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Milei salvato da Trump a due passi dal baratro

di Franco
Ferrari

Con il 40,59% il partito di Javier Milei, La Libertad Avanza, ha ottenuto un indubbio e in parte inaspettato successo nelle elezioni di medio termine. Il sistema istituzionale argentino, come molti in America Latina, è in parte modellato su quello degli Stati Uniti. Il Presidente della Repubblica eletto ogni quattro anni dirige l’esecutivo e a metà mandato vengono rinnovati metà della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato.
Dopo le elezioni provinciali di Buenos Aires, che avevano registrato un significativo successo dei peronisti contro la formazione di Milei e dato che la capitale rappresenta una buona fetta di elettorato, si considerava probabile la sconfitta del Presidente della Repubblica.
L’esito del voto è stato invece molto diverso dalle aspettative. La Libertad Avanza ha guadagnato 42 seggi, mentre Fuerza Patria, la coalizione guidata dal Partito Giustizialista, col 33,64% dei voti, ne ha persi 4. La terza formazione politica, denominata Province Unite, raccoglie una serie di governatori su posizioni centristi che cercano un’alternativa moderata alla contrapposizione tra l’estrema destra al potere e l’inaffondabile peronismo. Con il 6,94% e 8 deputati resta ancorata ad un ruolo marginale. All’estrema sinistra la coalizione di partiti trotskisti, uniti nel Fronte della Sinistra e dei Lavoratori – Unità con il 3,90% hanno mantenuto 3 dei seggi sottoposti a rinnovo, perdendone 1. Il resto è andato ad alcuni partiti minori di rappresentanza locale.
Gran parte dei voti guadagnati dal partito di Milei derivano dalla confluenza con l’altra formazione di destra tradizionale che fa capo all’ex presidente Mauricio Macri. La somma delle due forze politiche, nelle elezioni legislative del 2023 dava oltre il 50%. I peronisti però, perdendo 5 punti non hanno beneficiato della mancata convergenza di una parte dell’elettorato di Juntos por el Cambio che si era presentato due anni fa separatamente dal partito di estrema destra.
Gli equilibri di potere tra Presidenza e Parlamento lasciano ampio spazio di manovra al Presidente della Repubblica e Milei ne ha ampiamente abusato, ma nel vecchio Parlamento esisteva una potenziale maggioranza di blocco delle decisioni presidenziali che ora, con l’indebolimento dell’opposizione, non esiste più. Questo è il dato politico più rilevante dell’appuntamento elettorale che è stato caratterizzato da una consistenza crescita dell’astensionismo. La partecipazione al voto è scesa dal 77,01% al 67,92% e questo è solo in parte legato alla tradizionale minor mobilitazione degli elettori nelle scadenze di medio termine.
L’esito elettorale ha costituito per molti a sinistra, anche critici del peronismo, uno shock, dato che la politica di Milei, tutta finalizzata a far scendere drasticamente l’inflazione e ha ridurre il deficit statale fino al punto da creare un attivo al netto degli interessi del debito, ha avuto un impatto sociale molto negativo.
Fino a un certo punto la strategia dell’estrema destra sembrava quanto meno produrre alcuni effetti macroeconomici positivi, ma l’ancoraggio al dollaro ha portato negli ultimi mesi ad una nuova crisi. I finanziamenti, sempre condizionati, ricevuti dal Fondo Monetario Internazionale sono stati in buona parte dilapidati per mantenere la parità del peso con il dollaro. Con una brusca accelerazione della situazione l’Argentina ha cominciato ad assistere ad un aumento del cosiddetto “rischio paese”, a seguito del quale i grandi centri finanziari hanno cominciato ad allontanarsi rendendo praticamente impossibile garantire il pagamento del debito. Una situazione di fatto di quasi bancarotta che ha messo in evidenza come le ricette ultraliberiste di Milei non siano in grado di determinare un vero rilancio economico del Paese.
