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Il colonialismo secondo Macron

di Luciano
Beolchi

Cosa pesa di più nella politica di Macron, la dichiarazione di Ouagadougou del 2017 “Il colonialismo è un crimine contro l’umanità” o quanto affermato il 14 giugno 2020 in televisione (erano i tempi in cui il Movimento Black Lives Matter si differenziava anche in Europa): “La Francia non cancellerà alcuna traccia, né alcun nome dalla propria storia” e “non abbatterà alcuna statua”?
A differenza di quanto sanno fare i comunisti con un indefettibile gusto per l’autoflagellazione, i borghesi – ben lontani dall’autocritica – si fanno addirittura vanto delle proprie cose peggiori.
Da politico scaltro ed esperto, il presidente francese naviga abilmente tra le opportunità offerte da queste opposte rappresentazioni e giudizi della realtà passata.

Questo gli ha consentito di continuare per anni di tentare una riconquista militare del Sahel fino alla definitiva sconfitta. Di sostenere ufficialmente l’annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco e di inviare migliaia di soldati in Nuova Caledonia; ma non è l’intervento militare l’arma principale del neocolonialismo, per lo meno di quello francese.
L’interesse per le questioni del passato da parte della comunità dei politici professionisti va di pari passo con il trasferimento delle questioni sociali dal terreno della politica a quello dell’economia: a che pro parlarne se è inevitabile che esse siano decise dalle leggi dell’economia?
Una volta digerita questa balordaggine si può procedere oltre.
Il tutto naturalmente prende origine da quelle questioni e conflitti sociali rispetto alle quali la politica si dichiara incompetente: l’emarginazione delle periferie, il lavoro povero, la scuola di seconda o terza categoria, l’apartheid strisciante, la violenza sistematica delle forze dell’ordine; e siccome queste vicende vedono ancora una volta riproporsi il conflitto etnico dei tempi coloniali si può anche pensare che alcune concessioni o parziali ammissioni sul terreno storico possano disinnescare i conflitti attuali.
Macron è un esperto di questo gioco e tra i trucchi prediletti c’è quello di penalizzare, attribuendo a singole figure e responsabilità, i peggiori crimini collettivi e organizzati.
“La tortura in Algeria? Paul Aussaresses!”1. “Il massacro degli algerini a Parigi il 17 ottobre 1961? Maurice Papon2, che aveva anche altri crimini sulla coscienza.

