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24 anni dopo Genova

di Stefano
Galieni

Partiamo da un epifenomeno. Scorrendo i commenti sui vari social, a chi ricorda, con dolore e vicinanza, l’uccisione di Carlo Giuliani il 20 luglio in Piazza Alimonda, emerge un odio verso la sua figura che rasenta il parossismo. Fra chi lo chiama “assassino” chi giustifica il carabiniere che lo ha ammazzato, chi schiuma livore contro quel grande momento di partecipazione sociale e politica, si rischia di cadere nello sconforto. E ci si domanda cosa sia cambiato nei 24 anni che ci separano da quelle immense quanto tragiche giornate di Genova. Certo è che gli odiatori seriali fanno più rumore di chi tace ma, proprio in ragione del silenzio, riescono ad incidere nella memoria diffusa e a divenire elemento indiscutibile di verità. Inutile andare a sguazzare nelle responsabilità di una destra fascistizzante che è sempre stata forte nel Paese, forse è più importante trarre un bilancio a partire dai nostri errori, dalle nostre carenze, dai nostri deficit, in alcuni casi cognitivi. Spesso ci ostiniamo a dire che con la repressione si è fermato tutto e che il “movimento dei movimenti” come lo avevamo chiamato, ha cessato di esistere con la macelleria della Diaz. Ne siamo certi? Uno sguardo ai fatti accaduti sia prima che dopo potrebbe costringerci a ragionare diversamente.

Seattle, guerre e Social Forum

Sembrano essere dimenticate le manifestazioni di Seattle contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio nel novembre del 1999, che segnarono il battesimo, soprattutto mediatico di quello che venne chiamato allora, in maniera maldestra, “Movimento no global” e , prima ancora quelle che coinvolsero, il 12 dicembre 1997 l’Australia, quando furono bloccati i centri città di Melbourne, Perth, Sydney e Darwin. Dall’Oceania le critiche radicali al modello di sviluppo presero forma più delineata, individuarono i luoghi decisionali in cui protestare e si giunse negli Usa, dove, per la prima volta, le grandi organizzazioni di potere mondiale incontrarono una così vasta opposizione negli USA, andando ad analizzare e ad affrontare temi rimasti attualissimi come le modalità della circolazione di beni, la distribuzione delle risorse, le emergenze ambientali, dettate dalle guerre, la libertà di movimento da garantire non solo alle merci ma soprattutto alle persone. In tempi brevissimi, con processi di osmosi e contaminazione inimmaginabili allora – la rete non aveva le potenzialità odierne – in continenti interi, pezzi di società che spesso non trovavano spazio o rappresentanza nella politica istituzionale, non solo praticarono opposizione ma cominciarono a condividere saperi. I WSF (Fori Sociali Mondiali) divennero uno spazio in cui sprovincializzare e anche decolonizzare le conoscenze, il primo si tenne dal 25 al 30 gennaio 2001, a Porto Alegre in Brasile, dove già si sperimentava quello che veniva chiamato “bilancio partecipato” (le persone chiamate a decidere in base alle priorità collettive le modalità di utilizzo delle risorse economiche), e portò a muoversi in decine di migliaia, da tutto il mondo. Basta ricordare le parole decisive, pesate ad una ad una che segnarono quel momento con un appello: “Forze sociali da tutto il mondo riunite per il Forum sociale mondiale a Porto Alegre e Ong, movimenti e organizzazioni, intellettuali e artisti, vogliamo creare una grande alleanza per una nuova società, che non sia basata sulla logica dominante dove il mercato e i soldi sono considerate le uniche misure di riferimento. Noi resistiamo alla élite globale e vogliamo lavorare per l’eguaglianza, per la giustizia sociale, per la democrazia e la sicurezza di ciascuno, senza distinzione”

C’era insomma tanta radicalità nella protesta e tanta profondità nelle proposte. Il G8 di Genova voleva, nelle intenzioni degli organizzatori, mantenere queste potenzialità e accomunarle, era una sorta di presa di distanza dagli schemi del potere dimostrando, contemporaneamente, di poter proporre una vera e alternativa visione del mondo. Abbiamo già detto di come è finito, anzi, di come è stato scientemente preparato il vertice dei Grandi del capoluogo ligure, per trasformarsi in una mattanza, in notti di terrore, di paura diffusa che, soprattutto per le nuove generazioni messe a confronto con le capacità repressive di chi governava, volevano tradursi in una definitiva chiusura di ogni spazio. Ma accadde altro.

