Il voto in Sardegna e il progetto della sinistra sarda

di Alessandro Tedde-

Piccola premessa

I compagni di Transform mi hanno chiesto un’analisi del voto in Sardegna. Poiché tanto, forse tutto, è stato già detto, ho deciso di dedicare parte dello spazio ad un’analisi del pre e del post voto. I compagni mi scuseranno per la lunghezza.

Prima di iniziare, voglio chiarire che nelle mie considerazioni non trovano spazio sentimenti quali il rancore o la rassegnazione, piuttosto la volontà di sentirmi libero di esprimere un’opinione senza remore e di farlo con un certo realismo politico. Chi vorrà, argomentando, potrà smentirmi e contraddirmi: sappia, fin da ora, che io gliene sarò anzi grato.

  1. Tertium non datur: nessuno spazio per terzi (o quarti) poli elettoralistici

L’odierna vittoria del centrodestra “sardista” affonda le sue radici nel fallimento del “grande e addirittura epocale progetto di cambiamento istituzionale, politico ed economico della Sardegna” della XIII legislatura, in cui al centrosinistra ed al suo “leader di allora, Renato Soru, “era stato assegnato dagli elettori il compito di risollevare le sorti della Regione dopo la disastrosa esperienza del centrodestra dal 1999 al 2004 e di disegnare un nuovo modello di sviluppo fondato sulla tutela degli ultimi” (Peretti, 2010:7).

Nell’ultimo quarto di secolo, infatti, gli elettori sardi hanno mostrato di ritenere possibile non più di un’alternativa al centrodestra, in caso di suo palese malgoverno, come fu per Pili (dal 1999 al 2004) e per Cappellacci (dal 2009 al 2014). Quanti hanno provato ad ingaggiare una sfida tripolare per il governo, si sono dovuti arrendere a questa logica: l’attuale risultato del Movimento 5 stelle (9,72% di lista; 11,18% al candidato presidente) conferma il dato politico che fu di Michela Murgia nel 2014 (10,30%, con solo 6,77% alla coalizione).

Non mi dilungo sull’analisi di una legge elettorale antidemocratica e liberticida, che impedisce a poli con risultati ragguardevoli di non entrare in Consiglio regionale o di non eleggere a consigliere il candidato presidente, piuttosto affermo rilevo la costante storica dell’assenza di spazio per un 3° polo di tipo elettorale che voglia competere per il governo. In Sardegna – ormai è dimostrato – alle elezioni regionali non c’è spazio per uno schema tripolare assimilabile a quello delle ultime elezioni politiche.

Altrettanto, deve constatarsi l’assenza di uno spazio per un ulteriore 4° polo elettorale marcatamente votato all’opposizione, sia esso comunista (2019: “Sinistra sarda”, 0,6% e candidato Lecis 0,59%), socialista (2009), indipendentista o autonomista (uno o più liste o coalizioni in tutte le tornate)[1].

Una certa parte dei gruppi dirigenti locali interpreta questo fatto secondo la logica della necessaria organicità al PD e al centro-sinistra a prescindere dall’analisi concreta della situazione concreta. Cionondimeno, una parte di verità sussiste in questa tesi: se, infatti, si ritiene che in Sardegna sussistano i margini per condurre battaglie tattiche ed elettoralistiche, fondate su di un’idea di “guerra di movimento”, non c’è altra possibilità che convergere tutti in unico campo, quello di centrosinistra, magari contribuendo al suo maquillage fornendo volti giovani o candidati civici.

Esiste, poi, un’altra scuola – a cui mi sento maggiormente vicino – che ritiene che il governo di una regione (peraltro complessa come la Sardegna) costituisca una questione strategica (d’altronde, è bene ricordarsi che il “Piano di Rinascita sarda” è previsto dalla legge costituzionale della Repubblica), e che questa vada sviluppata politicamente, prima che elettoralmente, nel quinquennio antecedente le elezioni ed entro un più ampio disegno di una gramsciana “guerra di posizione” di lunga durata.

  1. La “sinistra sarda”: un progetto strategico ormai secolare

In questa, come in passate elezioni, alla Sardegna è mancato un progetto strategico, a prescindere di quale ideologia fosse. Ogniqualvolta che, infatti, iniziasse a delinearsi qualcosa di distante dai vecchi conglomerati di potere, emergevano nei gruppi dirigenti locali (spesso supportati da quelli nazionali) spinte conservative che si situavano tra il gattopardismo di Tomasi di Lampedusa ed il sovversivismo delle classi dirigenti di Gramsci.

Nel piccolo, la questione ha riguardato anche la vicenda della “sinistra sarda”[2], di cui qualche anno fa ho contribuito a scrivere qualche pagina[3].