A questo punto il governo argentino è ricorso al sostegno, di natura dichiaratamente politica alla faccia del mercato che si autoregola, dell’Amministrazione USA. Per la destra internazionale, Milei, dopo una fase iniziale di perplessità per i suoi comportamenti al limite della patologia psichiatrica, è diventato rapidamente un punto di riferimento positivo (anche per la destra italiana).  Un esempio di come ad una impostazione economica ultraliberista si possa accompagnare un’offensiva ideologica a tutto campo nei confronti di qualsiasi idea progressista, anche moderata, di giustizia sociale. Il tutto condito da un discorso ultrareazionario contro il femminismo e i diritti civili, nonché con il negazionismo del cambiamento climatico.
Attorno a questa piattaforma, comune alla destra reazionaria e autoritaria in ascesa a livello mondiale, Milei è riuscito ad unificare due correnti di destra che in Argentina come in altri paesi si sono spesso presentate separatamente, come scrivono Sergio Daniel Morrei e Martin Alejandro Vicente in un articolo pubblicato da Hau: Journal of Etnographic Theory (“Right-wing radicalization and fusionism in contemporary Argentina”). Le due correnti che si sono ora fuse sono da un lato quella liberal-conservatrice che sostiene una prospettiva repubblicana della politica, il cosmopolitismo culturale, una visione elitaria della società e il mercantilismo in economia, dall’altro un nazionalismo reazionario che ha gradualmente sviluppato una visione autoritaria della politica, sulla base della quale promuove una cultura illiberale, anticomunista e antisemita (ma, aggiungiamo noi, filoisraeliana), una società corporativa e una economia più protezionista. Questa “fusione” avviene dentro un processo di radicalizzazione a destra con il prevalere delle tendenze più estreme.
L’intervento trumpiano, che ha garantito i dollari necessari per prevenire l’ennesimo fallimento dell’Argentina e il discredito della politica economica perseguita da Milei con un potenziale danno per tutta l’Internazionale reazionaria, ha anche pesato sull’esito elettorale. Trump ha infatti dichiarato che in caso di sconfitta di Milei alle elezioni, l’ombrello USA non si sarebbe aperto. Una parte importante dell’elettorato, soprattutto quella comunque orientata verso destra, ha preferito non rischiare gli effetti catastrofici di un fallimento dell’Argentina. Esperienza già provata negli ultimi decenni in diverse occasioni.
Tanto più che un successo dell’opposizione, data la natura presidenzialista del sistema, avrebbe potuto portare più ad un’impasse piuttosto che ad una vera svolta. Non avendo l’opposizione, anche se maggioritaria, gli strumenti per imporla.
La minaccia statunitense, apertamente proclamata, ha portato alla convergenza di tutto l’establishment economico attorno a Milei, questo però non deve far sottovalutare che l’estrema destra ha un consenso reale in settori importanti della società argentina, tra cui molti maschi giovani con una scarsa qualificazione scolastica. Un fenomeno che si ritrova in molti paesi.
Secondo quanto scrive Pedro Perucca sull’edizione latinoamericana di Jacobin “in un paese segnato dalla disuguaglianza e dalla decomposizione del lavoro formale, l’esperimento della destra è riuscito ad articolare una narrativa di rivincita nei confronti dello Stato e delle organizzazioni sociali”.
In ogni caso l’effetto della paura non avrebbe avuto la stessa efficacia se il peronismo avesse offerto un’alternativa convincente. Fin dalla sua nascita questo movimento politico è risultato un oggetto misterioso e difficilmente classificabile. È considerato il caso di maggior successo del populismo e ha contenuto al suo interno, con equilibri variabili del tempo, sia tendenze apertamente fasciste che di estrema sinistra.