Ma qualcosa di profondo era già cambiato. La guerra non era già da anni qualcosa di estraneo alla vita concreta e non si trattava solo di “conflitti dimenticati”. La dissoluzione della Jugoslavia e le infinite tragedie a cui diede vita l’esplodere di nazionalismi e, a partire dallo stesso anno, la Prima guerra del Golfo (1991) avevano già reso irrespirabile l’aria. Ma con l’attacco ai centri nevralgici del potere USA e la risposta violenta ed infinita dell’Occidente, ogni proposta di “altro mondo possibile” si rattrappiva. Cominciavamo a doverci difendere da un nemico immenso, cominciavamo ad immergerci in un pantano di sangue e carne in nome dell’esportazione della democrazia, che non comprendeva la possibilità di intravedere altri modelli di vita nel pianeta.

In movimento, ma con l’eterna emergenza

Cambiava lo scenario internazionale ma, in contemporanea, anche quello interno. L’islamofobia diffusa, il già accentuato odio per chi era immigrato in Italia, portarono ad esasperare una cultura tossica della “sicurezza” che permise la crescita di imprenditori della paura. In assenza di una risposta politica adeguata, tali approcci divennero leggi – la Bossi Fini è del 2002 – ordinanze comunali, guerra contro il cosiddetto “degrado”, allarmismo sparso a piene mani anche attraverso gli organi di stampa. Il Forum di Firenze, al di là della grande mobilitazione, visse questo clima di intimidazione e di ineluttabilità. L’attacco ai diritti intanto andava colpendo no solo chi protestava contro la guerra o per un altermondialismo. Era il momento buono per attaccare il lavoro in quello che era uno dei suoi capisaldi, l’articolo 18 e anche in questo caso – 23 marzo 2002 – la piazza rispose in maniera imponente e perentoria a chi intendeva affondare lo Statuto dei lavoratori. In questo caso la piazza vinse e ci vollero 13 anni prima che il governo Renzi, riuscisse a incassare il risultato auspicato dagli imprenditori, ma fu una lotta di resistenza che non portò mai ad un reale tentativo di dettare una diversa agenda politica al governo. Eppure, nonostante questo e non in maniera separata, Neanche due mesi dopo il G8, si consumava l’attentato delle Torri Gemelle ed iniziava ufficialmente quella guerra infinita in cui siamo ancora immersi, con l’attacco all’Afghanistan. Pochi mesi dopo, da fine gennaio ad inizio febbraio del 2002, sempre a Porto Alegre, si tenne egualmente il secondo WSF a cui parteciparono almeno 12.000 delegati ufficiali, in rappresentanza di 123 paesi. Una presenza e una prova di resistenza massiccia: 60.000 partecipanti, 652 laboratori e 27 dibattiti che videro la presenza di intellettuali di immenso valore come Noam Chomsky. E nel novembre dello stesso anno si teneva ugualmente il Social Forum Europeo a Firenze, con una grande partecipazione, almeno 300 mila persone ed un alto livello delle interlocuzioni. Il 15 febbraio del 2003, contemporaneamente, in tutto il mondo si svolsero manifestazioni per la pace e per scongiurare l’ennesimo conflitto imminente. 110 milioni di persone, diverse per ideologia, linguaggio, sensibilità, approccio, sembravano essere divenute una vera potenza mondiale. Immensa fu la manifestazione romana, convocata nonostante già da settori della sinistra moderata, si tentasse di operare dei distinguo.

