Il 25 aprile non è una ricorrenza… la liberazione continua

di Tommaso
Chiti

di Tommaso Chiti

La Festa della Liberazione dalla dittatura nazi-fascista nel 74° anniversario dalla sconfitta del regime totalitario viene giudicata da diversi commentatori quasi come una ricorrenza di ‘passato prossimo’.

Più che il recupero della Memoria sbiadita di quei fatti, per la progressiva scomparsa dei testimoni viventi e le carenze di programmi scolastici – oltre che per certe mistificazioni politiche echeggiate da mezzi di distrazione di massa -; i festeggiamenti arrivano proprio mentre in Europa crescenti derive xenofobe e reazionarie, portate da formazioni ultra-nazionaliste, fomentano diseguaglianze, guerre fra poveri e nuove discriminazioni.

A minacciare la convivenza plurale e pacifica di molti paesi democratici non sono soltanto frange neofasciste o gruppi di revisionisti, che negli ultimi anni hanno moltiplicato scorribande squadriste e raduni, come nell’agosto 2018 a Chemnitz in Sassonia o di recente il 23 marzo a Milano. Altri esempi profilano l’organizzazione di una sorta di galassia dell’internazionale nera’, come accaduto nientemeno che a Varsavia lo scorso novembre, con la partecipazione di organizzazioni come ‘Pravi Sektor’ e ‘Forza Nuova’.

La preoccupazione maggiore riguarda invece l’ascesa politica di simili formazioni, mimetizzate con nomi accattivanti e depurate dall’iconografia di regime: sia in termini di consenso – come il recente successo del partito VOX in Andalusia o del Front National alle ultime politiche francesi -, sia per la loro presenza crescente nelle istituzioni e nei governi di molti stati membri, fra i quali: Ungheria, Polonia ed Italia. Il tratto comune in questi paesi riguarda spesso quei provvedimenti tesi a compromettere libertà di stampa, divisione dei poteri dello stato, oltre alle rivendicazioni di emancipazione femminile; trasformando così campagne reazionarie contro minoranze, libertà di movimento, diritti umani e civili, progressivamente in leggi statali, tali da delineare una sorta di ‘democrazia illiberale’ o ‘autoritaria’.

Una simile maturazione dell’ascesa delle destre nazionaliste e fascistoidi da un lato deriva dall’erosione di consensi ai partiti tradizionali, specialmente a quelli democristiani, socialdemocratici, popolari o liberali, per la loro adesione alle misure di austerity a livello europeo; dall’altra rispolvera legami e protagonisti dell’oltranzismo atlantico, responsabili nel recente passato anche di attentati stragisti o tentativi di golpe, come quelli avvenuti nella Repubblica Italiana negli anni ’60-’70.

Le ricadute di decisioni emergenziali europee sulle Costituzioni di alcuni paesi, con l’imposizione ad esempio del pareggio di bilancio – modificando l’art.81 e 83 della Cost.Italiana – e altri vincoli del mercato unico sono risultati speculari all’appassimento dell’antifascismo, come fenomeno sociale e culturale. A questa crisi – soprattutto del sistema di rappresentanza – si aggiungono poi quelle umanitarie, frutto dei rapporti post-coloniali fra stati europei ed altri continenti, in una fase di rinazionalizzazione delle masse, dopo il ridimensionamento dello stato sociale e la precarietà diffusa, con diseguaglianze pari allo smodato liberismo dei mercati globali.

Simili fattori hanno aperto la strada a quel ‘populismo’ fatto dalla ricerca dell’uomo forte, per fronteggiare una crisi strutturale. Così la risposta dei partiti si è ridotta: a destra a cavalcare reminescenze identitarie o sovraniste, mentre nella ‘sinistra liberale’ a rifugiarsi nella retorica delle scelte ‘senza alternativa’.

