Il 24 e 25 gennaio ci ritroveremo a Bologna per mobilitare e coordinare le nostre intenzioni sulla lotta contro le autocrazie che minacciano le nostre convivenze e le possibilità di una vita della nostra specie che tenga in considerazione il rapporto tra vita umana, sistema di relazione sociale, Mondo.
In previsione di questo incontro vorrei proporre alcune riflessioni sul vasto tema della comunicazione e sui piani di impegno collettivo che quel tema inevitabilmente pone.
Intanto, mentre un terzo della popolazione mondiale non ha accesso a internet, chi può spendere del denaro per accedere a quello spazio pubblico ampiamente privatizzato, si trova a subire una valanga di intromissioni pubblicitarie e propagandistiche. Superate queste, se desidera prendere contatto con i suoi simili deve accedere a ambienti che di questa comune esigenza comunicativa si nutrono e che ripagano il suo desiderio e il suo tempo con spazi comandati e ritagliati sulle loro esigenze di profitto, con una espropriazione minuziosa delle sue individualità e libertà.
L’impegno su questi piani è stato costante durante i decenni scorsi e ha anche dato luogo a esperienze molto significative che si sono accompagnate allo sviluppo di approfondite analisi critiche, pensiamo alla grande funzione svolta da Indymedia. Talvolta queste esperienze sono approdate a proposte politiche autonome, pensiamo ad esempio alla parabola del Partito Pirata. E teniamo presenti le realtà re-esistenti: i laboratori hacker, le aggregazioni di esplorazione alternativa dell’uso sociale delle tecnologie (mastodon ad esempio), gli agglomerati di portatori di interesse. Una costellazione di disagio, di rifiuto, di lotta e anche di elementi di superamento che ha una sua autonoma ragione di essere e che costituisce parte dell’ecosistema in cui siamo immersi.
Certo la centralità delle problematiche legate al digitale è stata costantemente potenziata negli anni sia dagli sviluppi tecnologici che dal loro innervarsi nell’accumulazione capitalistica e nelle forme di produzione sociale che quest’ultima ha imposto. Estrazione di valore dalla comunicazione, manipolazione delle opinioni e degli orientamenti, raffinamento e centralizzazione delle funzioni di controllo, messa a valore della stessa intelligenza collettiva fino all’invadenza nell’ambito del pensiero…. sono tutti momenti di una complessiva trasformazione vitale dei metodi, della sostanza del contendere e dei terreni su cui si dà il conflitto tra il frutto accumulato dello sfruttamento, del potere, e la vita degli sfruttati, dei dominati, dei sudditi.
Oggi la centralità trascinante dello sviluppo capitalistico si funzionalizza alla guerra e questa prospettiva costringe i dominati a rompere ogni indugio e a ribellarsi e a organizzarsi. Smettiamo di considerare la censura su internet, il conculcare i diritti tra cui quello alla privacy, la distruzione sistematica dell’informazione, la manipolazione delle opinioni… l’elenco è troppo lungo; smettiamo di considerare tutto questo un legittimo tema di protesta dentro equilibri di vita sociale e leggiamolo per quello che si presenta attualmente e cioè una articolazione dei processi di dominio, di militarizzazione, di preparazione alla guerra.
Questo non significa rinunciare a ciascuno dei terreni particolari di lotta che negli scorsi decenni sono riusciti a vivere sul terreno del digitale e delle “nuove” relazioni sociali, ma dovrebbe indurci a porre al centro dell’azione politica anche una convergenza sull’ambito che tiene assieme sapere, informazione, comunicazione, formazione dell’opinione, del linguaggio e del pensiero: ambito teorico-pratico per eccellenza che non può essere affidato alla ideologia e alla sua trasmissione.
Questo tema non sarà purtroppo tra i tavoli di discussione a Bologna. A giudizio di chi scrive è un errore: informazione, comunicazione, linguaggio non sono strumenti specialistici che discendono da una linea o da un apparato ideologico, ma terreni di contesa e di lotta. Se in questo campo soffriamo di una particolare debolezza, di un grave ritardo dovuto -in parte ma sicuramente- a una sottovalutazione, occorre raddoppiare gli sforzi piuttosto che rinunciarvi.
Per molte e molti da tempo è necessario rispondere a questa realtà che ci interroga, ovvero da tempo è il momento di fare un appello che è sinceramente interlocutorio: occorre convergere su una analisi dei meccanismi della informazione e formazione e dello scambio dell’opinione, occorre diffonderla al nostro interno, occorre sviluppare strumenti e forme di lotta, occorre organizzarsi, occorre sabotare la guerra, anche a questo livello. Come primo passo crediamo sia necessario che ogni realtà o singolo raccolga l’appello e partecipi a uno spazio di mobilitazione su informazione, comunicazione, linguaggio e pensiero da far vivere assieme. Anche in questo caso si tratterà di accettare il confronto e rendere possibile la interazione tra esperienze, portati, punti di vista differenti; ma la convergenza è possibile oltre che indispensabile. Si tratta insomma di una proposta dal basso che come tale ha molte delle caratteristiche di una richiesta e che dunque si vuole confrontare modestamente con patrimoni di intelligenza e di esperienza accumulati.
E’ diffuso il bisogno di distillare saperi e pensieri e di adottare linguaggi e metodi di comunicazione all’altezza del conflitto: destrutturare le parzialità, tenere aperti gli spazi di libertà interiore come spazi collettivamente attraversati, ripensare il linguaggio e rendere praticabili divergenze e convergenze come varianti del movimento. E’ certo anche un tema organizzativo ma a patto di restituire a questa parola il suo senso migliore. Il senso di un confronto agito soggettivamente tra le forme del dominio e quelle della liberazione. Sarebbe deleterio rinunciare a questa nostra intelligenza negando al conflitto complesso che ruota attorno alla comunicazione una potenzialità trasformatrice.
Da qui il titolo di questo intervento che è una citazione dell’antico canto anarchico che è entrato profondamente nella nostra storia di liberazione e che diceva che il mondo intero è la nostra patria e che questo pensiero ribelle sta nel nostro cuore. Continuiamo a cantarlo.
Giancarlo Scotoni
