Tradurre dall’arabo all’italiano, come da alte lingue, non è facile. Si rischia di perdere le sfumature, il senso profondo, la volontà di trasmettere a chi non ti capisce, cosa intendi dire. La parola intifada, entrata nel lessico comune quasi 40 anni fa, ha molte facce. Siamo obbligati a sceglierne una e, arbitrariamente accettiamo quella che è d di case, l’espansione dei settlement (insediamenti) di coloni armati che, giorno dopo giorno, si appropriavano illegalmente di tutto, dalle falde acquifere alle terre più fertili, il tutto con una propaganda che irradiava l’intero occidente, “trasformeremo il deserto in un eden”. Ovviamente un paradiso riservato ad un “popolo eletto” non certo ai palestinesi – anche questo termine era impronunciabile – destinati al massimo a fungere da servi. La stessa Organizzazione per la Liberazione della Palestina (di seguito OLP), aveva tutti i suoi vertici in esilio, i conflitti interni avevano già portato alla fuoriuscita di gruppi, soprattutto nei campi profughi in Libano, Siria e Giordania, che non riconoscevano più l’autorità di Arafat e le cui azioni erano spesso sostenute da governi o forze politiche presenti nei Paesi in cui si erano formate e che tentavano di orientarne l’attività per ragioni che poco avevano a che fare con la liberazione della Palestina.
Ed è in tale contesto che scoppia la scintilla, l’8 dicembre 1987. Un colono di Gaza, identificato come Herzel Boukiza lanciò la propria auto contro dei lavoratori palestinesi che tornavano a casa attraverso il check-point di Erez/Beit Hanoun tra Israele e Gaza. Si perché allora – storia dimenticata – la Striscia era sotto occupazione, una parte consistente dei suoi abitanti palestinesi viveva ancora nei campi profughi allestiti nel 1948 e, per dare l’idea, 1,5 milioni di persone avevano a disposizione meno del 30% dell’acqua potabile disponibile mentre del resto beneficiavano poche migliaia di coloni e di militari. Per entrare e /o uscire, si passava attraverso check – point come quello citato, tempi, modalità, riuscita dell’attraversamento erano affidati alla discrezionalità dei militari israeliani. Beh in quello che venne poi considerato un banale incidente stradale, persero la vita 4 lavoratori, provenienti per lo più dal campo profughi di Jabalya. Il giorno successivo, dopo i funerali, in tante e tanti scesero in piazza, nei pressi del campo per protestare contro quello che era un attacco premeditato. Chi manifestava la propria rabbia, avendo di fronte uno degli eserciti più potenti e meglio armati del pianeta, rispose col lancio di pietre.
Hatem al-Sisi non era un capo, aveva 17 anni, al lancio di un sasso i soldati risposero crivellandolo di proiettili. Fu il primo di una lunga scia di sangue. Gli stessi dirigenti rimasti nei Territori Occupati, mentre discutevano sul da farsi, videro la rivolta estendersi dal campo di Jabalya a tutta Gaza e immediatamente anche in Cisgiordania, come a Gerusalemme Est. Ramallah, Nablus, Tulkarem, Jericho, Betlemme e tutti i villaggi circostanti, divennero luoghi di scontro, si alzarono barricate per fermare l’accesso dei blindati dell’esercito israeliano. All’inizio si riuscì a prendere il controllo di molti quartieri, le persone, soprattutto giovani, quasi totalmente disarmati, si difesero con il solo strumento a disposizione, le pietre. Ma non solo: i commercianti, anche nei luoghi santi che vivevano di turismo, abbassarono le proprie saracinesche e chiusero ogni attività, al punto che, per almeno 4 anni, ci si poteva rifornire per mangiare o per gli altri generi di necessità, trovarono i negozi aperti per pochissime ore al giorno mentre chi lavorava, spesso come operaio, in Israele, scelse di abbandonare il proprio posto, rinunciando anche al proprio salario.
