle azioni di un Trump,  di un Milei, di un Netanyahu, il cui discorso nell’assemblea dell’Onu, che si andava svuotando per protesta, potrà essere ricordato come uno dei più abbietti mai pronunciati in quel Palazzo?. Mentre nello scenario della guerra russo-ucraina non si avverte, nelle parole dei governanti la minima pietas nei confronti delle centinaia di migliaia di morti che quella guerra continua a infliggere, tanto inutili (“l’inutile strage”, come nella famosa locuzione di Benedetto XV) per conseguire una impossibile vittoria, quanto necessari per alimentare uno scontro che fa girare la ruota del riarmo e degli interessi ad esso legati. Il negazionismo climatico propalato ai quattro venti non deve forse anch’esso essere considerato, oltre che entro la categoria dell’ignoranza – richiamata nel suo discorso da Sanchez – in quella di una irresponsabile crudeltà nei confronti delle generazioni future, ma di un futuro assai prossimo, sulle cui spalle carichiamo l’intera responsabilità, forse ingestibile perché tardiva, di curare e guarire un pianeta dai mali prodotti da uno sciagurato modello di sviluppo e di accumulazione5.

La nuova fase del capitalismo 

Una volta vinta la lotta di classe, vinta dai ricchi, la vittima principale di questa crudeltà è il migrante o popoli interi sottoposti a genocidio e apartheid, naturalmente senza che ciò comporti  alcuna tregua o concessione  nei confronti delle classi popolari e dei ceti impoveriti nei luoghi e nei paesi dove quella lotta sociale ha avuto l’esito così sfavorevole per questi ultimi. Ed è in questa temperie che si sviluppa e si articola un sistema di guerra, infinita e permanente, entro il quale trae forza l’ondata di destra che si sta manifestando contemporaneamente lungo diverse latitudini, seppure in ogni luogo con specifiche cause e peculiari modalità e caratteristiche. Quelli che non molti anni fa erano rigurgiti reazionari che per quanto efferati potevano essere considerati tutto sommato marginali, hanno in tempi rapidi conquistato posizioni di potere e di diffuso consenso.
Il rinculo delle magnifiche sorti progressive della globalizzazione ha lasciato un rancore profondo e diffuso da cui i vecchi pilastri ideologici della destra hanno tratto un nuovo alimento. Sarebbe una sottovalutazione della gravità e della dimensione del problema se facessimo derivare tutto ciò dall’auto da fè della sinistra, dalle sue mancate risposte a un processo di impoverimento che tende a fare sparire quella che una volta si chiamavano i ceti intermedi, dall’abbandono al loro destino sia della “vecchia” quanto, e ancora più, della nuova classe lavoratrice, manuale come intellettuale, dalla precarizzazione crescente del lavoro, in particolare quello giovanile, dai processi di disoccupazione senza futuro dovuti alle trasformazioni sempre più profonde intervenute nella strutturazione  materiale del mondo del lavoro.
Tutti questi processi ci sono e in abbondanza. Sono certamente cause di fondo di uno spostamento di senso nell’intera società. Chiariscono il perché la contrapposizione avviene più lungo la faglia che separa l’alto dal basso dell’organizzazione sociale che non nella frattura verticale che distingue la destra dalla sinistra, che pure non ha cessato di riproporsi. Ma da soli non spiegano la vastità e la profondità del fenomeno cui stiamo assistendo. Va chiamato in causa il ruolo dell’ideologia, la sua capacità di convinzione che si può trasformare in una forza materiale sul terreno politico e sociale. Soprattutto quando essa non viene trasmessa attraverso i canali più tradizionali dell’indottrinamento e della propaganda, ma più subdolamente ed efficacemente tramite uno straordinario e pervasivo sistema di messaggi di ogni tipo e a molteplici livelli, che oggi possono essere trasmessi con un insieme straordinario di mezzi e strumenti di comunicazione – e di controllo – dovuti allo sviluppo tecnologico e attorno ai quali, non a caso, avviene la competizione capitalistica mondiale più acuta per detenerne il possesso – e il controllo – . 

