articoli

Togliamo il bavaglio alla comunicazione

di Giancarlo
Scotoni

Riterrei necessario riflettere ancora sul tema della comunicazione, ovviamente a partire dall’esperienza che stiamo in tant3 vivendo nell’ambito No Kings, e, per fare un ragionamento più ampio, nell’ambito della convergenza.

Faccio questa distinzione perché credo si possa dire che il percorso No Kings si è in qualche misura già strutturato e sta trovando un suo spazio (probabilmente lo sta facendo bene ma comunque questo è un argomento in un certo senso estraneo a questa riflessione); e che la convergenza sia una prospettiva che muove da problematiche e considerazioni che valgono oltre i diversi momenti che si sono concretizzati e che si potranno concretizzare.

Vorrei richiamare un portato necessario al concetto di convergenza. Per le soggettività coinvolte il convergere significa certo crescere nell’incontro, nel confronto e nella diffusione ma può (dovrebbe) significare anche misurarsi con le proprie parzialità per così dire costitutive e di sguardo sulla complessità. Quello che si genera nel processo di convergenza e nella scoperta della potenzialità della cooperazione è un processo di cambiamento che si diffonde e si propaga perchè attrae e libera. Per continuare a svilupparsi, a mantenere queste sue caratteristiche espansive non si può esaurire in una diffusione per assorbimento o confronto che si tradurrebbe in un esaurimento.

Fare rete e poi tessere fili è una metafora suggestiva che lascia però sullo sfondo il fatto che i nodi che si mettono in comunicazione non sono oggetti statici ma rappresentano momenti (storici) concreti ciascuno in diversa relazione con il conflitto. Una  rete concepita astrattamente non è molto distante dal concetto di confederazione preso di peso dall’esperienza luminosa ma precisamentedeterminata del Rojava: nell’uno e nell’altro caso si parte da elementi in qualche modo stabilizzati, qualsiasi significato gli si voglia dare: centri di iniziativa, “territori”, municipii, città, associazioni, realtà, … sigle connessi idealmente su parole di mobilitazione. In realtà non abbiamo bisogno di qualcosa che ci connetta solo orizzontalmente o verticalmente, abbiamo bisogno di trovare un modo per disporci, per parlare a tutt3 ma anche per ascoltare tutt3. Prendiamo i casi dei territori, facendo ad esempio riferimento a come le loro esperienze abbiano difficoltà a interagire nelle assemblee. Da quell’elenco-delle-cose-che-facciamo-noi che ci sembra insufficiente non se ne esce solo con il condiviso entusiasmo di fare assieme, di scoprire le potenzialità della nostra collaborazione. Occorre la ricostruzione di un quadro condivisibile in grado di orientare e dare significati. In grado di disporci non tanto in una formazione di gioco in cui tutti vogliono fare gli attaccanti, ma in riferimento alla mappa dei piani e agli assi centrali dello scontro. Si tratta di un salto politico necessario che non sta solo e direttamente nelle nostre realtà territoriali e che anzi gioca a rimpiattino con esse tramite verticalizzazioni, delocalizzazioni, smaterializzazioni… e, naturalmente, conversioni. Un salto politico che non è un balzo definitivo, la scoperta della linea, e nemmeno un trasferimento nella politica dei risultati della mobilitazione. E’ un percorso di intelligenza che va costruito, anche nel contraddittorio, ma che richiede cura e disponibilità di confronto per gli interlocutori che lo propongono e per quelli potenziali.

Infatti i processi aggregativi nelle nostre società o stentano a trovare sintesi e restano isolati uno accanto all’altro o assumono prima o poi connotati riassorbibili non solo per il loro limiti intrinseci ma per la fisiologia del sistema che è in grado di nutrirsi di qualsiasi spinta che non sia sulla strada di acquisire pienezza di autonomia di proposta e prospettiva. E non mi riferisco all’attività mediatica che inventa il fenotipo del proPal, ma all’isolamento a cui vanno incontro le più belle mobilitazioni appena esse si trovano sotto la soglia delle discriminanti politiche che le rendono vitali.

