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Maccartismo 2.0

di Stefano
Galieni

Sembra quasi di ritrovarsi quasi cinquanta anni dopo. C’era un tempo in Italia in cui la frase tremenda “Ne con lo Stato ne con le BR” divenne un atto d’accusa per chiunque la faceva propria. C’era una guerra, certamente asimmetrica, fra coloro che tentavano di mettere in atto un progetto politico fallimentare che si caricò di sangue e una risposta statuale che apparentemente difese la democrazia. In realtà in quegli anni, con l’alibi di doversi difendere dal terrorismo si determinò una serie di norme legislative repressive che schiacciarono ogni forma di movimento di contestazione non compatibile. Francesco Cossiga, che di quegli anni fu fra i maggiori e peggiori protagonisti politici, rivendicò più in avanti con serenità la scelta di disarticolare i movimenti con ogni mezzo necessario, dai provocatori che sparavano in piazza alle uccisioni di terroristi, all’approvazione di leggi che rendevano, per ogni persona semplicemente sospettata di connivenza con pratiche di violenza, il carcere un imbuto da cui era quasi impossibile uscire. L’emergenza democratica servì a giustificare anche gravi reati, morti sospette, torture, violenza selvaggia nelle piazze e intorno una condanna pressoché totale verso chiunque non condivideva le scelte dello Stato. Già allora, malgrado si dichiarasse il contrario, la guerra in atto era divenuto ostracismo verso tutto il mondo intellettuale critico che, pur condannando ogni terrorismo, chiedeva venisse garantito per tutti lo Stato di diritto. Ma porre dubbi e critiche veniva tradotto in connivenza più o meno esplicita, ne fecero le spese in tanti e allora il dissenso, comunque, aveva maggiore possibilità di espressione rispetto ad oggi.

E per una curiosa nemesi della cronaca (la parola Storia non lo merita), alcuni di coloro che allora provavano a guardare il contesto violento nel Paese con strumenti critici, tanto da farsi portatori del “né con l’uno né con l’altro”, oggi siano fra i più strenui censori di ogni voce critica di fronte alla tragedia ucraina. Doveroso quanto inutile anteporre una presa di posizione senza condizione contro l’invasione dell’esercito di Putin in Ucraina e di una empatica vicinanza solidale a profughi e sfollati. Eppure chiunque provi a ragionare di soluzione politica e diplomatica per evitare questa carneficina, senza lasciarsi andare allo spirito guerrafondaio, viene posto, spesso dagli ex incendiari del secolo scorso, nell’elenco di coloro che, ponendo problemi, finiscono con l’essere con diverse tonalità, inseriti in un elenco di proscritti di cui diffidare. Ne fanno le spese il pontefice, a cui alcuni toni sono però ancora permessi, il segretario della Cgil e il presidente dell’Anpi, di cui si sottacciono le posizioni, ma persino un autore di satira come Maurizio Crozza, colpevole di aver “comiziato” non certo per gli insulti rivolti a Putin ma per aver ricordato la diversità di posizioni assunte in passato del presidente Usa. Il presidente russo, nella cronaca di questi giorni, è divenuto un perfetto sconosciuto per i tanti leader che fino allo scorso mese si recavano a Mosca per siglare affari lucrosi. E guai a manifestare perplessità rispetto all’invio di armi in Ucraina. Chi prova a criticare questa scelta si ritrova, proprio malgrado, inserito nella lista di quelli che, sotto sotto, sono conniventi col nemico.

E nulla conta la tua storia intellettuale, il tuo impegno contro ogni tipo di guerra, nulla conta che, mentre il gotha del potere economico e politico italiano osannavano Putin, tu lo consideravi come un despota fra i despoti, uno capace di reprimere con la violenza ogni forma di dissenso. Non bisogna, per questi splendidi campioni dell’informazione, essere stati sempre contrari ad ogni tipo di regime, l’importante è oggi definire, del resto dal punto di vista storico anche impropriamente, “Putin il nuovo Hitler” e quindi considerare tutt’uno le ragioni del signor Zelenskji e quelle del popolo aggredito. Guai a chi dice che non bisogna dare armi agli ucraini – si fa anche il paragone, altrettanto improprio dei gloriosi alleati che rifornivano la Resistenza in Europa -, guai a dare ogni tipo di informazione che, sotto sotto, possa minimamente motivare, non dico giustificare, la condotta di Putin. Guai a criticare la NATO che, come tutti sanno è un club di buontemponi che da sempre ha a cuore la pace nel mondo, quella pace che spesso diviene deserto, guai a non riempire le pagine e i servizi televisivi comprovanti la ferocia (innata?) degli occupanti. E guai, soprattutto, a voler pensare realmente che occorra uno sforzo diplomatico per fermare la guerra. Chi realmente afferma questo è tacciato, in programmi di “informazione” di volere la resa del valoroso popolo ucraino. Su queste basi, lentamente ma inesorabilmente, si vanno definendo delle vere e proprie liste di proscrizione. Chi la pensa diversamente viene invitato nei salotti televisivi per essere insultato, sbeffeggiato, fatto passare, quando va bene, per un utile idiota. Negli editoriali che quotidianamente vengono sganciati come bombe dai nostri quotidiani di regime, c’è la corsa ad attaccare, ogni volta con le stesse motivazioni, chi chiede semplicemente di giungere ad una pace non umiliante per nessuno.