Un altro sistema caro a Macron è quello delle commissioni miste: storici francesi più (ma verrebbe da dire: contro) storici algerini, camerunensi, rwandesi, senegalesi, malgasci, come se la storia fosse una sorta di compromesso politico tra visioni opposte o comunque diverse. Ogni storico, per quanto modesto, aborre l’idea che la narrazione storica possa essere il frutto di un accordo con qualcuno che non solo difende e rappresenta interessi costituiti, ma può avere principi etici diversi o opposti ai suoi; e anche se così non fosse può avere griglie interpretative che non possono condurre a punti unificanti.
Quello dello storico è un mestiere solitario e presuppone una responsabilità individuale.
Qui non parliamo dei lavori collettivi che dovendo rispondere a specifiche questioni poste individualmente a diversi autori possono essere anche al loro interno contraddittori3.
Essere chiamati a far parte di queste commissioni paritetiche è un privilegio allettante per studiosi africani spesso marginalizzati e che attraverso questa promozione entrano in contatto con un establishment internazionale oltreché con il proprio governo, sempre molto attento a questo tipo di rapporti. La più nota di queste commissioni miste è stata la “Commissione mista multidisciplinare franco-camerunense” il cui obiettivo era “fare luce” sulla guerra condotta dalla Francia negli anni 1950-1960 per distruggere il Movimento Indipendentista (il che fu fatto) ed insediare in Camerun il regime filo francese (il che fu pure fatto e fu pure uno dei maggiori successi della France-Afrique).
Macron ne annunciò la creazione durante un viaggio a Yaoundè del 2022. Con lui sull’aereo c’erano la storica francese Karine Ramendy e il cantante Blick Bassy. Ad aspettarlo c’era l’otto volte presidente Paul Biya, alla ricerca della nona elezione, poi ottenuta nel 2025.
Nel gennaio 2025, Ramendy ha presentato la sua parte di ricerca dove si rifiuta di qualificare i crimini commessi alla Francia durante un conflitto che fece decine di migliaia di vittime ed elude la partecipazione delle autorità camerunesi di cui il regime attuale (il suddetto Paul Biya, al potere dal 1982) è l’erede diretto, mentre l’aspetto artistico proposto da Bassy si riduce a una serie di dispositivi turistico-ludici: concorso di acconciature della memoria; immersione in realtà virtuale in un villaggio camerunese al tempo della guerra. L’obiettivo di Macron è sufficientemente chiaro: riconciliare le colonie con la madre patria in Francia e fare in modo che i camerunesi figli di emigrati in Francia non si sentano francesi discriminati. Biya dopo quarant’anni di dittatura diventerebbe il “riconciliatore”.
All’inizio del suo mandato, Macron era partito con una raffica di iniziative di de-colonizzazione.
Aveva chiesto a una commissione di specialisti della guerra d’Algeria di redigere un comunicato in cui l’Eliseo ammetteva la responsabilità dell’esercito francese per la morte ad Algeri del comunista francese Marcel Audin; aveva chiesto un rapporto sulle opere saccheggiate dalla Francia in Africa durante il periodo coloniale e creato una commissione di storici incaricata di analizzare sotto la guida di Vincent Duclert il ruolo della Francia nel genocidio dei Tutsi in Rwanda.
Il rapporto Sarr-Savoy4 sulle opere d’arte saccheggiate in Africa è stato consegnato nel 2018 e di opere importanti ne conta circa quarantamila, ma la loro restituzione si scontra con la legge francese che dispone l’inalienabilità delle collezioni pubbliche. Solo nel 2025 è iniziata in parlamento la discussione di una legge che potrebbe permettere di derogare a questa inalienabilità.
La presunta spada di El Hadj Umar Tall, eroe della resistenza senegalese è stata restituita al presidente senegalese Macky Sall (2012-2024); in cambio il presidente ha firmato per l’acquisto di tre pattugliatori destinati a proteggere le infrastrutture petrolifere nelle acque senegalesi5.
Le 26 sculture del tesoro reale di Abomey (la capitale del regno del Dahomey) sottratte dai francesi nel 1892, alla fine di una serie di guerre coloniali per impadronirsi di quel regno, sono state restituite al presidente beninese Patrice Talon, che era a fine mandato, come concreto aiuto francese alla sua rielezione. L’intromissione francese però non è stata sufficiente e a differenza di Biya, Talon non è stato rieletto.
Lo stesso vale per il tamburo parlante Djagji Ayokwe6 che una legge del luglio 2015 ha permesso di restituire alla Costa d’Avorio come sostegno al presidente Quattara in corsa per la 4a elezione presidenziale. La confisca del tamburo parlante risale al 1916 quando le autorità coloniali francesi si erano accorti che conservava un grande valore per gli ivoriani e veniva ancora utilizzato per sottolineare l’unità e la forza della nazione. Quattara ha partecipato a elezioni controverse dopo le quali il suo quartier generale nella capitale è stato protetto dai militari francesi.
Quanto al rapporto Duclert del 2021 (marzo) conferma “pesanti e schiaccianti” responsabilità della Francia nel genocidio dei Tutsi, ma esclude la nozione di complicità. Come dire che la Francia e gli esecutori materiali del genocidio vi hanno contribuito entrambi, ma senza mettersi d’accordo prima il che è manifestamente falso visto che la Francia controllava il servizio di informazioni dell’esercito direttamente implicato nel genocidio.
Il contenzioso con il Senegal che non ha evidentemente al centro la restituzione della spada di El Hadj Umar Tall, ma piuttosto i nefasti della colonna Voulet-Chanoine in marcia verso il Ciad, il trattamento dei soldati di Samory, i massacri dei ferrovieri, gli arruolamenti forzati durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, le villes de liberté e soprattutto tra gli eventi più recenti, il massacro a Dakar dei tirailleurs senegalesi del dicembre 1944.
Solo nel novembre 2024 è stata utilizzata la parola massacro come solo nel 2003 è stata pronunciata quella di guerra per la guerra di Algeria, così come solo nel 1995 Chirac aveva riconosciuto le responsabilità francesi nella deportazione degli ebrei in Germania.
La parola massacro è stata evocata in una lettera personale del presidente Macron al successore di Macky Sall, Bassirou Diomaye Faye.
Un articolo di Le Monde Diplomatique (ottobre 2025) parla di “formula contorta”: fatto sta che le autorità francesi non si sono ancora decise a rivelare il numero esatto e i nomi dei tirailleurs senegalesi fucilati a Thiaroye nel novembre 1944.