La lezione di Gramsci

L’analisi delle condizioni economiche concrete, dei bisogni disattesi – non solo materiali –, delle speranze deluse o tradite, necessaria, anzi indispensabile, non spiega però interamente il comportamento e le scelte delle persone, non solo dei singoli, ma di gruppi, ceti e classi. Le ideologie che, per usare un’espressione gramsciana, “sono entità storiche potenziali, in formazione”6, quindi vanno scandagliate, destrutturate e combattute in quanto tali se ci riferiamo, come in questo caso, a quelle dell’avversario. Perché, come scriveva Gramsci nel settimo dei suoi Quaderni dal carcere: “la pretesa (presentata come postulato essenziale del materialismo storico) di presentare ogni fluttuazione della politica e dell’ideologia come una espressione immediata della struttura, deve essere combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo”7.  Infatti, scrive ancora Gramsci facendo riferimento esplicito ad una affermazione di Marx, nella formazione dei blocchi sociali, le “forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma, distinzione di forma e contenuto meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma  e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali”8. La lunga e tutt’altro che conclusa storia del capitalismo non è mai sfuggita allo stabilirsi di una relazione, mai immediata e tantomeno meccanica, fra pensiero che si fa ideologia e trasformazioni materiali che intervengono nella struttura economica.

Il nuovo guru: Peter Thiel 

I più recenti e sulfurei “pensatori” dell’odierno capitalismo sono cresciuti nell’humus della Silicon Valley – oggi investiti di un ruolo carismatico e messianico dallo stesso attuale Presidente degli Usa, Donald Trump, purché restino del tutto sottomessi al suo volere politico – ed hanno sviluppato la capacità di diffondere nell’immaginario collettivo la crudele aggressività del sistema come se fosse una obiettiva necessità, il semplice punto di arrivo di un percorso storico che non doveva e non poteva essere fermato.
Recentemente, il 26 settembre,  Trump ha di nuovo organizzato un pranzo con i principali oligopolisti digitali degli Usa. Le immagini dell’incontro diffuse da più agenzie valgono più di tante parole per sottolineare la reciproca dipendenza del potere politico dalle Big Tech e viceversa9.
Peter Thiel, il presidente del consiglio di amministrazione di Palantir, l’uomo che ha esplicitamente sancito la incompatibilità tra democrazia e capitalismo, riassumendo in una cruda definizione un processo che è andato avanti per decenni, almeno dagli anni ottanta dello scorso secolo in poi, ma che pochi osavano descrivere in modo così drastico e definitivo, può essere considerato un esponente estremizzatore di un pensiero reazionario, ma certamente non si può non riconoscere il suo ruolo di ideologo che dà forma a forze materiali già in atto, spingendole a superare ogni ostacolo che possono trovare avanti a sé e che si presentano al mondo non come residui di un lontano passato, ma come manifestazioni scintillanti della modernità.
Recentemente Thiel è stato a Roma per il terzo ciclo delle sue conferenze. Una scelta non casuale, come fu quella a  suo tempo da parte di Steve Bannon, poiché il nostro paese, visto l’attuale quadro politico e partitico, viene evidentemente ritenuto un terreno fertile per fare attecchire ulteriori costruzioni iper reazionarie.  Un seminario a porte chiuse, come tutti quelli che lo hanno preceduto: le quattro lezioni tenute al Commonwealth Club di San Francisco nell’autunno del 2025, organizzate dall’associazione di tecnocrati cristiani dell’Acts 17 Collective10, biglietti a duecento dollari andati subito esauriti, divieto assoluto di registrazione, poi le repliche a Oxford, Harvard, all’University of Austin (sede di Parigi).
L’ideologia in Thiel diventa una sorta di teologia politica, una regressione nella storia del pensiero cristiano e delle sue interpretazioni più reazionarie, dagli Atti degli apostoli fino all’antagonista del pacifismo di Leone Tolstoj, ovvero Vladimir Solov’ëv e il suo Anticristo11. “Thiel non è un teocrate, né un integralista sulla scia del costituzionalista di Harvard Adrian Vermeule, né un nazionalista cristiano alla Bannon: li giudica troppo grezzi o troppo deboli. È la punta avanzata di quella galassia neoreazionaria, il “Thielverse”, che salda il pensiero reazionario d’anteguerra, da Schmitt a Spengler, a un’eredità postmoderna e transumanista. E ha un programma dichiarato: disfare la pace di Vestfalia, riportare nello spazio pubblico la distinzione tra amico e nemico, tra Cristo e Anticristo. Tra nomos e anomia”12.

