Con la scomparsa di Jürgen Habermas (1929–2026), il mondo ha perso più di un semplice filosofo. La sua dedizione al dibattito democratico e al capitalismo regolamentato e basato sullo stato sociale lo ha reso la vera e propria personificazione dell’immagine che la Repubblica Federale di Germania aveva di sé.
Il 14 marzo 2026, Jürgen Habermas si è spento nella sua casa dove viveva da tempo a Starnberg, in Germania, all’età di 96 anni. Nato a Düsseldorf il 18 giugno 1929 e cresciuto a Gummersbach in una famiglia con legami con il regime nazista, apparteneva alla generazione che ha assistito alla caduta del nazionalsocialismo, ha vissuto la liberazione della Germania ed è stata successivamente costretta a sopportare l’opprimente atmosfera della ricostruzione postbellica: la mancanza di responsabilità, il silenzio sui crimini nazisti e la persistenza di atteggiamenti autoritari sotto un formale impegno democratico.
In particolare, la destra si riferiva alla sua generazione come alla “generazione Flakhelfer “, richiamando la forza ausiliaria antiaerea in cui molti ragazzi e giovani tedeschi erano stati arruolati. Quella generazione era ampiamente considerata il prodotto degli sforzi di rieducazione attuati dall’occupazione americana. Habermas non interpretò questa affermazione come un’accusa, bensì ne comprese l’implicazione reazionaria, ovvero che lui, come altri della sua generazione, era stato sottoposto a un lavaggio del cervello antinazionale da parte dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, attribuiva grande valore ai legami della Germania Ovest con l’Occidente, all’impegno per la deliberazione democratica e al pragmatismo americano di Charles Sanders Peirce, George Herbert Mead o John Dewey, i cui libri furono di fondamentale importanza per la sua comprensione della democrazia e della sfera pubblica.
Dopo aver lasciato Bonn, dove aveva conseguito il dottorato con una dissertazione su Schelling sotto la supervisione di Erich Rothacker, che aveva gareggiato con Martin Heidegger per la carica di Ministro della Scienza sotto Hitler, Habermas arrivò negli anni Cinquanta all’Istituto per la Ricerca Sociale diretto dagli esuli ebrei di sinistra Max Horkheimer e Theodor W. Adorno per familiarizzare con la ricerca sociale empirica. Contribuì agli studi dell’Istituto sul potenziale politico degli studenti con saggi in cui cominciavano già a delinearsi gli argomenti che sarebbero poi confluiti nelle sue teorie.
Questa costellazione teorico-politica avrebbe plasmato il suo pensiero e la sua politica come intellettuale. Si muoveva tra il circolo della teoria critica di Francoforte e quello più conservatore di Rothacker, Hans-Georg Gadamer e Reinhart Koselleck a Heidelberg. La loro rivista, Archiv für Begriffsgeschichte, era orientata a far rivivere la tradizione ottocentesca della storia intellettuale (Geistesgeschichte) e dell’ermeneutica, conducendo ricerche sulla sfera pubblica nella tradizione di Carl Schmitt.
Fu in questo contesto che emerse lo studio critico di Habermas sulla trasformazione strutturale della sfera pubblica. Per riserve politiche, Horkheimer si rifiutò di concedere ad Habermas l’abilitazione , prerequisito per ottenere una cattedra nel sistema universitario tedesco: a suo avviso, Habermas era troppo fortemente orientato verso il Vormärz, il periodo storico precedente la rivoluzione del 1848. L’abilitazione fu quindi conferita dallo studioso marxista Wolfgang Abendroth a Marburgo. Habermas fu successivamente nominato professore di filosofia a Heidelberg nel 1961. Solo pochi anni dopo, nel 1964, tornò all’Università di Francoforte come successore di Horkheimer, dove insegnò non solo filosofia ma anche sociologia presso il seminario dell’Istituto di ricerca sociale.
Contro una modernità divisa
Politicamente, Habermas era vicino al movimento pacifista e alla Lega studentesca socialista tedesca (SDS), che continuò a sostenere anche dopo che il Partito socialdemocratico approvò una risoluzione che vietava la doppia iscrizione alle due organizzazioni. Rimase un fedele alleato del movimento studentesco di protesta nella sua fase iniziale. Anche per questa sua posizione politica, fu considerato, insieme ad Adorno e Horkheimer, uno dei mentori intellettuali del movimento studentesco e un rappresentante di spicco della teoria critica.
Sensibilizzare l’opinione pubblica, avviare dibattiti e politicizzare le questioni divenne il metro di giudizio fondamentale per un’intera generazione di tedeschi occidentali che si opposero alle pratiche manipolative del gruppo mediatico di destra Axel Springer e dell’industria culturale, sperando invece, attraverso quello che Habermas definì l’esercizio della “forza non coercitiva del miglior argomento”, di educare, scuotere dialogicamente istituzioni fossilizzate, cambiare atteggiamenti e mentalità e, in definitiva, instaurare relazioni libere dal dominio.
