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Siria del Nord-Est: Rojava sotto attacco

di Anna
Camposampiero

Sta prendendo forma lo scenario che da settimane molte e molti temevano. Le forze affiliate al governo di transizione siriano guidato da Ahmed al‑Sharaa (già noto come Abu Mohammed al‑Jolani), insieme a milizie sostenute dalla Turchia e a gruppi armati alleati, hanno lanciato una vasta offensiva contro i territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (AANES/DAANES), colpendo l’esperienza di autogoverno democratico curdo nel Rojava.

Già nei giorni successivi al 6 gennaio 2026, la situazione nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo, in particolare Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, è rapidamente degenerata fino alla loro conquista da parte delle forze affiliate al governo di transizione di Damasco, insieme a milizie sostenute dalla Turchia.

Con l’ingresso delle forze governative, le strutture di autogoverno locale sono state smantellate e le forze di autodifesa dei quartieri sono state costrette al disarmo o al ritiro. Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, che anche dopo la riconquista governativa di Aleppo nel 2016 avevano mantenuto una forma di amministrazione autonoma legata politicamente e simbolicamente all’esperienza dell’Amministrazione Autonoma del Nord‑Est della Siria, sono cadute.

Secondo denunce diffuse da organizzazioni curde, reti di attivisti e fonti locali, la conquista dei quartieri curdi è stata accompagnata anche da gravi violenze contro la popolazione civile. Vengono riportate uccisioni di civili curdi, esecuzioni sommarie e vere e proprie azioni punitive nei confronti dei residenti, descritte come massacri mirati a spezzare ogni forma di resistenza e a terrorizzare la popolazione. La conquista dei quartieri curdi della città viene interpretata come un banco di prova di ciò che il governo di Damasco intende imporre all’intero Nord‑Est del paese: la fine di ogni spazio politico autonomo, l’integrazione forzata sotto il controllo centrale e la riduzione dell’autogoverno a mere concessioni simboliche.

Ilham Ahmed, co‑presidente degli affari esteri dell’AANES, ha dichiarato che l’obiettivo degli attacchi lanciati dal 6 gennaio è la distruzione dei curdi e della convivenza tra i popoli della regione. L’Amministrazione Autonoma aveva tentato fino all’ultimo di evitare lo scontro, accettando un’intesa già raggiunta nel marzo 2025 e formalizzata in un incontro a Damasco tra Ahmed al‑Sharaa e il comandante generale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), Mazlum Abdi. Tale accordo, tuttavia, non è mai stato realmente implementato.

Le SDF sono state costrette a cedere le province a maggioranza araba di Raqqa e Deir ez‑Zor, aree di enorme rilevanza strategica. Qui si concentrano i principali giacimenti petroliferi della Siria, oltre alle dighe di Tishreen e Tabqa e a una delle zone agricole più fertili del paese grazie al bacino dell’Eufrate. Il passaggio di questi territori sotto il pieno controllo dello Stato centrale è avvenuto senza garanzie, nonostante le richieste avanzate dalle SDF durante un anno di negoziati.

Il 19 gennaio 2026, a Damasco, si è tenuto l’ultimo incontro tra la dirigenza delle SDF e i rappresentanti del governo siriano, alla presenza del rappresentante speciale statunitense Tom Barrack. Alla riunione hanno partecipato Mazlum Abdi, Ahmed al‑Sharaa con alcuni ministri e la comandante generale delle YPJ, Rohilat Efrîn. Secondo il resoconto di Efrîn, alla delegazione curda è stato intimato di sgomberare immediatamente Hasakah e Kobanê, deporre le armi e arruolarsi individualmente nell’esercito siriano. Le SDF hanno respinto la richiesta, definendola una resa incondizionata e un tentativo di imporre un fatto compiuto pianificato in anticipo. In quell’occasione viene attribuita a Mazlum Abdi la frase rivolta ad al‑Sharaa: «Meglio morire con onore a fianco del popolo che vendere la propria dignità».

In questo quadro, Kobanê – città simbolo della resistenza contro l’ISIS e della possibilità di una rivoluzione democratica in Medio Oriente – torna a essere sotto una grave minaccia. Mentre le forze del governo provvisorio avanzano sono state segnalate aperture di carceri e campi che ospitano migliaia di detenuti dell’ISIS e i loro familiari, in particolare nell’area di al‑Shaddadi. Il collasso del sistema di detenzione potrebbe portare alla riorganizzazione delle cellule jihadiste e a una nuova ondata di instabilità e terrorismo, con conseguenze che andrebbero ben oltre la Siria.

L’offensiva colpisce direttamente anche la popolazione civile: bombardamenti, saccheggi e distruzioni di infrastrutture umanitarie e sanitarie stanno provocando nuove ondate di sfollati verso Qamishlo e altre aree del Nord‑Est. In questo contesto, l’Amministrazione Autonoma ha proclamato la mobilitazione generale, mentre organizzazioni delle donne, movimenti civili e forze democratiche locali si sono schierati a difesa della regione e delle conquiste ottenute nella lotta contro l’ISIS.

L’attacco avviene in un clima di sostanziale silenzio o complicità internazionale. I governi occidentali e l’Unione Europea hanno continuato a fornire sostegno politico e finanziario alle autorità di Damasco. Nelle stesse settimane, esponenti di primo piano delle istituzioni europee e dei governi nazionali hanno incontrato Ahmed al‑Sharaa, mentre i media mainstream hanno spesso minimizzato o ignorato la gravità della situazione. Solo la settimana scorsa Ursula von der Leyen si è recata a Damasco, ultima di una lunga serie di capi di governo e ministri degli esteri.

Questa postura è letta come il risultato di un mutato atteggiamento degli Stati Uniti, oggi guidati da Donald Trump, che dopo essere stati i principali alleati delle SDF nella lotta contro lo Stato Islamico hanno evidentemente individuato nel nuovo governo di Damasco un interlocutore ritenuto più funzionale agli equilibri regionali. La grande preoccupazione dopo la firma dei cosiddetti accordi di “pace” era legata proprio a questo: non solo in Palestina il genocidio continua, ma che tra i firmatari ci fosse Erdogan e si parlasse di “stabilità nell’intera regione” conferma che gli obiettivi erano altri. In questo scenario, l’esistenza stessa dell’autogoverno democratico del Rojava viene messa in discussione in nome di una stabilizzazione autoritaria della Siria.

Appelli e mobilitazione

Di fronte a una minaccia esistenziale, numerose organizzazioni politiche, sociali e curde in Europa e in Italia hanno lanciato appelli urgenti. Tra le richieste principali figurano:

  • la cessazione immediata dell’offensiva militare del governo siriano contro il Rojava;
  • pressioni internazionali per interrompere ogni forma di sostegno politico, finanziario e militare al governo di Ahmed al‑Sharaa;
  • l’intervento per garantire la sicurezza delle carceri e dei campi dell’ISIS, evitando una nuova espansione jihadista;
  • il riconoscimento dell’autogoverno democratico del Rojava e la discussione della situazione al Consiglio europeo e alle Nazioni Unite;
  • la rottura del silenzio mediatico e una corretta informazione sull’escalation in corso.

Difendere il Rojava significa difendere un’esperienza unica di democrazia dal basso, convivenza tra popoli, emancipazione delle donne e pluralismo religioso in Medio Oriente. Tacere oggi significa tradire il sacrificio di chi ha combattuto l’ISIS e rinunciare alla possibilità concreta di un’alternativa alla barbarie, al settarismo e all’autoritarismo nella regione.

Anna Camposampiero

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