L’ideologia della attuale destra

Tutto ciò ci può sembrare anche caricaturale, come l’insieme dei comportamenti e delle posture dello stesso Trump, ma non dobbiamo compiere lo stesso errore che venne fatto con Berlusconi quando, specialmente all’inizio, i suoi atteggiamenti venivano da sinistra semplicemente derisi e fornivano materia inesauribile per i vignettisti, sottovalutando il fatto che invece volevano essere ed erano la manifestazione plastica di una ideologia fondata sull’esaltazione dell’individualismo, della ricerca del successo personale, di una travisata idea di libertà (il famoso “edonismo craxiano” spinto al suo estremo) che però entrarono vittoriosamente nell’immaginario collettivo creando consensi duraturi13.
Per definire in modo sintetico l’ideologia delle destre che conquistano il potere politico dall’America latina, agli Usa, all’Europa e che in ogni caso vedono incrementare i loro consensi in proporzioni allarmanti e in tempi brevissimi, anche dove non riescono ancora a raggiungere gli scranni governativi, vengono usate diverse definizioni, niente affatto in contraddizione fra loro, che girano attorno al termine di “fascismo”, cercando di attualizzarlo con aggettivi e attribuzioni. Poiché ci si rende conto che non siamo davanti alla riproposizione pari pari del fascismo degli anni Trenta. Così si va dal “fascismo bianco” del costituzionalista Michele Ainis14, al “fascismo globale” di Paul Mason15 o al “fascismo della fine dei tempi” o “dell’apocalisse” che dir si voglia di Naomi Klein e Astra Taylor16. E l’elenco potrebbe continuare, ma sarebbe di scarsa utilità. Le tre definizioni riportate mettono in luce diversi, ma non contradditori, punti di vista nel comune tentativo di centrare la cifra esatta del fenomeno che abbiamo di fronte. Così la prima definizione allude al carattere subdolo e mascherato con cui il nuovo fascismo cerca di intrufolarsi nelle più alte istituzioni e prima ancora nel perimetro dell’accettabilità da parte dell’elettorato; la seconda sottolinea l’estensione geografica e geopolitica di questa riproposizione di un’esperienza storica che si sperava superata perché sconfitta a caro prezzo; la terza mette in luce il carattere millenarista e misterico che avvolge questa ideologia.
Tutte e tre colgono aspetti reali, tutte  e tre in fondo condividono la celebre massima di William Faulkner secondo cui “il passato non è mai morto. Non è neanche passato”17.
In un articolo scritto per il Financial Times Klein e Taylor precisano il significato della loro definizione: “Per essere chiari, il fascismo dell’apocalisse non è un monolite: come tutti i fascismi è disordinato e contradditorio. Si presenta come un’alternanza litigiosa e composta da tre grandi correnti: i fondamentalisti religiosi, gli accelerazionisti tecnologici e gli etnonazionalisti militanti. Fino a poco tempo fa le visioni realmente apocalittiche erano confinate ai margini della destra religiosa. Teocrati e fanatici passavano al setaccio ogni fatto alla ricerca di segnali dell’imminente giorno del giudizio, certi che sarebbero stati assunti in paradiso mentre ciò che restava della civiltà umana precipitava nel caos e nell’Armageddon. Oggi questi estremisti sono diventati una forza influente nei governi degli Stati Uniti e di Israele, dove promuovono una strategia del conflitto militare che punta  a realizzare quella che per loro è una profezia biblica. Quest’estate Vance – intervistato in un podcast evangelico – ha parlato della possibilità che le sue azioni contribuiscano alla ‘fine dei tempi’, e ha aggiunto che non sarebbe ‘sorpreso se l’Anticristo camminasse tra noi’, riprendendo le parole del suo mentore Peter Thiel”18.
Come si può notare siamo molto oltre la teoria della “fine della storia” offerta a suo tempo, era il 1989, da Francis Fukuyama, ma con significati assai diversi. In mezzo ci sta l’avanzata e poi la crisi del processo di globalizzazione. Come pure appaiono lontane, rispetto a quelle che si sono ora imposte, le pur aggressive posizioni di Robert Kagan. Cofondatore nel 1997, assieme a Dick Cheney e Donald Rumsfeld  del “Progetto per un nuovo secolo americano” (Pnac), aveva in alcuni suoi scritti paragonato l’Europa a Venere e gli Usa a Marte, per sottolineare la cedevolezza della prima e la vincente robustezza dei secondi; raccomandava che se un orso minaccia la tua famiglia girando intorno alla tua casa la cosa migliore da fare è quella di sparargli subito, senza aspettare di essere assaliti19. Dunque, si potrebbe dire, un precursore dell’allargamento del principio della legittima difesa che tanto piace agli attuali governanti italiani. Un fior di reazionario, quindi. Però nel 2016 abbandona il Partito repubblicano in polemica con Trump accusandolo niente meno che di fascismo, esplicitando le sue analisi della nuova situazione realizzatasi con la dominante entrata in scena del tycoon sul Washington Post20.
Come si vede l’ideologia reazionaria ha fatto un suo percorso, con tempi piuttosto accelerati, che la rendono diversa per molti aspetti dalle sue versioni novecentesche e nello stesso tempo non si può negare la persistenza di un filo che collega il presente al passato e che  a volte pare sottile, a volte si ingrossa come una fune, a seconda dei cambiamenti che intervengono nella struttura del capitalismo e negli assetti geopolitici del mondo. Cogliere questi legami è importante, ma forse ancor più cogliere le differenze se si vuole destrutturare e combattere una simile ideologia.