Chi scrive ha attraversato più volte quell’esperienza e ne conserva un ricordo incancellabile. Venne applicato quasi un manuale della repressione. Mediante l’esercito il governo di Tel Aviv, dispose la chiusura delle scuole e delle università. La prima a cadere fu quella di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, detta “la rossa” e poi tutti quegli istituti che divenivano spazi di aggregazione giovanile di rivoltosi. Con il pretesto della sicurezza vennero meglio armati e più garantiti nella loro impunità i coloni, ci furono omicidi ed arresti mirati, bastava un non nulla perché villaggi o città finissero sotto coprifuoco, con le vie di comunicazione bloccate e la vita interrotta. Fra i primi ad essere presi e poi mandati in esilio, in Giordania, ci fu Marwan Barghouti che già allora, nonostante la giovane età, era considerato il punto di riferimento unificante. Quella che si sviluppò fu una resistenza pragmatica, basata su quegli che erano gli strumenti a disposizione e i rapporti di forza in essere. Nacquero Comitati popolari unificati anche nei più piccoli villaggi, si tentò di garantire attraverso vere e proprie scuole clandestine, l’istruzione soprattutto ai più piccoli, si riuscì ad interloquire con quelle forze progressiste occidentali che scelsero subito da che parte stare. E allora c’era anche una componente non indifferente della società israeliana che passava da un dichiarato antisionismo al rifiuto di continuare a vivere e a veder crescere le nuove generazioni in un clima di guerra. Intellettuali, ragazzi che si rifiutarono di prestare il servizio militare obbligatorio, avvocati che difendevano detenuti – sarebbe più corretto definirli ostaggi – nelle galere israeliane, sovente senza processo e grazie a leggi che permettevano la detenzione amministrativa.
Questi cittadini e cittadine dello Stato di Israele erano considerati, dai governi che si sono succeduti, i più pericolosi nemici del Paese. Un piccolo gruppo di giornalisti comunisti realizzò un periodico scritto in arabo e in ebraico, per rompere una divisione spacciata per religiosa, rivelando le reali contrapposizioni fra sfruttati e sfruttatori. Il periodico venne chiuso, i giornalisti palestinesi vennero rinchiusi per 1 anno e mezzo nel famigerato carcere di Ansar 3 nel deserto del Negev. Quelli israeliani vennero condannati al doppio della pena.
Ma già da allora una divisione razzista, colonialista, fondata su paura, rifiuto, volontà di dominio, aveva preso piede, soprattutto, ma non solo, in Israele. Il servizio militare obbligatorio, per 3 anni, che riguarda uomini e donne, ha permesso a generazioni di cittadini israeliani di considerarsi al di sopra delle parti in quanto portatori di armi e di divisa. I mutamenti si avvertivano in maniera sempre più forte: le Donne in nero, che manifestavano in difesa dei detenuti palestinesi, venivano insultate con attacchi sessisti e carichi di minacce, nel mercato di Gerusalemme ovest si vedevano esposte tranquillamente t shirt recanti in inglese la scritta “spara ad una donna incinta così ne ammazzi due” e l’immagine di una figura femminile palestinese. Non erano eccezioni, poi ci di domanda come mai, oggi si sentono “amici di Israele” rispondere alle domande sugli eccidi a Gaza di minore con la frase agghiacciante “definisci bambino”. La popolazione israeliana è scivolata lentamente ma in maniera inesorabile definendosi sempre più come l’esaltazione del progetto coloniale sionista che non doveva incontrare alcun ostacolo. E ancora, si immagini il campo di Jabalya, come era almeno nel 1989. Non c’era impianto fognario e le acque reflue che finivano in un’immensa pozzanghera poco fuori dalle baracche di fortuna. E si immagini come divertimento supremo dei militari israeliani quello del catturare adolescenti, anche bambini, che tiravano pietre e lanciarli dentro quella pozza maleodorante allo scopo di togliere ogni briciolo di dignità. Con quanta rabbia in corpo si è cresciuti se si è passati o si è assistito a scene del genere?
