Ascolto della radio del mattino, Radio Popolare di Milano in streaming, notizie, musica e approfondimenti. Alle sei del mattino la giornata inizia con la trasmissione ‘Presto, presto’ condotta da Claudio Jampaglia e Cinzia Poli1, in redazione Luisa Nannipieri. L’approfondimento è dedicato al gelo demografico italiano come descritto dall’Istat, 1,18 figli -la media statistica- per donna. L’intervento degli esperti ci spiega che la condizione attuale viene da lontano, la soglia di due figli per donna che garantisce il mantenimento della numerosità della popolazione risale agli anni ‘70, mentre oltre alle problematiche legate alla condizione materiale, precarietà, bassi salari, servizi insufficienti e costo delle abitazioni, conta anche la dimensione soggettiva, la propensione alla costruzione di una famiglia con prole. Le proiezioni relative al mercato del lavoro per i prossimi anni sono conseguenti, prevedono milioni di posti di lavoro scoperti; che da questo emerga come cruciale la questione dei migranti è ovvio. Nei notiziari le informazioni sulla finanziaria del 2026 non suscitano certo speranze, mentre riemergono alla memoria le attese per i finanziamenti del mitico PNRR che pare proprio non abbiano fatto miracoli, comunque il PIL stagnante avrebbe in assenza di quei fondi un andamento nettamente recessivo.
Insomma le informazioni direttamente dalla radio, assieme al contesto che si ricostruisce nella mente mentre si avviano le attività quotidiane, recuperando spezzoni di altri dati e informazioni, producono una sorta di condizione di disagio, si integrano nel quadro analitico che svolgo quotidianamente, sollecitano lavoro di analisi che offre spunti di azione, attività se allevia il disagio certo non lo annulla.
Le mobilitazioni di queste settimane hanno rimesso in gioco straordinarie energie individuali e collettive, riannodato relazioni che nel nostro ambito territoriale affondano radici nelle lotte per la difesa della salute e dell’ambiente, per un diverso modello di sviluppo. Una capillarità di iniziative nei paesi e nelle città che non accenna a fermarsi, ospitando ovunque interventi degli ospiti palestinesi. Eppure proprio la dimensione e la capillarità delle mobilitazioni è posta di fronte ad una sorta di ineluttabilità del corso degli eventi, alla indifferenza delle potenze, dei dominanti nei confronti delle mobilitazioni popolari. La Global Sumud Flotilla ha portato le nostre attenzioni, le nostre mobilitazioni direttamente sul terreno dello scontro -o meglio del genocidio- ha prodotto uno straordinario risveglio, un salto di qualità in una capacità di mobilitazione che stava manifestandosi. Ha incarnato i pensieri e i gesti che mantenevano loro distanza dai luoghi del genocidio.
Contemporaneamente quella vera e propria esplosione di mobilitazione, capacità di espressione, di prender concretamente parola ha rotto una cappa se non di rassegnazione, di difficoltà a reagire a quella situazione stagnante dell’intera formazione sociale del nostro paese, di frammentazione sociale, di miseria materiale, di crescita delle diseguaglianze. Le mobilitazioni di queste settimane sono partite anche dalla dichiarazione di uno sciopero, possiamo dire di carattere politico, partendo comunque dal mondo del lavoro, rimandando al cuore della riproduzione sociale, della creazione di valore. Nasce allora la domanda, la riflessione sul quesito se questo risveglio, questo partire dal lavoro, siano i prodromi, produrranno una rivolta sociale nei confronti nella gabbia socio-economico-culturale in cui viviamo, verso le forme del dominio -termine più volte evocato sulle pagine di questa rivista- specifiche del nostro paese. Viviamo allora sospesi tra il disagio, anche la rabbia, per la condizione in cui viviamo da lungo tempo e la speranza legata ad una azione concreta che le mobilitazioni, i nuovi nessi relazionali, culturali e organizzativi che stanno nascendo e rinnovando nel suo contesto, stanno alimentando.