La digitalizzazione della guerra

C’è un momento e un luogo esatti nei quali quest’accozzaglia di teorie e credenze, che pure nel loro traballante insieme riescono a presentarsi e ad essere un’ideologia che sposta a destra – se non più almeno quanto le ragioni dello scontento e della sofferenza sociali – quantità di consensi consistenti e spesso maggioritari in varie parti del globo, si incontra con la modernità rappresentata dall’intensissimo sviluppo tecnologico di questi ultimi decenni. E’ la guerra, la sua concezione, la sua finalità, la sua pratica. Nella celebre locuzione si vis pacem para bellum21, giustamente sottoposta a critica radicale dal pacifismo, in fondo la guerra veniva rappresentata come un mezzo per raggiungere un fine, anche se questo non accadeva. Ora questo rapporto viene completamente rovesciato.  E’ cambiata la concezione della guerra, che non è più la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma il sostituto della politica stessa; conseguentemente la finalità della guerra più che una rapida vittoria consiste in uno stato permanente e infinito di bellicismo; la cui pratica subisce a sua volta un mutamento di grande rilievo perché è garantita da una meccanizzazione dello scontro bellico, o, per dire meglio, da una digitalizzazione della guerra.
Alla modificazione e trasformazione della natura della guerra hanno concorso, lungo un percorso iniziato negli anni Cinquanta, sia governi, istituzioni pubbliche che aziende private. Nel caso statunitense chi ha tenuto insieme le strutture militari con le imprese private, passando attraverso il contributo decisivo degli istituti di ricerca e del sistema universitario, è stata la Defence Advanced Research Projects Agency (Darpa), fondata nel 1958 da Eisenhower. Molto utilmente Dario Guarascio nel suo ultimo libro22, sulla base di uno studio di Erica Fuchs23, ci fornisce una descrizione delle principali fasi che Darpa ha attraversato dalla sua fondazione ad oggi.
Sono essenzialmente quattro. La prima va dalla fondazione alla fine degli anni Settanta: durante questo periodo Darpa si concentra su progetti scientifico-tecnologici connessi con ambiti militari. La seconda fase ha inizio con gli anni Ottanta dove affronta nuovi problemi: sia quello della necessità di non farsi superare dal nemico, allora l’Urss, che quello incipiente di contenere l’assalto dei competitori giapponesi  nel campo dell’elettronica; quindi gli sforzi vengono concentrati sulle tecnologie duali, specialmente la microlettronica e i computer. La terza fase si impone negli anni Novanta quando essendo venuto meno il principale nemico, cioè l’Urss, la spesa militare si contrae e Darpa torna a concentrarsi sulla ricerca di base e sul collegamento con il mondo universitario. L’attentato alle Torri Gemelle cambia completamente il quadro e Darpa entra nella quarta fase, nella quale è tutt’ora immersa. I suoi interlocutori privilegiati sono le grandi imprese dell’informatica e del digitale. In questo connubio il ruolo dell’impresa privata continua  a crescere e ad influenzare direttamente le scelte del governo e dell’apparato militare. Guarascio, nel libro citato, ricorda giustamente il peso che ebbero le riflessioni di Eric Schmidt, amministratore delegato di Alphabet tra il 2001 e il 2011, affidate ad una serie di articoli pubblicati dalla rivista Foreign Affairs e a un libro, scritto a sei mani assieme a Henry Kissinger e Daniel Huttenlocher The age of AI: and our human future (“L’età dell’intelligenza artificiale e il futuro dell’umanità”)24. 