Malgrado gli auspici e i doverosi festeggiamenti per quel riscatto della dignità di un popolo dall’oppressione nazifascista e dalla miseria del conflitto mondiale, certe rigurgiti sembrano essere stati soltanto sopiti negli ultimi decenni e vengono ora ripresi in modo scriteriato anche da esponenti istituzionali di sedicente compagini liberali, come dimostrano le dichiarazioni oltraggiose dell’attuale presidente del Parlamento Europeo, Taiani, in merito alle ‘bontà del regime fascista’.

In un contesto simile, dove larga parte della popolazione ha perso la fiducia nei partiti e nelle istituzioni sempre più elitarie e legate a lobby di interessi economico-finanziari come l’UE, l’antifascismo più incisivo viene portato avanti da associazioni e movimenti transnazionali o internazionalisti.

Su questo fronte, è interessante riscoprire il ruolo della Federazione Internazionale dei Resistenti (FIR), fondata nel 1951 a Praga ed unica organizzazione antifascista ufficialmente accreditata dall’Unione Europea, dopo anni di disgregazione delle oltre sessanta realtà aderenti. Il suo ruolo nella cooperazione internazionale e per il disarmo è valso nel 2010 la nomina ad ‘Ambasciatore di Pace’ all’ONU e l’obiettivo statutario della ‘solidarietà internazionale fra antifascisti, per la collaborazione reciproca fra popoli’ resta un faro per lo sradicamento dell’ideologia fascista.

Anche l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia fa parte di questo forum e proprio lo scorso dicembre ha invitato ad una conferenza internazionale a Roma, per affrontare in modo condiviso il declino degli ideali di libertà, uguaglianza, democrazia e solidarietà a livello internazionale. Nel documento finale si ribadisce infatti come gli squilibri economici con la concentrazione di poteri e ricchezze nelle mani di pochi e il disagio sociale siano il carburante principale della rimonta di formazioni di stampo nazi-fascista.

Perciò, in vista delle elezioni europee di maggio, sulla scorta del Manifesto di Ventotene scritto durante il confino fascista e coevo alla lotta di Liberazione, alla prossima assemblea a Budapest l’intento è quello di lanciare un appello ad ‘un’Europa solidale, di tolleranza e rispetto reciproci, per sconfiggere quella dei muri, dell’odio e delle discriminazioni [e] a non votare formazioni fasciste, razziste o sovraniste’

Un primo seme, anzi un vero e proprio ‘albero della Fratellanza’ è stato già piantato a Sežana, in Slovenia il mese scorso con l’iniziativa «Fratelli senza confini: italiani, sloveni, croati uniti contro nazionalismi, neofascismi e razzismi», con lo scopo di superare anche la strumentalizzazione revisionista e divisiva legata al ‘giorno del ricordo’, rilanciando piuttosto l’amicizia fra popoli.

Ulteriori rivendicazioni potrebbero riguardare l’inserimento dell’antifascismo nel Trattato dell’Unione Europea fra i valori fondanti, oltre magari all’istituzione di una o più Feste della Liberazione dalle dittature nazi-fasciste, che hanno ammorbato la vita politica fino agli anni ’70 in alcuni stati membri.

Resta però la necessità di una maggiore condivisione internazionalista di istanze antifasciste, partendo dalle declinazioni territoriali e dalle esperienze già maturate, da trasformare poi in campagne, mobilitazioni e soprattutto pratiche condivise per la tutela dei beni comuni e dei diritti fondamentali.

FONTE:

https://www.repubblica.it/esteri/2018/11/11/news/polonia_marcia_dell_estrema_destra_nel_centenario_dell_indipendenza-211402978/?refresh_ce

https://www.fir.at/en/2018/12/20/english-being-antifascist-in-europe-today/

https://ilmanifesto.it/le-maglie-insanguinate-dellinternazionale-nera/

http://www.anpi.it/articoli/2168/?fbclid=IwAR0W4fkVPNNELmlYlJ2WmBHZz6m1zYL6sb0KBv0Yey-oorcewZN9vp_VL70

http://www.anpi.it/articoli/2168/?fbclid=IwAR0W4fkVPNNELmlYlJ2WmBHZz6m1zYL6sb0KBv0Yey-oorcewZN9vp_VL70

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