L'operaio (Giovanni) massa: vignetta di Gasparazzo

L’operaio (Giovanni) massa

di Loris
Campetti

di Loris Campetti – Sembrava che non dovessero finire mai gli “anni duri”, iniziati molto presto dopo la sconfitta del nazifascismo, e la cacciata dei comunisti dal governo fu accompagnata dalla cacciata degli operai della Fiom dalle fabbriche. Le tute blu salvate dall’epurazione finirono nei reparti confino, le famigerate OSR, acronimo che per Valletta e la Fiat stava per Officine Sussidiarie Ricambi, per gli operai invece Officine Stella Rossa.

Quel regime autoritario che militarizzava il lavoro durò a lungo, per tutti gli anni Cinquanta e ancora fino alla seconda metà del decennio successivo. Quando finalmente esplose, la rivolta operaia prese tutti di contropiede. Tutti, tranne i lavoratori più anziani che per anni avevano lavorato clandestinamente a ricostruire una cultura operaia, mettendo insieme un mattone dopo l’altro, nell’isolamento quasi generale (“Il primo sciopero che ricordo – racconta in Operaio in mare aperto Gianni Usai , Meccaniche di Mirafiori – risale al 1966, ma aderimmo solo in 6 su 1.200. Fuori dallo stabilimento furono mandati i poliziotti del famigerato 5° Celere di Padova. Si sfogarono a manganellate contro noi operai ai picchetti, poco più di quattro gatti. Gli unici a poter fare apertamente attività sindacale erano quelli del Sida, l’organizzazione filopadronale inventata e foraggiata dalla Fiat”). Qualche piccolo segnale in vita nel ’68 e, infine, la primavera. “Nella primavera del ’69 – continua Usai – partirono i primi scioperi proprio alle officine ausiliarie. Chiedevamo l’eliminazione degli aumenti al merito sostenendo che bisognava, al contrario, ridurre le sperequazioni cresciute in fabbrica, portando avanti chi aveva le paghe più basse. Eravamo riusciti a coinvolgere i nostri compagni di lavoro prima ancora dei membri delle commissioni interne, ossificati, non scelti dai lavoratori ma nominati dalle organizzazioni sindacali. Poi lo sciopero delle ausiliarie si estese alle officine 31, 32 e 33 della Meccanica 2. Ricordo il capofficina, cavalier Armandi, quasi in lacrime. Uno dei momenti più esaltanti fu quando, dopo l’estate, cadde il muro che separava  i vari settori di Mirafiori, un muro impenetrabile, alzato per impedire il contatto, l’incontro tra storie e culture diverse: un corteo delle Meccaniche si incontrò con quello, gigantesco, proveniente dalle Carrozzerie, sotto il tunnel dove passavano i nastri trasportatori che portavano le parti delle vetture all’assemblaggio finale.