La privatizzazione della guerra

In sostanza le tesi sostenute dai tre autori possono essere così sintetizzate: il controllo delle tecnologie digitali deciderà su chi prevarrà nelle guerre prossime venture; gli Usa devono assolutamente mantenere il primato in questo campo; la capacità innovativa in questo settore appartiene però al comparto privato; mentre l’apparato militare è rimasto indietro; il rischio di essere scavalcati dalla Cina è più che mai reale. Quindi, questa è la conclusione su cui insiste Schmidt, non vi è altra strada  se non delegare a chi ha più capacità in ambito digitale il compito di difendere e potenziare l’egemonia tecnologica degli Usa. Il pranzo alla Casa Bianca al quale Trump ha invitato gli oligopolisti digitali e la voluta diffusione delle immagini dell’incontro di cui ho prima detto, non è che la trasposizione nell’immaginario collettivo della scelta “suggerita” da Schmidt.
Il ruolo delle Big Tech non si esaurisce nella fornitura di conoscenze e infrastrutture. Sempre più queste intervengono sul campo di battaglia. Il che non solo comporta quell’effetto di spersonalizzazione dell’atto bellico, con cui si vorrebbe scaricare la coscienza di chi muove i tasti fatali, ma soprattutto produce un’ulteriore trasformazione della guerra, nel senso di una sua privatizzazione. La macchina bellica, ovunque sia e ai suoi molteplici livelli, non può funzionare senza l’intervento dell’industria privata del digitale, sia in terra che in cielo, sia nello scontro tra Russia e Ucraina, sia nella mattanza di Gaza. Questo è l’elemento strutturale che spiega perché la guerra non è più la continuazione della politica con altri mezzi, poiché essa stessa e i suoi agenti, anche ai massimi livelli, dipendono da un mondo digitale privato.
Se qualcuna delle Big Tech mantiene ancora qualche titubanza nel rivelare il proprio impegno diretto nello scontro bellico, Palantir non mostra alcuna remora nello sbandierarlo. Tanto è vero che Peter Thiel e Alex Karp hanno siglato nel gennaio 2024 un’alleanza strategica con le forze armate israeliane per la fornitura di Ia e “tecnologie di supporto alle decisioni”, come la nuova piattaforma Aip per individuare obiettivi logistici e  umani da colpire e distruggere con armi autonome. Se si vuole avere anche solo un assaggio della crudeltà e dell’abisso morale con cui operano questi campioni del digitale valga l’episodio che vide Alex Karp, ceo di Palantir, contestato a Washington il 30 aprile 2025 da attivisti pacifisti, che lo accusavano di fare enormi profitti sul massacro dei palestinesi, rispondere senza scomporsi “sì, ma erano per la gran parte terroristi”25.
Non ci si può stupire, ma preoccupare questo sì, se il ricorso a una guerra nucleare viene sempre più agitata dagli attori politici nel mondo, facendola diventare, da una ipotesi mai esclusa, una minaccia correntemente usata. Da ultimo l’ha messa per iscritto Vladimir Putin riguardo la necessità di proteggere Kaliningrad (l’antica Königsberg che diede i natali a Immanuel Kant) da un eventuale attacco della Nato26.
Al di là delle già preoccupanti schermaglie del momento rimane il problema di fondo. Ne ha parlato in termini crudi e chiari, in un’intervista a un quotidiano italiano, Susi Snyder, direttrice dei programmi della Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican) e vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2017. “Il rischio di una guerra nucleare è oggi più alto che negli anni Sessanta” dice Snyder e aggiunge “Sempre più Paesi europei dicono che le armi nucleari possono garantire la loro sicurezza. Dall’altra parte 101 Paesi hanno compiuto il passo giuridico più forte che esista, aderendo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari”. Il Sudafrica è tra i leader e presiederà la prima Conferenza di revisione del Trattato. Snyder non crede alle mezze misure “Dobbiamo solo scegliere tra guerra nucleare e abolizione nucleare”.