L’azione che il collettivo dei lavoratori della GKN sta svolgendo, avendo alle spalle la rete concreta di relazioni solidali e organizzative costruita in anni di conduzione della propria lotta, costituisce un esempio di connessione di diversi livelli e obiettivi di lotta sociale e politica. Focalizza, connette, aggrega mentre mantiene la posta in gioco della propria lotta e la connette alla lotta contro il riarmo, contro il genocidio. Il collegamento è anche tra la propria proposta di riconversione e la lotta contro la riconversione delle filiere produttive verso la produzione bellica. Ancora una volta viviamo il senso di una proiezione, di un allargamento di una lotta, ma anche la straordinaria difficoltà a generalizzarne i contenuti, proprio nel momento in cui la torsione bellica di tutta la finanza, la produzione, l’economia e la politica europea sembra essere l’unica risposta alla stagnazione, alla mancanza di un disegno strategico unitario che risponda alle crisi e trasformazioni radicali del nostro tempo, caratterizzate comunque da una crescita straordinaria delle diseguaglianze.
Avvertiamo la necessità di trasformare di generalizzare quei nuclei di sperimentazione, di pratica concreta, quelle reti di sapere critico, di farne una opzione politica condivisa e comprensibile, un processo organizzativo come fenomeno complessivo, che non inciampi entro contraddizioni tra modelli organizzativi alternativi, in pratiche divisive, di cui abbiamo sin troppo esperienza. I movimenti di oggi, come quelli di inizio secolo, propongono, sperimentano una commistione – o meglio una reciproca relazione, influenza- una concrescita di processi organizzativi, pratiche e soggettività che si mettono in continua relazione, si influenzano. Certo la difesa di un proprio spazio, modo di agire nasce spontaneamente, le diversità creano contraddizioni, producono punti di svolta, quando si allarga l’ambito, il livello della cooperazione. Si aprono terre incognite per chi ha appena conquistato un proprio primo livello di cultura del conflitto, dell’organizzazione e lo deve far evolvere, condividere o per chi deve mettere in discussione un proprio patrimonio consolidato.
Si pone allora la necessità di costruire reti e dispositivi di condivisione di conoscenza, a tutti i livelli, luoghi compartecipati di apprendimento e di confronto di culture e linguaggi. SI combatte l’istinto a conservare ciò che si è appena o da tempo costruito e la necessità di metterlo in gioco, a fronte di una realtà complessa e straordinariamente resistente da trasformare. Si parte da una condizione di disagio profondo, man mano che si procede i pericoli che si prospettano, la condizione di rischio non viene certo meno, anzi.
La costruzione della solidarietà, della cooperazione è una pratica rischiosa. Il contesto in cui si deve realizzare è quella in cui si è costretti, assuefatti alla ricerca piccole o grandi, per la maggioranza di minime garanzie di vita, acquisite a scapito delle necessità altrui, in un regime di competizione e non di cooperazione. Abbiamo assistito negli anni al venir meno di livelli di intermediazione che comunque operavano in regime di conflitto sociale, fondato sulla costruzione di obiettivi generali e non particolari.
La possibilità che il movimento di queste settimane, i movimenti, le soggettività e le reti che trasversalmente hanno preso parola, si sono attivati al suo interno, possa diventare un punto di riferimento per pratiche trasformative e piattaforme rivendicative, non va assolutamente trascurata; in questo le istituzioni rappresentative, quelle dei lavoratori in primo luogo, che in queste settimane si stanno attivando, sono chiamate a mettersi in gioco molto più profondamente. Il livello attuale di organizzazione sindacale, delle lotte in generale nel mondo del lavoro è il prodotto della riorganizzazione complessiva delle filiere produttive, dei servizi della pubblica amministrazione, della scuola e della sanità, in un quadro complessivo di stagnazione della società italiana nel suo complesso, dove i processi di innovazione che comunque la attraversano, non hanno prodotto una trasformazione complessiva, un processo di innovazione generale, ma hanno confermato i rapporti di potere esistenti.
In questo contesto lo stato della comunicazione riflette la condizione generale della società, anzi ne alimenta i caratteri fondamentali, a partire dall’indifferenza diffusa verso momenti di partecipazione politica e sociale. Il dato della partecipazione elettorale è sintomatico ed esemplare.