Era un corteo più rumoroso del nostro, assordante, fatto dagli operai più sfruttati alla catena e dunque più incazzati, i famosi ‘operai massa’. Noi avevamo un’altra storia, un diverso linguaggio e sistemi diversi per costruire l’egemonia in officina. Ma ci siamo mescolati, stava iniziando l’autunno caldo”. I meccanici, soprattutto operai professionalizzati, piemontesi, con una cultura politica ereditata in famiglia oppure costruita nel rapporto con i vecchi quadri comunisti, quelli che clandestinamente avevano tenuto accesa una fiammella negli anni duri. E i carrozzieri, soprattutto immigrati passati attraverso le umiliazione del “non si affitta ai meridionali”. I primi più vicini al Pci, i secondi più sensibili alle parole d’ordine della nuova sinistra e di Lotta continua. Senza semplificazione: a chi esaltava l’operaio massa dimenticando la resistenza negli anni duri, un vecchio sindacalista della Fiom, Gianni Marchetto, rispondeva impietoso: “Di operaio massa ne ho conosciuto solo uno, Massa Giovanni”. L’intreccio sotto quel tunnel segnò l’inizio dell’autunno caldo, cento fiori si dischiusero. La rabbia operaia aveva sponde nella politica, rappresentanza politica nelle sinistre, rispetto generale. Anche chi storceva il naso di fronte alla rivolta studentesca iniziata un anno prima guardava con rispetto la protesta operaia. Certo, i padroni erano furiosi e la nobiltà scandalizzata (“Sapesse contessa/ all’industria di Aldo…”), ma i bambini erano orgogliosi di dire ai compagni “mio padre è operaio a Mirafiori”. E il ministro democristiano Donat Cattin aveva costretto la Confindustria a firmare il contratto del ’69, schierandosi con il lavoro e non con il capitale. Un anno dopo ecco lo Statuto dei lavoratori, votato da tutte le forze dell’arco costituzionale con la sola astensione del Pci che ne chiedeva l’estensione anche a chi lavorava in aziende con meno di 15 dipendenti. E c’era l’Flm, sindacato dei metalmeccanici nato dall’unità operaia costruita dal basso e non da un accordo di vertice tra Cgil, Cisl e Uil, le confederazioni che sopportarono la lesa maestà per poco più di un decennio, quando la primavera cominciò a lasciare il posto all’autunno operaio, quando dopo la sconfitta alla Fiat fu decretata per decreto sindacale la fine del delegato unitario eletto da tutti i lavoratori su scheda bianca. In quel decennio, con le lotte e il potere operaio crebbe anche la sinistra politica che aveva, ancora, le tute blu come azionista di riferimento. Fino ai 35 giorni ai cancelli di Mirafiori quando Enrico Berlinguer si schierò con gli operai e dichiarò la disponibilità del Pci anche in caso di occupazione. Dichiarazione che segnò l’inizio di una svolta radicale, e l’emarginazione di Berlinguer da parte del gruppo dirigente comunista.

Oggi il figlio dell’operaio si vergogna di dire il mestiere del babbo. Oggi il lavoro è scomparso dalle agende della politica e della sinistra in particolare, al punto che essa viene identificata, da chi per vivere ha bisogno di lavorare, il nemico principale: peggio Renzi di Berlusconi, urlano, il Pd è percepito come il partito della riforma Fornero, del jobs act, della cancellazione dell’art. 18, del liberismo, della precarietà, dei consumatori contrapposti ai lavoratori, dei Parioli e non di Tor Bella Monica, della Crocetta e non di Mirafiori sud, sensibile alle élite e non al popolo. Vitamine e proteine per il populismo. Ci vorrebbero non un articolo ma dieci libri per raccontare cos’è successo nei 50 anni che ci separano dall’autunno caldo. La solitudine produce dolore, ma anche guasti. Culturali. Se è comprensibile (e logico) il divorzio tra lavoratori e una sinistra fedifraga, più inquietante è l’egemonia culturale della destra che sta infilandosi come un cuneo in quella che fu la base sociale della sinistra. Se privati di rispetto e di futuro non si crede più nella possibilità di cambiare la propria vita, il proprio lavoro e il mondo con la lotta comune, del basso verso l’alto, la lotta di classe da verticale diventa orizzontale e il nemico non è più l’amministratore delegato che guadagna 500 o 1000 volte più di te ma l’operaio del Bangladesh o della Nigeria arruolato sfruttato e mortificato dal caporale che guadagna la metà.

Da dove ripartire, come ricostruire un pensiero critico, come ridare dignità alle vecchie e nuove figure del lavoro? Come ricostruire una condivisione sentimentale con gli sfruttati, i precari, i migranti, gli ultimi e i penultimi? Difficile per chi scrive immaginare una rigenerazione della sinistra esistente in tutte le sue forme e tra tutti i suoi residui. O riparte dal basso un conflitto di classe, o avremo troppo tempo per leccarci le ferite. Un sogno? In fondo, il biennio rosso (quello degli studenti e degli operai, non quello di Gramsci) esplose inaspettato, con l’eccezione di pochi intellettuali, cantautori, gruppi musicali capaci di leggere i segnali di fumo che si levavano da una società stanca di inchinarsi davanti al potere. Potemmo, vorremmo, essere stupiti e tornare a cantare “E’ la pioggia che va…”.

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