Per concludere

Per queste ragioni di fondo non si può pensare di opporsi alla marea nera della destra che si muove a livello internazionale, credendo di potere ristabilire semplicemente condizioni di ragionevolezza e di governi liberal democratici. Non si può fare semplicemente giocando di rimessa e stando sulla difensiva. Abbiamo visto che in Germania il Brandmauer (letteralmente il “muro taglia-fuoco”) non ha fermato l’avanzata della Afd e la sua vittoria in Sassonia. Invece la Linke è uscita vittoriosa nelle elezioni del land di Berlino facendo del diritto di abitare una politica concreta che prevede di liberare migliaia di alloggi dalla proprietà delle multinazionali tramite esproprio. Così come in queste ore  la mobilitazione degli studenti in Francia trasforma il diritto allo studio in un obiettivo concreto e mobilitante. E in Spagna – da dove, mentre licenziamo queste righe, ci giunge la notizia della bocciatura da parte delle destre con l’ausilio dei parlamentari catalani del governo Sanchez sui provvedimenti per la casa – l’acampada, indetta sempre sul tema cruciale della lotta alla rendita edilizia e quindi sul diritto all’abitazione ha saputo guadagnare un risultato concreto e allo stesso tempo simbolico.
Insomma all’avanzata delle destre ci si può, oltre che si deve, opporsi. E la radicalità degli obiettivi, che deriva dalla capacità di andare alla radice dei problemi sociali, è determinante per l’esito di queste lotte. Né vi può essere contrapposizione fra diritti civili e diritti sociali, con buona pace delle polemiche sul wokismo. Ma non si può combattere un’ideologia di destra che ha tratti di organicità senza contrapporvi un’altra visione del mondo, un’ideologia fatta non di falsa coscienza ma di sofferta ricerca delle risposte di lungo periodo non solo per fermare la guerra, la distruzione del pianeta, la dilatazione delle diseguaglianze, ma per prospettare le linee di transizione a un altro mondo, quello che dicevamo possibile, con un’espressione  diventata fin troppo rituale, come spesso accade alle cose giuste se non le si fanno vivere nella tensione sociale  e intellettuale. “Non ci vuole una svolta, ma un rivolgimento. Molto profondo”27, come scrisse Luigi Pintor nel suo ultimo editoriale.