La guerra era già divenuta il prevalente. Il 20 marzo 2003, col pretesto di voler impedire all’allora dittatore iracheno Saddam Hussein, di utilizzare armi di distruzioni di massa contro l’occidente – rivelatesi poi inesistenti- l’Iraq venne invaso e iniziò un altro immane conflitto che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Un’invasione illegale, secondo le norme internazionali, mai avallata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a cui l’Italia partecipò ufficialmente soltanto a giochi fatti e con operazioni di peace keeping e di “intervento umanitario”. Il 12 novembre dello stesso anno è ricordato per la strage di Nassirya, in cui persero la vita, uccisi da un’auto bomba, 28 persone fra cui 19 militari italiani. Negli stessi, giorni, proprio a partire dal 12 novembre, il vasto mondo dei Social Forum Europeo si era dato appuntamento a Parigi. Decine di migliaia le/i partecipanti, delegazioni provenienti da tutto  il continente, ma qualcosa cominciava già a divenire problematico. Nulla da eccepire sui temi affrontati, quelli fondanti l’altermondialismo di allora ma, in molte discussioni, emerse la necessità di porre questioni di fondo che riguardavano la prospettiva, il “destino del movimento”. Furono particolarmente significativi, nei seminari, il cui tema principale era il rapporto tra movimenti di massa e politica, in cui l’orgoglio e la consapevolezza di aver di aver contribuito a costruire uno “spazio pubblico mondiale” , in grado di produrre un’opinione alternativa a quella seguita dalle politiche dominanti, si accompagnò, in maniera problematica, D’altro lato, è stato posto il problema dell’efficacia nella trasformazione reale dell’esistente e la necessità di non concepire l’agenda delle periodiche scadenze plenarie come una serie di esibizioni ripetitive, bensì di renderla sempre di più espressione di pratiche di lotta per il conseguimento di obiettivi concreti. Ma, soprattutto, questa volta è sembrato essersi fatta più forte una sensazione: la politica sta aspettando al varco questo grande processo partecipativo ed auto formativo.

Ma non c’era tempo

Intanto le politiche di guerra imperversavano e in Italia, nonostante il dolore mai rimosso per quanto accaduto a Genova e mai totalmente elaborato, resisteva ed anzi si ampliava un sentire comune che fece sembrare quello che era divenuto puramente movimento per la Pace, come un baluardo di comune appartenenza.

E nel 2004, durante la prima ondata del terrorismo fondamentalista che colpisce diversi Paesi europei, si riesce a costruire ancora una grande mobilitazione, qualcuno dirà di 2 milioni che attraversò Roma il 20 marzo. Poco tempo prima c’era stato l’attentato a Madrid, rivendicato da Al Qaeda e uno, altrettanto grave nei pressi di Tunisi per boicottare il WSF che si ritrovò a dover fronteggiare tanto i guerrafondai che i terroristi islamisti come comuni avversari. Ma in Italia, nonostante l’imperversare di un giustizialismo legato agli scontri fra gruppi dirigenti nel Paese, che fu l’apripista definitivo per l’antipolitica che ancora caratterizza il presente, le mobilitazioni si succedettero, senza lo spirito di gioia che c’era e si respirava prima del G8 genovese, ma con una forte carica. Il 25 aprile, la contestazione al presidente Usa G. Bush, in visita a Roma il 4 giugno, furono le tappe più importanti di un movimento plurale che chiedeva il ritiro delle truppe da Iraq e Afghanistan sostenendo, per puro buon senso, che la guerra era la matrice stessa di ogni forma di terrorismo. Da noi, in una fase in cui il blairismo aveva già contaminato la sinistra moderata, si riprodusse una versione binaria e tutto sommato provinciale di quanto accadeva in quei Paesi. Gli statunitensi, senza bisogno di aggettivare in chiave positiva o negativa la propria politica, definiva invece coloro che combattevano, con ogni mezzo, per difendere le proprie case come insurgents (non c’era bisogno della categoria del terrorismo), da noi si segnavano invece le prime profonde crepe fra mondo pacifista e mondo politico. Ma soprattutto si affermava, forse in chiave ineluttabile – c’è bisogno di ripeterlo – che i tempi per l’altro mondo possibile erano terminati, c’era semplicemente un mondo da salvare.

Come era iniziato l’anno si concluse in maniera catastrofica ed emblematica, col maremoto del 26 dicembre e il conseguente tsunami che colpì un’area immensa del sud del mondo: Indonesia, Thailandia, Malaysia, Sri Lanka, India, Bangladesh, Myanmar, Maldive, Seychelles, Somalia, Kenya, Tanzania, Madagascar, Sudafrica. Il bilancio accertato fu di oltre 230 mila morti, 20 mila dispersi, 300 mila feriti e milioni di sfollati che per anni si ritrovarono in territori devastati. Ma questa è storia dei Sud del mondo, che tocca l’occidente solo quando fra le vittime o i dispersi c’è qualche proprio concittadino, gli altri si dimentichino e non pretendano di trovare rifugio da noi.

 

Stefano Galieni

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