Ma l’azione repressiva israeliana ha agito su diversi livelli. Era divenuto obiettivo quello di indebolire l’OLP in cui allora, le forze di sinistra rivestivano un certo peso e che proponevano un percorso di pace basato su democrazia e laicità. In contemporanea, mentre si colpivano queste forze, giungevano risorse sia direttamente da Israele, sia da alcuni Paesi arabi che solo la pochezza europea definisce “moderati” con cui si finanziavano le moschee. Le madrase divenivano gli unici luoghi di formazione per i ragazzi e le ragazze palestinesi, un mondo cresciuto con una profonda cultura laica veniva annientato per essere sostituito dall’affermazione del ritorno ad una società tradizionale, oscurantista e fortemente patriarcale. Una mutazione in cui lentamente scivolavano entrambe le società, ovvio con responsabilità radicalmente diverse.
Nonostante l’immensa resistenza, prevalentemente non violenta, pagata col sangue di tanti la repressione fece il suo corso. Esili, carcere duro, pestaggi e uccisioni. Il tentativo di realizzare un sistema scolastico informale non riuscì a reggere, spesso ad essere arrestati erano gli insegnanti, la struttura economica crollò mentre l’espansionismo sionista cresceva. Anche l’economia israeliana pagò duramente gli anni dell’intifada: crollo del turismo, crisi nei rapporti con i Paesi vicini, questo mentre l’OLP, il cui vertice era in esilio a Tunisi, riacquistava ruolo e lanciava proposte per una soluzione del conflitto. “La prima priorità delle forze di sicurezza è di prevenire manifestazioni violente con forza, potere e botte … Faremo capire chi manda avanti i territori” rispose all’inizio Yitzhak Rabin, primo ministro e futuro Premio Nobel per la Pace e così fu. Per comprendere oggi basti ricordare che Rabin, un militare, ottenne il Nobel insieme al presidente Yasser Arafat e che forse, anche in virtù di questo, venne assassinato da un fondamentalista israeliano come quelli che oggi dominano il governo Netanyahu.
Nonostante le tante manifestazioni di solidarietà internazionale, si ricordi Time for Peace, il 29 dicembre 1989, la frustrazione si andava accumulando in Palestina nonostante fosse accresciuto il senso del riconoscimento di un’identità nazionale. Pochi mesi prima, ad inizio luglio, c’era stato il primo attentato suicida dentro i confini di Israele: sull’autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme, all’altezza di Kiryat Yearim, l’autobus 405 fu deviato e fatto precipitare in un dirupo. 16 furono le vittime. La sommossa iniziata alla fine del 1987 aveva acceso i riflettori su un conflitto dimenticato ma non aveva ottenuto alcun risultato. Sorsero anche problemi interni all’OLP, ci furono critiche roventi al notabilato più moderato e vennero uccise svariate persone accusate di collaborazionismo con l’occupante. A quel punto non restò altro da fare che trattare, sapendo di avere un potere contrattuale minimo. Gli Accordi di Oslo, del 1993, attraverso cui di fatto si facevano ulteriori concessioni ad Israele in cambio di pochi poteri nelle città palestinesi, che Tel Aviv non definì mai con questo appellativo. Accordi che avrebbero dovuto portare ad uno Stato di Palestina, limitato e polverizzato ma non considerato possibile nemmeno in queste condizioni. E, venendo ad oggi, pensando alle tante donne e ai tanti uomini che hanno perso la vita, che sono stati costretti all’esilio, al carcere, ma che non hanno mai rinunciato alla propria dignità, diventa inevitabile ripartire da un nome,
Marwan Barghouti. La sua liberazione è vista con timore. Un uomo integro ma capace di proporre il dialogo, rimetterebbe, circondandosi di figure altrettanto autorevoli, in gran parte tuttora detenute, in discussione l’idea stessa di trovare una soluzione non coloniale e senza alcuna forma di sottomissione. La prima intifada, quella delle pietre contro i tank, è una storia piene di persone come lui, cresciute con l’idea che il futuro non sia segnato da un’eterna sconfitta, e pazienti al punto da sopportare ogni sofferenza in nome di un domani. Ma dipende anche da quanto accade nel resto del pianeta. Si resta in silenzio o si rialza la voce?
Stefano Galieni