Alfonso Gianni

  1. Riportato in Riccardo Barlaam “Onu senza forza, stretta tra guerre e veti”, Il Sole 24 Ore, del 27 settembre 2026.[↩]
  2. Si vedano, a puro esempio, limitandoci qui a considerare solo i più recenti articoli comparsi sulla stampa quotidiana al termine della 81ma Assemblea generale, oltre a quello già citato di Riccardo Barlaam, Ettore Sequi “L’Onu in crisi ma resta indispensabile” in La stampa del 30 settembre 2026 che ricorda, per dimostrare la distanza tra i propositi e la realtà, che nel Palazzo di Vetro vi è una placca di marmo che contiene la massima di Benito Juarez El respecto al derecho ajeno es la paz (Il rispetto del diritto altrui è la pace).[↩]
  3. Luigi Ferrajoli “Antidoti al potere selvaggio degli Stati” in il manifesto del 26 settembre 2026: Ferrajoli ha sviluppato e articolato questa sua proposta in tre densi saggi: Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio, Feltrinelli, Milano 2022, pp. 206; Progettare il futuro. Per un costituzionalismo globale, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 336 e il recentissimo Per una federazione della Terra, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 208.[↩]
  4. Il discorso di Pedro Sanchez si può trovare in versione integrale, su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=IQtDswdj6cs con sottotitoli in italiano e in inglese.[↩]
  5. Sulle sorti del nostro futuro e dei nostri figli, il premio Nobel per la fisica 2021 Giorgio Parisi ha raccolto in un libro i suoi articoli, ulteriormente aggiornati,  pubblicati nei numeri 74,77 e 80 di questa rivista: Giorgio Parisi Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura, Castelvecchi, Roma 2026, pp.115.[↩]
  6. Antonio Gramsci “Astrattismo e intransigenza”, 11 maggio 1918 in Il nostro Marx 1918-1919, a cura di Sergio Caprioglio, Torino 1984. Un libro ormai introvabile. Ma la citazione qui riportata compare anche in Guido Liguori e Pasquale Voza (a cura di) Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci, Roma 2009, pp. 918, alla voce “ideologia” a pag. 400. Un testo davvero prezioso, se non indispensabile, per chi volesse accostarsi al pensiero di Gramsci o per chi avesse bisogno di rinverdirne la conoscenza.[↩]
  7. Antonio Gramsci Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Vol. II, Q7, par. 24, pag. 871, Einaudi, Torino 1977, 5 voll. (seconda edizione).[↩]
  8. Antonio Gramsci Quaderni del carcere ed. cit. Q7, par. 21, pag. 869.[↩]
  9. Basta guardare la copiosa serie di istantanee diffuse da gettyimages https://www.gettyimages.it/editorial-images/news/event/president-trump-meets-with-ai-executives-at-white-house/776570600?editorialproducts=all.[↩]
  10. Acts 17 Collective è un’organizzazione non profit  la cui sigla significa Acknowledging Christ in Technology and Society, con un voluto, quanto arbitrario, riferimento biblico al discorso dell’apostolo Paolo agli ateniesi. L’associazione mira a coinvolgere leader, pensatori e fondatori del settore tecnologico della Silicon Valley sul tema della fede cristiana.[↩]
  11. Vedi Vladimir Solov’ëv I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Vita e Pensiero editore, Milano 1995, pp. 272. Si tratta dell’ultima opera scritta dal pensatore russo prima della sua morte nel 1900.[↩]
  12. La citazione è tratta da Marco Dotti “Peter Thiel: la tecnocrazia come avanguardia apocalittica“ https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/na18-13-dotti.pdf.
    Vedi anche, dello stesso autore, “La teologia politica di Peter Thiel” nella Newsletter di Polidemos, il centro di ricerca dell’Università cattolica del Sacro Cuore.[↩]
  13. Sulla figura di Silvio Berlusconi e sul berlusconismo molto è stato scritto e detto. Qui vogliamo segnalare un testo che ci pare estremamente utile e di gradevole lettura (dato non sempre frequente e che non guasta) Ida Dominijanni Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Futura editrice, Roma 2014, pp. 251.[↩]
  14. Michele Ainis Fascismo bianco, Garzanti, Milano 2026, pp. 208.[↩]
  15. Paul Mason “Fascismo globale” in Internazionale n. 1581 del 20 settembre 2024.[↩]
  16. Naomi Klein, Astra Taylor End Times Fascism: And the Fight for the Living World, Allen Lane, Londra 2026, pp. 384. Si attende per fine ottobre l’edizione italiana per La nave di Teseo.[↩]
  17. La frase è tratta da William Faulkner Requiem per una monaca, traduzione di Fernanda Pivano, Mondadori, Milano 1955, pp. 236 ora riproposto con la traduzione di Carlo Prosperi da La nave di Teseo, Milano 2026, pp. 304.[↩]
  18. La citazione, compresa quella del vicepresidente degli Usa J.D. Vance, è tratta da Naomi Klein, Astra Taylor “Resistere all’apocalisse” in Internazionale n. 1685 del 2 ottobre 2026.[↩]
  19. Robert Kagan Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Mondadori, Milano 2003, pp. 130.[↩]
  20. Robert Kagan “Ecco come il fascismo arriva in America” in The Washington Post del 18 maggio 2016.[↩]
  21. La formulazione qui utilizzata, effettivamente di maggiore uso ancora oggi, è  ricavata dalla frase: Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum, letteralmente “Dunque, chi aspira alla pace, prepari la guerra”. È una delle frasi memorabili contenute nel prologo del libro III dell’Epitoma rei militaris di Vegezio, opera composta alla fine del IV secolo.[↩]
  22. Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, Bari-Roma 2026, pp. 271.[↩]
  23. Erica Fuchs “Rethinking the role of the state in technology development Darpa and the case for embedded network governance” in Research Policy 39(9), 2010, pp. 1133-1147.[↩]
  24. Vedi Guarascio cit. p.145; il libro di Kissinger, Schmidt e Huttenlocher è stato pubblicato da Hachette, Parigi nel 2021.[↩]
  25. Cody Combs “Palantir’s Alex Karp tells pro-Palestine protester she is ’product of an evil force’ “ in The National del 6 maggio 2025, https://www.thenationalnews.com/future/2025/05/06/palantir-earnings-alex-karp-palestine-protester/.[↩]
  26. Vedi Claudio Tito “La minaccia di Putin alla Nato: per difendere Kaliningrad siamo pronti ad usare l’atomica” in la Repubblica del 29 settembre 2026 2026https://www.repubblica.it/esteri/2026/09/29/news/putin_minaccia_nato_kaliningrad_atomica-425615763/.[↩]
  27. Luigi Pintor “Senza confini” in il manifesto 25 aprile 2003.[↩]
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