Sulla base di un’analisi che guarda ad un secolo di storia isolana[4], non ho difficoltà a dire che, se guardassimo al profilo ideologico, l’intreccio di forze che nei loro statuti e programmi intrecciano la tradizione politico-culturale del movimento dei lavoratori con quella dell’autonomismo (cioè il blocco della forze della sinistra  sarda) ha più volte mostrato, lungo un secolo, di essere una potenziale forza di maggioranza relativa.

L’ultima delle conferme elettorali è stata nel 2014, quando le forze che ideologicamente si potrebbero definire di sinistra sarda rappresentavano circa 150 mila voti, entro una stima al ribasso: si tratta di un bacino elettorale che eguagliava quello del primo partito, il PD, e superava di 25 mila quello del secondo, Forza Italia. Un bacino, dunque, collocato a sinistra dei democratici, ma che si ritrovò diviso in tre coalizioni, similmente a questa tornata elettorale.

Quello che unito avrebbe potuto rappresentare il più grande partito (o, almeno, polo politico) della Sardegna, tale da poter ambire a governare la Regione senza necessità di alleanze spurie, vide la sua forza neutralizzata da una divisione che vanificò la potenziale massa critica di una proposta politica di autogoverno della Sardegna fondata sulla centralità del lavoro, che è il cuore del significato dell’espressione “sinistra sarda” intesa come progetto strategico.

  1. Dalla sinistra sarda a “Sinistra sarda”

Sempre per seguire la distinzione fatta all’inizio, ben altro, invece, è il significato di una proposta elettorale, tattica, che si richiami all’idea di sinistra sarda. Se non si tiene conto di questa differenza, il gramo risultato odierno (0,6% pari a 4273 voti di lista contro il 2,04% pari 13.982 voti di lista del 2014) non è giustificabile correttamente e rischia solo di condurre alla reiterazione di vecchi errori.

Nel 2014, Sinistra XXI Sarda promosse con “La Sinistra per la Sardegna”, “Socialismo 2000”, “Movimento per il Partito del Lavoro”, alcuni compagni dispersi della sinistra diffusa, del mondo comunista indipendentista e sovranista o autonomista (e il contributo programmatico esterno dell’Associazione Politica e Culturale Gramsci) la Rete delle associazioni e dei movimenti per la Sinistra sarda, quale gruppo coordinato di soggetti politico-sociali che si muovesse attorno ai partiti comunisti storici, similmente a quanto un tempo avveniva tra il PRC e la sezione italiana della Sinistra europea. La lista “Rifondazione – Comunisti Italiani – Sinistra Sarda” – nota ai più come “Sinistra Sarda” – fu il primo passaggio di un accordo intessuto pochi mesi prima delle elezioni tra i due partiti e i movimenti, la cui prospettiva era la traduzione, dopo le elezioni, una sorta di esquerra unida i alternativa isolana, con l’obiettivo di attivi unitari, sedi congiunte, ecc.

Anche aiutati dalla vicinanza con le elezioni europee e dalla prospettiva unitaria che si stava lì delineando, nuove ed impreviste energie si attivarono, consentendo di eleggere due consiglieri anziché uno, come invece si riteneva dapprincipio. Il successo elettorale scosse le ancor deboli fondamenta del progetto politico: di fronte alla convocazione per le trattative sulla Giunta, cui la lista aveva avuto accesso per via dell’ottenimento del minimo di due consiglieri (come convenuto negli accordi di tutta la coalizione), emersero le diversità di vedute.

Poiché non è mia intenzione dare patenti di responsabilità ormai fuori tempo massimo, mi limiterò a dire che, con opposte motivazioni (e spesso andando contro a proprie affermazioni di qualche settimana prima), i tre soggetti (PRC, PDCI, Movimenti della sinistra sarda) evitarono di proposito di confrontarsi, dando luogo ad un ridicolo balletto di veti incrociati, scorrettezze e bassezze che non si sarebbero indirizzate nei confronti del nemico, per il rispetto che gli si deve sul piano umano. Certo è che il centro-sinistra guidato dal PD, cogliendo l’evidente divisione interna alla lista, iniziò a sostenere anch’esso che “Rifondazione – Comunisti Italiani – Sinistra Sarda” fosse un cartello elettorale composto da tre forze distinte e che, pertanto, non avessero alcun diritto di rappresentanza in giunta: per tutta risposta, anziché un’unica smentita, ne arrivarono tre, ognuna diversa dall’altra (1: “siamo fuori dalla giunta”; 2: “siamo dentro la giunta”; 3: “siamo dentro la giunta, ma con un tecnico”). Inutile soffermarsi sul chi disse cosa: eravamo tutti sulla stessa barca e, infatti, annegammo poi tutti (chi prima e chi meno: infatti, anche i due consiglieri eletti abbandonarono i rispettivi partiti, quando questi ultimi decisero di uscire dalla maggioranza)[5].