Lo stesso, per ora insufficiente risveglio, di un popolo pacifista, è guardato con aperta ostilità se non con fastidio. Manifestazioni come quelle di Roma o di Milano, in cui si chiedeva di fermare gli eccidi e contemporaneamente si inviavano le armi, sono state raccontate come spazi infidi in cui si aggiravano, insieme alle “anime belle”, i filoputiniani nascosti, vere e proprie quinte colonne del nemico. E si badi bene, di veri giustificazionisti dell’aggressione ce ne sono. Molti marcatamente di destra, altri che si autodefiniscono di sinistra ma che ancora confondono la peraltro fallita Urss con il nazionalismo della “Santa madre Russia”. Ma non sono questi coloro che hanno semplicemente compreso come con le armi, con l’intensificarsi del sostegno armato, magari con l’ingresso in campo della Nato, non si difendono gli interessi delle popolazioni ucraine ma si definisce una cinica carneficina per conto terzi. Ma la narrazione tossica mainstream preferisce addirittura lasciare spazio a simili arnesi che rappresentano spesso poco più che se stessi, che lasciare spazio ad altre e ad altri. L’impressione è funesta. Sembra quasi che, quando e se si uscirà fuori da questa follia armata, ci sarà una lista di uomini, donne, forze politiche e sociali, su cui resterà il marchio del sospetto, una sorta di condanna preventiva per il solo fatto di aver espresso opinioni dissenzienti. E coloro che oggi osannano, giustamente, il coraggio di Marina Ovsjannikova, la giornalista russa che ha fatto irruzione negli studi del tg di maggiore ascolto della tv nazionale con un cartello che inneggiava a fermare la guerra e a dire “fermare la guerra, basta con le menzogne”, in pochi si sono fermati a commentare quanto accaduto in seguito. La giornalista ha subito un lungo interrogatorio ed ha ricevuto una multa corrispondente a circa 250 euro. Difficilmente potrà continuare a lavorare. Quasi contemporaneamente, l’Alta corte britannica, confermava la possibilità di estradare negli Usa il giornalista australiano Julian Assange, reo di aver diffuso materiale comprovante le efferatezze compiute dai soldati statunitensi in Afghanistan ed Iraq. Assange rischia, per quanto ha rivelato di essere condannato a 175 anni di carcere, non 175 dollari, 175 anni. Eppure chi priva della libertà di informare sono solo i russi. Grottesca anche la vicenda dei giornalisti Rai che sono tornati in Italia perché l’azienda non voleva che rischiassero dopo la stretta repressiva imposta da Putin. Professionisti seri come Marc Innaro, erano stati accusati nei giorni precedenti di leggere le veline della Tass e di fare informazione di regime. I giornalisti tornati hanno denunciato di essere stati costretti a tornare dall’azienda e di non aver mai fatto i portatori delle verità del Cremlino. Ma, si diceva, informare in maniera più articolata, così come dissentire, da noi oggi equivale ad una sorta di alto tradimento. Mancano solo gli appelli all’unità della patria e poi ci siamo. La circolare con cui il 9 marzo l’esercito italiano aumentava l’allarme, limitava i congedi e rafforzava gli addestramenti al combattimento, fatta conoscere pubblicamente da Rifondazione Comunista, ha creato scompiglio e molto maldestramente si è tentato di derubricarla a normale amministrazione. Ma: una tv e dei giornali che fanno pura pornografia informativa, un parlamento che tranne lodevoli eccezioni spedisce armamenti dalla tipologia non nota, in zone di guerra, gli editoriali di proscrizione verso forze politiche, sociali e personalità che provano ad articolare un discorso, il rifiuto costante di provare a tenere conto delle fonti informative, le circolari dell’esercito, non possono che portarci a credere che l’Italia si stia avviando ad essere un paese co-belligerante, con tutti gli effetti che questo comporta. Sembra quasi che i tentativi di soluzione diplomatica siano un intralcio al dispiegarsi degli armamenti e degli eserciti, in un vortice di cui si conosce l’inizio ma di cui è impossibile prevedere la fine. Il tutto senza voler minimamente tentare di comprendere la complessità di un conflitto che nessuna giustificazione offre a Putin, ma senza la quale si accetta il dogma della guerra totale. E guai ad informare, guai a porsi dei dubbi, ci si chiede di mettere l’elmetto, per ora metaforico. Incuranti del fatto che ogni ora che passa il numero delle vittime innocenti è destinato ad aumentare. Ma, in chiusura, a coloro che rifiutano di arruolarsi, soprattutto nel campo della Nato, viene da domandare: ma dei 370 mila morti nella guerra in Yemen dove la “rinascimentale” Arabia Saudita sta compiendo, da anni le scelleratezze che oggi scopriamo nell’occupante russo; degli 11 milioni di profughi siriani costretti a scappare da una guerra civile scoppiata il 15 marzo di 11 anni fa e di cui Usa e Russia sono egualmente responsabili; delle vittime e dei profughi respinti dalla Libia, dal Corno D’Africa, dall’Afghanistan; beh di questi non importa nulla a nessuno? Nessuno degli editorialisti da combattimento è pronto ad indossare la mimetica per difendere quelle donne e quei bambini? No perché non sono europei? Perché non interessano lo scacchiere geopolitico europeo? Perché in fondo possono anche crepare? Questi crimini non sembrano poter esistere e chi li denuncia rischia, suo malgrado o di finire nel girone delle “anime belle” (coloro che non capiscono) o in quello di coloro che non vogliono schierarsi contro Putin. Per fortuna chi scende in piazza smentisce quotidianamente questa infame menzogna,

Stefano Galieni

il 22 Marzo giornata mondiale dell’acqua
Anche l’informazione piange

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