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1968: Pugni neri e sguardo chino contro il potere

di Stefano
Galieni
Città del Messico, 16 ottobre del 1968. Mentre in Europa divampano i movimenti di ribellione e mentre gli Usa sono alle prese con l’ennesimo conflitto da cui usciranno macchiandosi di crimini orrendi per poi finire sconfitti, la guerra in Vietnam, l’occhio del pianeta è sui giochi olimpici che si svolgono in quello che per gli statunitensi è un “cortile di casa”. Prima dell’apertura, il 2 ottobre, in Piazza delle Tre Culture, si era consumata l’ennesima strage. L’esercito messicano coadiuvato dagli agenti in borghese del Batallón Olimpia, riconoscibili perché indossavano un guanto bianco, avevano caricato una pacifica manifestazione studentesca, provocando almeno trecento vittime. Ma i Giochi dovevano proseguire, senza interruzione. Lo sport fece irruzione nella Storia in maniera silenziosa ma potente in quel 16 ottobre di 58 anni fa, alla finale dei 200 mt piani maschili di atletica. E il rumore non lo fecero la poderosa vittoria con tanto di record mondiale di Tommie Smith, che vinse a braccia alzate in 19”83, il guizzo inaspettato di Peter Norman, australiano, argento con, 20”06 o il terzo posto di John Carlos, bruciato in volata, con 20.10. Tutto accadde poco dopo, con la premiazione. Smith e Carlos si presentarono sul podio a piedi scalzi, per ricordare la schiavitù e con un pugno guantato di nero alzato, per ricordare la volontà di rivolta e la testa china, di chi non si riconosceva in quella cerimonia. L’argento, spesso dimenticato, di Norman, scelse di non emulare, da bianco, chi rappresentava l’essenza della rivolta ma si fece dare uno stemma, quello dell’Olympic Project for Human Rights, che contraddistingueva chi lottava, anche per i diritti civili. Smith e Carlos per questa protesta – la storia è nota – vennero cacciati dal villaggio olimpico ma l’immagine di quel podio entrò dirompente nella storia. Fu tranciata loro ogni possibilità di carriera ma forse peggio andò a Norman, considerato nella “civile Australia”, traditore della razza. Nonostante continuasse a detenere per anni il record d’Oceania, non venne più convocato in gare internazionali a rappresentare il proprio Paese. Si diede all’insegnamento e morì nel 2006. A portare la sua bara, neanche a dirlo, furono i suoi antichi compagni di gara, Smith e Carlos. Solo nel 2012 il governo di Canberra decise di scusarsi per il torto apportato al proprio concittadino. Anche per Tommie Smith le porte si chiusero e si ritrovò a praticare football. Per Carlos, forse il più direttamente politicizzato, si stringe addirittura un cerchio e, come si ricorda nella sua biografia: “John smette di correre, sopravvivrà tra disoccupazione e precarietà, pedinato giorno e notte dal Fbi, che fabbrica infamanti storie per rovinare la sua relazione e spingerlo all’isolamento. Intorno a lui una generazione di militanti neri viene incarcerata e uccisa, dalla polizia prima, dalla droga poi. Inizia il lungo inverno della controrivoluzione reaganiana, «che voleva cancellare gli anni Sessanta». Ma è un combattente, John, ed eccolo qua, fiero e deciso come su quel podio del Sessantotto. Non si pente di nulla e non si sente un eroe. Concludendo l’autobiografia il suo sostegno militante va, «al 1000%», ai lavoratori del Wisconsin in lotta, precursori dell’esplosione del movimento Occupy. In fondo sono loro, i poveri e i lavoratori, gli eroi di questa storia.
E l’immagine resta, forse la più potente nella storia sociale e sportiva del Novecento, o almeno quanto quella di Jessie Owens nella Berlino nazista del 1936, con la differenza che il black power degli anni Sessanta e Settanta non si piega, non accetta mediazioni, si ribella agli insulti razzisti provenienti dalla folla di spettatori con bandiera a stelle e strisce che percepiscono, coerentemente, quei pugni neri alzati come un inaccettabile segno di lotta di classe a cui né gli Usa né l’occidente opulento sono pronti ancora oggi. E si trasmetta agli infetti da trumpismo, al mondo guerrafondaio e nazionalista che oggi sembra imperante, forse in maniera ancora più pervasiva di quanto accadde col regime nazista, quel segno di rivolta netto, senza fronzoli, duro e contemporaneamente in grado di scuotere passioni. E si riascolti quell’inno nazionale dei padroni bianchi made in Usa, che Smith e Carlos si rifiutarono di fare proprio, che non cantarono, che rappresentava la negazione stessa della loro esistenza come di un immenso mondo di proletariato proveniente da tutto il mondo più povero, i cui avi erano stati incatenati durante la tratta o che per illusione, in quegli anni inseguivano l’american dream. E chissà che oggi, in quel cuore dell’impero dove si riaccendono segnali di rivolta, dove è una Gestapo chiamata ICE, a dare la caccia a chi è nero, a chi non è conforme agli standard di vita del potere dominante, non riemerga la foto bella e sfocata di quel podio di rivolta. Un podio che, anche grazie a Norman, riesce a parlare a tutto il mondo e che ricorda la vera guerra che si teme è quella di classe.
Stefano Galieni
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