  1. In conclusione, un auspicio per tutti

Io non so se il posizionamento nel centrosinistra di allora fu corretto, né se lo sia stato l’attuale. Ovvio, mi colpisce che cinque anni fa si ritenesse possibile una desistenza con un candidato notoriamente liberista come Pigliaru e a questo giro la si ritenesse impossibile con un socialdemocratico come Zedda. Cionondimeno, poco sarebbe cambiato e per le sorti della Sardegna (che oggi si ritrova guidata da un sardismo-leghismo che ricorda il sardismo-fascismo contro cui si batté Emilio Lussu) e per quella della sinistra sarda, del cui progetto strategico si è salvato solo il nome e poco più.

Certo è che, anche a questa tornata, si è giunti in ritardo e si è ritirato fuori il vecchio simbolo unitario per ovviare al problema della raccolta delle firme. Ma, come detto, in Sardegna, per i progetti meramente elettorali non è data una terza opzione, sebbene ci si ostini  ogni volta ad inventarsene di nuove. Ritengo, invece, del tutto valide le ragioni di un progetto strategico di sinistra sarda, le cui secolari radici non soffrono del gramo risultato elettorale.

Per quanto, come affermava Lussu, quella sarda sia “una stirpe guerriera” e, pertanto, l’opzione politica unitaria della sinistra e degli autonomisti sia lontana dal sentir suonare il de profundis, vorrei che quanto accaduto possa essere utile anche ad altri. Come in Sardegna, nel 2014,  avevamo dato inizio ad un qualcosa che poi abbiamo dilapidato, così rischiamo di fare con lo straordinario risultato europeo di cinque anni fa.

Dalle  mie parti si dice “in camminu s’acconza lu barriu”, che letteralmente significa “mentre si cammina, il carico si aggiusta”: sta a significare che iniziare qualcosa, anche se tutto non è in ordine, è importante, poiché le cose si possono sistemare “in camminu”.

Alessandro Tedde

Presidente nazionale Sinistra XXI – per l’alternativa di società

[1] Preciso che discuto di poli “elettorali”, cioè di progetti politici la cui forma definita (simbolo, candidato presidente, programma, candidati più rilevanti) avviene nel solo anno precedente la tornata elettorale.

[2] In questo articolo la riassumerò brevemente, chiedendo al lettore la pazienza di andare ad approfondire nelle sezioni apposite del  sito di Sinistra XXI: http://sinistra21.it/index.php/articoli/tag/sinistra%20sarda

[3] Sette anni fa, un deliberato dell’esecutivo nazionale di Sinistra XXI riconosceva piena sovranità alla sua componente sarda, che dava vita al progetto strategico della costruzione della sinistra sarda: http://sinistra21.it/index.php/sinistre-autonome/sinistra-sarda .

[4] La contiguità politica tra movimento operaio e movimento autonomista è una costante storica: attorno al Partito Sardo d’Azione “nel periodo della guerra civile, si strinsero tutti i partiti del proletariato: comunisti, massimalisti e socialisti. E fu il Partito Sardo d’Azione che diresse la lotta. Comunisti, massimalisti e repubblicani che, nel 1924, non avevano candidati, votarono per il Partito Sardo d’Azione” (Lussu, 2014:23). Tutte le citazioni sono tratte dal volume dedicato a Emilio Lussu della collana “I pensatori sardi”, edita da L’Unione Sarda nel 2014.

A parere di Gobetti, l’autonomismo storico sardo fu, con il comunismo ordinovista, uno dei due movimenti originali e rivoluzionari sorti nel dopo-guerra in Italia, “quello degli operai del Nord attorno all’Ordine Nuovo, sorto dall’ambiente industriale, e quello del Partito Sardo d’Azione, formatosi attorno ai contadini, in un ambiente prevalentemente rurale”  (Lussu, 2014: 21-22). Come nel Settentrione d’Italia i partiti operai erano in contrasto con i partiti della borghesia, così nella stessa misura il movimento sardo dei combattenti e del Partito Sardo d’Azione “non hanno mai avuto niente a che fare con i depositi elettorali dei vari gruppi della ‘democrazia’, né con Nitti né con Amendola. Con le basi elettorali di questi gruppi, il movimento dei combattenti e del Partito Sardo d’Azione è stato in costante contrasto […] il Partito Sardo d’Azione non è mai stato né un partito della ‘democrazia’ parlamentare né un partito della borghesia” (Lussu, 2014:19-20) [piuttosto] Il Partito Sardo d’Azione può definirsi sia stato un partito di masse popolari a orientamento socialista” (Lussu, 2014:23).

[5] Gli interessati potranno sfogare la loro curiosità leggendo gli articoli ai link indicati o mediante una breve ricerca sugli archivi online dei quotidiani sardi.

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