Habermas sviluppò i fondamenti della sua particolare interpretazione della teoria sociale critica e della filosofia pratica all’interno di un ampio programma di ricerca, a partire dal suo trattato sulla sfera pubblica e dalle due raccolte di saggi “Teoria e pratica” e “Conoscenza e interessi umani “, dal suo impegno con la “svolta linguistica”, l’interazionismo simbolico e la sociologia interpretativa, e dal suo approccio spesso singolare a Marx, Weber, Durkheim e alla teoria dei sistemi.
Gran parte del suo lavoro si concentra su quella che lui definiva “modernità divisa”, la quale, secondo la sua analisi, si manifesta nella società borghese attuale quando l’efficienza dei processi funzionali e sistemici si sviluppa in modo unilaterale, trascurando le questioni pratiche relative a come la società desidera e dovrebbe vivere. In tal modo, Habermas ha evidenziato le continuità che si estendono dal nazismo, passando per l’istituzionalismo di Arnold Gehlen e Hans Freyer, il conservatorismo tecnocratico di ex sostenitori del nazismo come Helmut Schelsky, fino alla teoria dei sistemi di Niklas Luhmann.
Egli criticò la pratica borghese complementare di generare artificialmente significato attraverso richiami alla tradizione storica, alla nazione, alla famiglia e alla comunità, come perseguito da autori quali Hermann Lübbe, Odo Marquard o Ernst-Wolfgang Böckenförde, i quali lamentavano l’erosione dell’etica tradizionale. Non respinse categoricamente nessuna di queste posizioni critiche nei confronti della modernità, ma praticò piuttosto una “critica redentrice” volta a integrare questi teoremi in una teoria critica sviluppata in linea con i tempi che cambiano.
Sulla scia dell’esperienza del nazismo, la teoria critica avrebbe dovuto contribuire a una comprensione della filosofia e della scienza che insistesse sul fatto che queste discipline non dovessero essere né di parte né attiviste (“Filosofia tedesca”, “Fisica tedesca”). Tuttavia, non dovevano nemmeno essere neutrali dal punto di vista valoriale e limitarsi a soluzioni meramente tecniche, partecipare a esperimenti pseudoscientifici sull’uomo o coltivare un atteggiamento distaccato nei confronti della democrazia.
L’opera di Habermas fu plasmata dalla ricerca di una conciliazione e di un superamento di queste esigenze contrastanti. Come dimostra la sua opera principale, “La teoria dell’azione comunicativa”, egli trovò una soluzione nella connessione intrinseca tra la sfera pubblica e i processi comunicativi della comunità naturale di parlanti. Qui, nel mondo vitale, la razionalità funzionale autonoma dell’azione nel sistema economico e l’azione strategica nel sistema politico-amministrativo dovevano essere continuamente riancorate all’unità di un’azione comunicativa complessiva.
Per un capitalismo democratico
Habermas è ampiamente considerato un rappresentante della seconda generazione della teoria critica ed era amico di Adorno, Herbert Marcuse e Leo Löwenthal. Ciononostante, dimostrò scarso interesse a proseguire il pensiero della Scuola di Francoforte, come dimostra il suo trasferimento nel 1971 dall’Università di Francoforte all’Istituto Max Planck di Starnberg. Ritenendo la Scuola di Francoforte superata alla luce dei cambiamenti sociali in atto, passò da un paradigma marxista incentrato sulla teoria dei valori e sul lavoro sociale al paradigma dell’intersoggettività mediata dalla comunicazione come modalità di socializzazione.
In questo modo, sviluppò una propria forma di teoria critica e, nei ripetuti tentativi di stabilire un fondamento discorsivo-etico per le norme morali, rivitalizzò una forma di filosofia morale orientata verso il kantismo. La sua concezione di democrazia è procedurale: all’interno delle procedure, le procedure stesse, le questioni all’ordine del giorno e gli attori diventano oggetto di una ricerca argomentativa di soluzioni universalistiche. Queste procedure si stabilizzano nella corrispondente mentalità del patriottismo costituzionale.
Ciò detto, la sua proposta di una teoria deliberativa della democrazia non era meramente orientata al consenso. Habermas stesso era combattivo, e partecipò o intervenne in numerosi dibattiti pubblici che plasmarono in modo decisivo l’autopercezione della Repubblica Federale. La sua teoria conosceva altrettanto bene il conflitto. Ai suoi occhi, infatti, il sistema politico, derivante dal mondo vitale, doveva essere pubblicamente assediato attraverso argomentazioni, proteste e atti di disobbedienza civile al fine di limitare – mediante una continua correzione democratica – le conseguenze disfunzionali del sistema economico capitalista e le conseguenze colonizzatrici dello stato sociale, vale a dire il consumismo e la burocratizzazione.