Macron ama le dichiarazioni di principio, ma considera la storia della Francia non giudicabile. Il massimo cui può arrivare è: “È andata come è andata. Scusate e fatevene una ragione”. Quali ragioni se ne debbano fare i francesi non è chiaro, che non cancelleranno mai un nome (non dalla storia, ma dalla lista dei loro campioni), né abbatteranno una statua: al massimo, come ha fatto l’amministrazione di Lille col monumento equestre di Faidherbe attaccheranno alla base un minuscolo cartello “l’amministrazione si dissocia”; in attesa di altri cartelli di altre amministrazioni di diversa opinione.
Nell’aprile 2023 al castello-prigione di Joux dove era stato fatto morire da Napoleone nel 1803, Macron ha reso omaggio a Toussaint Louverture in occasione del 175° anniversario dell’abolizione della schiavitù in Francia, ma le ingiustizie del passato non si cancellano con le frasi ad effetto. Gli effetti devastanti dell’indennizzo imposto dalla Francia ad Haiti nel 1825, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza sono noti e quantificati (circa 30 miliardi di euro secondo l’economista Thomas Picketty, Le Monde dal 10 maggio 2025).
Come ha risposto Macron a quella richiesta haitiana di antica data? Con la creazione di una commissione di storici per “esplorare due secoli di storia” e “costruire un futuro comune”. “L’impatto dell’indennizzo del 1825 sarà affrontato”, ha aggiunto senza impegno.
Lo scoglio più grande della memoria, da sempre, è quello dell’Algeria: è stato proprio il Presidente Macron a concedere la Legion d’onore oltre venti harkis, i collaborazionisti dei francesi nella guerra d’Algeria.
Nel 2021 Macron ha lanciato la sua legge contro il separatismo o legge contro l’Islam politico che, approvata dal parlamento in quello stesso anno, limita fortemente le libertà di culto, di associazione e di insegnamento e proprio in quegli anni Stora e Blanchard che all’inizio degli anni ‘80 avevano aperto la discussione sulla guerra della memoria, hanno accettato di lavorare per Macron con Una memoria della colonizzazione e della guerra d’Algeria (Stora) e con i Portraits de la France (Blanchard).
Blanchard aveva spiegato all’Humanité. “Ci viene data un’opportunità, perché non afferrarla?” (17 marzo 2021). Dunque è perfettamente consapevole di lavorare per il governo del separatismo e dell’islamo-gauchismo.
Pascal Blanchard è uno storico “free lance” che sul suo profilo Linkedin si presenta come “specialista della questione di diversità, delle vicende coloniali, di identità e d’immigrazione”.
Agli inizi degli anni ’90 è stato co-fondatore dell’Agenzia per la conoscenza della storia dell’Africa contemporanea (Achac) che agisce come prestatrice di servizi per media, editori, ministeri (libri, conferenze, documentari, cataloghi) “a favore del vivere insieme”.
Ha fatto un passo ulteriore aprendo successivamente un’agenzia di comunicazione storica che serve soprattutto alle grandi imprese per fare quello che si chiama un “memory washing” equivalente a quanto fanno le grandi imprese inquinanti con il loro “ambientalismo di facciata” o green washing: in questo caso è de-colonialismo di facciata.

Luciano Beolchi

  1. Paul Aussaresses, militare francese (1918-2013). Nel 2001 ha pubblicato a Parigi Services spéciaux : Algérie 1955-1957, dove ammette, giustifica e difende l’impiego della torura su larghissima scala in Algeria.[]
  2. Maurice Papon (1910-200/). Ex prefetto di Parigi e ex ministro gollista. Condannato nel 1998 per la deportazione degli ebrei francesi durante l’occupazione.[]
  3. La Storia della diplomazia di Potëmkin, la Storia dell’Africa dell’Unesco e la Storia della Guerra civile in URSS sembrerebbero contraddire questa affermazione.[]
  4. Felwine Sarr (1972), senegalese, economista, accademico e scrittore e Bénédicte Savoy (1972) francese, storica dell’arte.[]
  5. Taina Tervonen, Les hotajes. Contre-histoire d’un butin colonial, Marchialy, Paris, 2022.[]
  6. Si tratta di un tamburo a clessidra lungo oltre tre metri.[]
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