Dopo la crisi del 2001-2002 che aveva travolto un presidente della Repubblica espressione di un centrosinistra antiperonista, costretto a dimettersi e a fuggire in elicottero dalla Casa Rosada, il peronismo ha riconquistato il potere con la Presidenza Menem. Eletto su una piattaforma di difesa del welfare e di rilancio dell’intervento equilibratore statale è diventato il maggior protagonista della trasformazione dell’Argentina in direzione del neoliberismo.
In un saggio del 2013, Emilia Castorina (“Crisis and recomposition in Argentina” nel volume collettivo “The New Latin American Left” curato da Jeffery R. Webber a Barry Carr) segnalava come il peronismo è riuscito ad adattarsi a congiunture differenti grazie alla natura carismatica della sua leadership e ad un elevato grado di flessibilità organizzativa che gli consentono di oscillare tra posizioni politiche di centro-destra e di centro-sinistra senza perdere la sua efficacia politica.
Con la vittoria elettorale di Nestor Kirchner e poi la successione della moglie Cristina, ha prevalso nettamente la tendenza orientata più a sinistra, ma questa è oggi fortemente contestata dall’interno. Da parte del governatore di Buenos Aires, Alex Kicillof, che è stato rieletto a settembre, sono state avanzate critiche alla formazione delle liste, che non avrebbero sufficientemente valorizzato gli amministratori locali in grado di portare voti ed anche figure esterne che ne allargassero il consenso. La componente ancora maggioritaria, guidata da Cristina Fernandez Kirchner, che si trova agli arresti domiciliari per una condanna che molti ritengono politicamente motivata, e nella quale ha un ruolo importante il figlio Maximo, alla guida del movimento giovanile La Campora, ha criticato la decisione di Kicillof di anticipare il voto provinciale rispetto alla scadenza politica. In questo modo avrebbe smobilitato una parte dell’elettorato peronista proprio laddove dispone della maggior riserva di voti.
Sul peronismo pesa ancora l’esito fallimentare, sul piano economico, dell’ultima presidenza, quella di Alberto Fernandez, piuttosto incerta e contraddittoria nelle sue scelte, che ha lasciato un paese con un’altissima inflazione e altrettanto elevati livelli di povertà. È anche per questa ragione che una parte di argentini ha dato credito a Milei sperando che, dopo una fase di austerità, avesse effettivamente la ricetta giusta per rilanciare l’economia. Finora questo non è avvenuto, ma anche il peronismo al di là del richiamo agli anni, certamente migliori, della presidenza di Nestor e Cristina non sembra delineare un efficace modello di sviluppo alternativo.
La sinistra argentina ha sempre avuto rapporti complicati con il peronismo, una relazione che è andata evolvendo nel tempo anche in relazione alle oscillazioni dello stesso movimento giustizialista. Il successo di Nestor Kirchner e il relativo spostamento a sinistra del peronismo ha portato una parte della sinistra a scegliere la strada dell’alleanza elettorale. All’interno della coalizione Fuerza Patria si sono collocati sia il Partito Comunista Argentino, di tradizione filosovietica ma che dopo il crollo dell’URSS ha cercato nuova ispirazione nelle esperienze latinoamericane ed in particolare nel chavismo, come il più piccolo Partito Comunista Argentino – Congresso Straordinario che all’inizio degli anni ’90, quando sembrava in corso un processo di disgregazione inarrestabile del comunismo argentino, ha scelto di difendere una visione più tradizionale e di sposare apertamente il kirchnerismo quale riferimento politico. Nella coalizione si ritrova anche il Partito Comunista Rivoluzionario, che fa riferimento al maoismo e, per ragioni legali, utilizza la denominazione di Partito del Lavoro e del Popolo (PTP). Il PCR può contare su una propria tendenza sindacale, la Corrente Classista e Combattiva che opera all’interno della Centrale dei Lavoratori d’Argentina (CTA) costituita in alternativa alla CGT, quest’ultima tradizionalmente guidata dai peronisti ma anche molto burocratica e che ha mantenuto buone relazioni con il governo di Milei.