L’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci ha riaperto, ha ridato fiato al confronto, ad una riflessione sullo stato della comunicazione pubblica, dei media cartacei e elettronici ovvero delle motivazioni che portano i cittadini ad informarsi, quanto la rete, i social network abbiano prodotto altre modalità di produrre informazione, di diffondere opinioni e punti vista.
La disintermediazione dell’informazione nella rete, come ben sappiamo, fa sì che ognuno viva dentro una propria bolla, abbeverandosi ad un flusso continuo di opinioni, eventi ed informazioni nel quale nascono nuovi punti di riferimento realizzati da chi ha la capacità in quel contesto di attrarre l’attenzione, di farsi seguire da migliaia, decine di migliaia, sino a centinaia di migliaia, di più o meno fedeli lettori di post o ascoltatori di podcast, i cosiddetti influencer.
Una riflessione su questo, a più voci, con la partecipazione degli ascoltatori, si ritrova nella trasmissione di Radio Popolare di Milano che segue a ‘Presto presto’, dalle 9 alle 10:30, ‘Tutto scorre’2 condotta da Massimo Bacchetta, in redazione sempre Luisa Nannipieri, che ha messo al centro lo stato del lavoro giornalistico, della produzione di informazione, alla luce dell’attentato nei confronti di Sigfrido Ranucci, per il lavoro di inchiesta della trasmissione ‘Report’. Non è certo un argomento nuovo, in Italia dall’avvento delle televisioni e poi della politica di Berlusconi la questione del controllo dei media e della comunicazione pubblica è centrale nel nostro paese, con le sue forme specifiche. Oggi la questione si pone con l’affermarsi ormai da oltre 20 anni dei social network e da ultimo con l’esplodere dell’Intelligenza Artificiale che già incide ed è destinata ad incidere sempre più profondamente e capillarmente nella produzione dell’informazione, nella strutturazione dei processi comunicativi. Nel frattempo i soggetti che detengono il potere hanno la possibilità di comunicare senza contraddittorio usando i social, una sorta di Palazzo Venezia virtuale.
Prima di chiudere ricordiamo un evento meno letale, vale dire l’intervista a Giorgia Meloni che il direttore del Sole 24 ore ha deciso di affidare non a un membro della redazione del giornale, ma a una professionista esterna, Maria Latella, cosa che ha provocato la dichiarazione di sciopero della redazione3 a cui è seguita la decisione del direttore di far uscire il giornale con i pochi giornalisti che non avevano aderito allo sciopero, di conseguenza si è aperto un livello ulteriore di conflitto, con la messa in campo di sei giornate di sciopero4. Quale sia la condizione del lavoro giornalistico, la concentrazione del controllo sulle testate ed il controllo sui media in generale delle televisioni in particolare è questione che ci interroga non da oggi e rimanda anche alla capacità delle professioni della comunicazione di rispondere a questa condizione, soprattutto a fronte dell’irrompere delle applicazioni dell’AI.
Nei movimenti di inizio secolo contro la globalizzazione neoliberista, dal G8 di Genova, nel movimento dei Social Forum, la questione della comunicazione si pose prepotentemente, si era all’inizio del diffondersi dei social networks, della trasformazione di internet e della diffusione dei telefoni cellulari, destinati a diventare dispositivi di comunicazione e connessione totalizzanti.
Oggi quel movimento di cui sopra, che si è presentato recentemente sulla scena nel nostro paese, ma si manifesta anche in altri paesi europei, mentre negli USA dilaga nelle strade il movimento No Kings di cui scrive oggi Alessandro Scasselati, ha la necessità di affrontare a sua volta la questione su dimensioni e complessità ancora superiori, se vuole progredire, consolidarsi e conquistare una egemonia culturale nella società. Abbiamo molto da lavorare, molto da imparare, molte pratiche e conoscenze da condividere.
Roberto Rosso
- https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-prestoprestointervisteeanalisi/prestoprestointervisteeanalisi_22_10_2025_08_37.[↩]
- https://www.radiopopolare.it/trasmissione/tutto-scorre/.[↩]
- https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/sciopero-sole-24-ore-intervista-meloni-grave-condotta-antisindacale-ps120tla.[↩]
- https://www.ilsole24ore.com/art/comunicato-sindacale-prosegue-sciopero-sole-24-ore-AHUh80ED.[↩]