Pensiamo a cosa potrebbe comportare chiudere l’orizzonte della protesta contro l’inasprimento del controllo sociale senza porre il tema della guerra. Quello del riarmo e della guerra è un tema qualificante che può andare verso una autonomia di proposta e prospettiva anche perché interloquisce in modo propositivo con la maggioranza della società. Sottovalutarlo ridurrebbe l’universo de3 raggiungibil3 e mobilitabil3 a una parte minoritaria e la portata della mobilitazione a un appello sostanzialmente minoritario. Sarebbe rinunciare alla centralità del campo della partita di fronte alla flessibilità di un avversario capace di iniziativa, di duttilità, di spregiudicatezza e soprattutto di potere. Non se ne esce solo con un “noi” parziale, occorre riconoscere il prevalente senza rinunciare al ventaglio delle vertenze e delle dimensioni dello scontro.

Cercando di riportare queste argomentazioni al tema della comunicazione, per come lo ho visto crescere in queste settimane, credo sia stato fatto un lavoro davvero grande nel combinare la generosità militante con l’intelligenza dei meccanismi della comunicazione nei media: arrivare ai giornali senza passi falsi non è impresa da poco e nemmeno organizzare un concerto che restituisce e rilancia una presa di posizione che ruota attorno al rifiuto della guerra trascinando con sè le altre indispensabili dimensioni.

La diffusione dell’appuntamento del 27 e 28 marzo si fa di giorno in giorno più percepibile e c’è la possibilità che in queste date si raggiungano obiettivi importanti. E’ inevitabile che nella fatica organizzativa che ci coinvolge tutt3 non si riesca a fare tutto quello che il momento sta aprendo, a rispondere all’urgenza dei compiti partendo da risorse e forze limitate e non ringrazieremo mai abbastanza le compagne e i compagni della comunicazione No Kings per lo splendido lavoro che stanno facendo. Attorno a loro nascono ulteriori nuclei di comunicazione e si attiva una rete complessa di relazioni più e meno organizzate che è difficile seguire se non con l’iniziativa e la proposta politiche.

Il campo della comunicazione è fondamentale ed è fortemente presidiato dai dominanti: ogni spazio di informazione ottenuto è frutto di grande lavoro e intelligenza di capacità di muoversi dentro meccanismi complessi.

Esiste anche uno specifico poichè che dopo aver conquistato spazi e strumenti i Kings limitano i diritti de3 giornalist3 con strumenti intimidatori e persecutori, modulando alla bisogna i loro gradi di libertà e di indipendenza, trasformando l’informazione in merce. Una realtà che alcuni vogliono negare riducendo la libertà di informare alla libertà del mercato, i diritti concreti alle definizioni di legge. Quella dell3 giornalist3 è una lotta che riguarda gli spazi di democrazia e dunque la relazione tra potere e informazione e perciò ha un contenuto politico. La Rete No bavaglio da anni è mobilitata in questo senso, è nel percorso di convergenza e rappresenta un punto di riferimento che va sostenuto al massimo. E’ un altro di quei casi in cui la convergenza non può esaurirsi in una sommatoria ma deve produrre arricchimento e approfondimento del dibattito.

E c’è il tema gigantesco della comunicazione informale, di quelle moltitudini di produttori e fruitori di comunicazione che sono preda di malinformazione, disinformazione e misinformazione. Per i quali lo spazio della comunicazione libera non è conteso solo dai giaganti tecnologici ma anche dalla sopraffazione quotidiana di hater più o meno organizzati. Nel sogno di ciascuno sta l’idea di una mobilitazione comunicativa e il ricordo delle giornate di ottobre, con le problematiche di un messaggio condiviso che non trovava tutto il suo senso negli slogan e che richiederebbe linguaggio e voce. Crediamo che anche questa dimensione vada tenuta presente, vada curata nelle nostre intenzioni e nel nostro impegno.

Esiste un momento in cui uno slogan inizia a essere appropriato e a rimbalzare. Non possiamo sapere quando e se avverrà, possiamo solo lavorarci con dedizione e intelligenza. E’ un momento che si presenta apparentemente magico perché ci fa arrivare all’improvviso la voce reale e sorprendente di un noi che travalica i limiti della soggettività in cui ci muoviamo. Ma quando No Kings o un’altra parola così significativa inizierà a leggersi sui muri e a risuonare sulla bocca dell’immigrat3, dell3 sfruttat3 o del dominat3 lo sapremo per certo. Per allora sarà bene avere molte domande e molte risposte da scambiarci.

Articolo precedente
Rifugi di vetro
Articolo successivo
Energia, clima, vita e informazione: guerra!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.