La componente più visibile, come militanza e come presenza elettorale, della sinistra marxista argentina è quella trotskista. L’Argentina è uno dei pochi Stati nei quali le organizzazioni trotskiste abbiano confermato con continuità una presenza elettorale autonoma in grado di eleggere propri esponenti nel parlamento nazionale, come l’Irlanda. In alcune realtà europee hanno eletti inseriti in altre organizzazioni come La France Insoumise o la Linke.
Il trotskismo argentino è stato storicamente diviso tra tre correnti facenti capo ad altrettanti leader: J. Posadas, Nauhel Moreno e Jorge Altamira (tutti pseudonimi). Negli anni ’80, dopo la fine della dittatura si era particolarmente rafforzato il MAS morenista che si è però frammentato dopo la morte del suo fondatore nel 1987. Il Partido Obrero di Altamira ha subito una scissione promossa proprio dal suo fondatore, ciò nonostante il partito è rimasto una delle formazioni più consistenti del frammentato arcipelago trotskista. Nelle recenti elezioni il Fronte della Sinistra e dei Lavoratori – Unità (FIT-U), di cui fanno parte Partito Operaio, Partito dei Lavoratori Socialisti, Sinistra Socialista, e Movimento Socialista dei Lavoratori (ognuno affiliato ad una propria corrente internazionale) ha ottenuto il 3,90%, in leggero aumento rispetto al 3,31% del 2023, ma ha perso un seggio.
Il già citato Perucca ritiene che il limite del FIT-U, che mantiene un suo spazio elettorale ma non è riuscito ad espanderlo, è di immaginarsi sempre una imminente ribellione popolare, come se ne sono avute nel passato, in grado di battere Milei sul piano sociale, laddove non si è riusciti a sconfiggerlo elettoralmente. Ma questa strategia sottovaluta i mutamenti in corso nella società argentina e andrebbe ripensata.
Con la crisi del 2001-2002, caratterizzata dalla parola d’ordine “que se vayan todos”, si era registrata sia in Argentina che a livello internazionale la diffusione di un’interpretazione che sottolineava il protagonismo dal basso in alternativa ai partiti e alle strutture tradizionali della sinistra. Scrive in proposito Emilia Castorina che “secondo Antonio Negri ed altri, l’argentinazo era un esempio di ‘moltitudine’; una forza che nega ogni forma di rappresentazione statale e che emerge all’interno delle strutture dell’impero e del neoliberismo, un esempio delle possibilità che emergono quando lo Stato ‘svanisce’. Per Paolo Virno, la rivolta argentina era connessa alla ‘moltitudine in azione’ che si era mobilitata a Seattle e Genova in ragione della sua natura ‘antistatale’ ed ‘anti-politica’. Per tutto il 2002 la sinistra (nuova e vecchia) discuteva attivamente ed estensivamente di questo concetto e della sua rilevanza per gli obbiettivi rivoluzionari”.
Seconda Castorina le tesi che la “vecchia politica” era ormai sostituita dalla “nuova politica” dei movimenti sociali, che l’organizzazione “orizzontale” potesse sostituire le forme “verticali” e che la democrazia borghese si fosse dimostrata una “parodia” o un “guscio vuoto” si sono dimostrate tutte sbagliate alla luce dei processi avviati dalla metà del 2002.
La conclusione di Emilia Castorina, nel testo del 2013, ma largamente assumibile anche oggi è che “la corrente ideologica e alla moda di rigetto della conquista del potere statale o di conquistare il potere della rappresentanza politica generale del capitale sociale, non esprime il potere dei movimenti sociali di rovesciare il capitalismo. Al contrario, esprime l’impotenza nella capacità di farlo”.

Come ricostruire una strategia di “conquista del potere”, che sia anche contemporaneamente mutamento del potere stesso, è tema ancora irrisolto.

Franco Ferrari

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