Laddove individuava tendenze intellettuali che, a suo avviso, minacciavano le conquiste normative e l’universalismo, egli si poneva come giudice a difesa dei confini della ragione, tracciando limiti decisivi e spesso ostili ed esagerati, in particolare nella sua critica alla sinistra, ai movimenti sociali, ai post-strutturalisti, nonché ai giovani e ai neoconservatori. Basandosi su norme morali universaliste, che considerava intrinsecamente legate a rapporti di comprensione, la sua teoria coltivava una sorta di posizione apartitica e giudicante, volta a difendere le conquiste del capitalismo democratico dello stato sociale.
A suo avviso, una costituzione europea avrebbe elevato il capitalismo a una fase evolutiva successiva e frenato le tendenze autoritarie che si erano ripetutamente manifestate in Germania a partire dal XIX secolo. Il fatto che il difensore dell’Unione Europea contro le tendenze di destra in Francia fosse Macron, che Habermas appoggiava pubblicamente – un politico che aveva attuato politiche neoliberiste e represso con brutalità il movimento di protesta dei Gilet Gialli – era indicativo di un fallimento che lo stesso Habermas fu costretto a riconoscere nei suoi ultimi scritti.
I limiti dell’universalismo di Habermas
La teoria di Habermas si è rivelata obsoleta già nel 1982, anno di pubblicazione della sua opera principale, un tentativo di dimostrare che lo stato sociale rappresentava l’apice dell’evoluzione sociale in quanto l’azione comunicativa stessa assumeva la forma universale di una società democratica. Mancava dell’apparato concettuale necessario per comprendere i processi materiali e valoriali del capitalismo, il lavoro sociale, le dinamiche delle crisi economiche ed ecologiche, i cambiamenti nei rapporti di genere e l’esperienza di una società plasmata dalle migrazioni.
Fu proprio l’universalismo dell’azione comunicativa – istituzionalizzato nello stato sociale capitalista – a rappresentare un limite in tal senso. La teoria di Habermas rappresentava l’Occidente: egli incorporò le obiezioni femministe o postcoloniali solo nella misura in cui le norme universaliste potevano essere ritrovate nelle proteste del movimento femminista o nelle tradizioni degli stessi popoli colonizzati. Habermas tentò di incorporare retroattivamente nella sua teoria rivendicazioni emancipatorie che non aveva originariamente considerato, al fine di respingerle ripetutamente in chiave universalista. La sua era sempre meno una teoria della società e sempre più un impegno morale e filosofico volto a giustificare continuamente le norme universaliste in modo più efficace.
La sua teoria si era dimostrata fin troppo efficace nel suo passaggio da una teoria del capitalismo a una teoria della modernità, abbandonando troppi principi della teoria critica e marxista. Era troppo ben congegnata per essere suscettibile di correzioni. In definitiva, la sua teoria rappresentava anche una variante della fine della storia, non in senso empirico, ovviamente, ma in senso normativo. Non era interessata a superare i rapporti capitalistici, bensì all’instaurazione di una modernità piena: ovvero, allo sviluppo di discorsi pratici in grado di guidare i sistemi funzionali in modo da preservare l’autonomia ed evitare danni al mondo vitale.
L’universalismo di Habermas e il suo interesse per la storia tedesca lo portarono ad assumere posizioni bellicose discutibili. Si dimostrò un moderatore riguardo al sostegno militare all’Ucraina, pur rimanendo in silenzio sui crimini di guerra israeliani a Gaza. Questo atteggiamento si rivelò relativamente irrilevante per il suo successo internazionale a partire dagli anni ’90. Egli sosteneva una teoria critica che puntava sull’azione politica e sulla democrazia, promettendo agli intellettuali desiderosi di modernizzazione un legame con la modernità, con lo sviluppo industriale e con una società civile democratica.
Habermas fu un insegnante accademico di grande spessore: severo, esigente, ma al contempo stimolante e attento. Possedeva un’incredibile capacità di individuare e ricostruire rapidamente le argomentazioni. Per decenni, la Repubblica Federale Tedesca si rifletté nel suo amore per la discussione e il dibattito. Simboleggiò sia gli aspetti conservatori che quelli progressisti della Germania del dopoguerra. Incarnò, sia nella sua teoria, sia nelle sue pubblicazioni per testate come Suhrkamp Verlag o Die Zeit, sia nella sua stessa persona, il compromesso liberal-progressista, di welfare state e democratico della Germania Ovest.
È dunque appropriato che sia stato onorato, il più delle volte, come il filosofo della Repubblica Federale Tedesca. È singolare e straordinario che una società si definisca in modo così completo attraverso il pensiero di una singola persona. In questo senso, con la morte di Jürgen Habermas, non è scomparso solo un individuo o un filosofo, ma è giunta al termine una figura storica fondamentale per la comprensione che questa società ha di sé.
Alex Demirović
(Originariamente pubblicato in tedesco su jacobin.de e poi in inglese su transform!Europe)