intersezioni femministe

Intervista a Carlotta Cossutta, candidata a sindaca di Milano

di P. Guazzo,
N. Pirotta

Nata e cresciuta a Milano, Carlotta Cossutta, come è scritto nel sito dedicato “Milano ti voglio”,  è ricercatrice precaria in filosofia politica, ha insegnato filosofia e storia in diverse scuole milanesi e ha avuto incarichi di ricerca e insegnamento in varie università italiane, compresa la Statale di Milano”. Suoi campi di interesse, teorico e pratico, sono la storia del pensiero politico delle donne e le teorie femministe e queer, con particolare attenzione alle influenze che hanno gli spazi domestici e urbani sui comportamenti e sui ruoli di genere.
Impegnata nei movimenti sociali, in particolare studenteschi, femministi e transfemministi, è stata, dal 2020 al 2026, co-Presidente della Casa Delle Donne di Milano. E’ parte del comitato Scientifico della “Fondazione Elvira Badaracco” che sostiene e promuove lo studio della cultura e dell’esperienza politica e sociale delle donne, con particolare attenzione alla storia dell’associazionismo femminile e del femminismo.

Abbiamo pensato fosse intrigante intervistarla per la rubrica che curiamo, “Intersezioni femministe”/Transform!Italia, perché nel candidarsi a sindaca Carlotta Cossutta sottolinea esplicitamente il suo essere femminista e transfemminista.
Nel ritenere che il femminismo “sia un metodo e uno strumento interpretativo” oltre che una proposta politica, sta caratterizzando la sua campagna elettorale sulla consapevolezza che il femminismo permette di vedere oppressioni multiple spesso negate, rimosse o dimenticate e che misurarsi con il potere, anche dentro le istituzioni, può consentire di cambiarne il senso: stare in un luogo di potere non per comandare ma per costruire, collettivamente, relazioni capaci di indicare un altro modo di stare al mondo.

Senza voler entrare nel merito di scenari e dinamiche politiche della realtà milanese, pensiamo che una candidatura come quella di Carlotta Cossutta, nel suo essere imprevista e imprevedibile, possa aprire strade e percorsi interessanti e potenzialmente trasformativi.Ringraziamo Carlotta Cossutta per il tempo che ci ha dedicato e le auguriamo, con tutta la forza di cui siamo capaci, di essere tanto realista da chiedere l’impossibile.

Nicoletta Pirotta e Paola Guazzo

Ecco l’intervista.

Per quale motivo hai deciso di candidarti?
Ho deciso di candidarmi, dopo aver parlato con molte realtà, gruppi, persone, perché penso che ci troviamo su una soglia, in un momento di cambiamento che attraversa tutta l’Europa pervasa da spinte reazionarie a cui dobbiamo trovare nuove forme di opposizione. Ma più nello specifico, penso che Milano si trovi su una soglia: in questi ultimi 15 anni la città è molto cambiata, anche in meglio in alcune cose, ma allo stesso tempo scegliendo di non contrastare una deriva globale che vede le città trasformarsi in luoghi sempre più solo di consumo, in cui chi produce la ricchezza che le tiene in vita non può permettersi di abitare. Abbiamo visto da un lato l’espulsione di sempre più persone da Milano per motivi economici e dall’altro lato i tentativi di attrarre una classe globale di persone ricche trovano nella città tutte le opportunità che alle altre sono precluse. Questa trasformazione pone un problema di giustizia ma anche un tema di vivibilità della città e di una possibilità di sviluppo che sia davvero uno sviluppo umano. Per questo penso sia necessario rimettere al centro la dimensione pubblica e politica del vivere, proponendo una visione di città e costruendo gli strumenti per realizzarla. Per questo ho pensato di candidarmi per portare dentro le istituzioni il sapere prodotto da tutte quelle realtà che già agiscono per rendere vivibile Milano.

Qual è valore aggiunto che una femminista/transfemminista come te può portare dentro le istituzioni?
Il femminismo ha un rapporto complesso con le istituzioni, anche perché il potere politico si è configurato storicamente sull’esclusione delle donne. Per questo penso il femminismo non come un capitolo del programma ma come il metodo con cui abbiamo provato a scriverlo. Le donne sono state escluse per secoli dallo spazio pubblico e dalle decisioni su come si costruiscono le città, e proprio da quell’esclusione hanno sviluppato uno sguardo capace di cogliere ciò che dal centro rischia di restare invisibile: le barriere, i vuoti, la fatica nascosta che rende possibile la vita di tutti i giorni. Assumere questo sguardo come metodo significa partire dai corpi reali, anziché da un cittadino astratto che si immagina adulto, sano e senza nessuno di cui prendersi cura. Significa anche chiedersi ogni volta per chi sia pensato uno spazio e chi ne resti fuori, riconoscendo come sapere politico l’esperienza di chi cura, pulisce, accompagna o torna a casa da sola di notte. È un metodo che permette di ripensare anche la sicurezza: prende sul serio le percezioni e le paure di chi attraversa la città, ma invece di rispondere con la sola repressione cerca di trasformare i luoghi e le relazioni che quelle paure producono, con strade illuminate e abitate, tram che passano anche a mezzanotte e spazi aperti dove poter chiedere aiuto. Dallo stesso sguardo nascono le altre proposte, dalle case vuote da rimettere in uso ai nidi e alle scuole aperti oltre l’orario, dai Punti Salute collegati a consultori e centri antiviolenza fino a un registro dei Legami Scelti per le famiglie che ci costruiamo, perché la cura smetta di essere un affare privato delle donne e diventi un’infrastruttura pubblica. Il femminismo, inoltre, ci insegna a non separare pubblico e privato, una prospettiva utilissima per ripensare il diritto alla casa, pensata come un’infrastruttura che non può che essere in relazione con i servizi e il territorio e non come uno spazio chiuso e impermeabile, ma come un elemento da pensare collettivamente, anche rimettendo al centro forme cooperative dell’abitare che sappiano partire dai bisogni concreti. Credo, del resto, che quando si progetta a partire da chi fa più fatica la città finisca per migliorare per tutte e tutti. E per questo la dimensione del partire da sé che il femminismo introduce permette di scardinare gerarchie e di pensare il potere non tanto come dominio quanto come potenza, come possibilità per fare le cose.

Il femminismo di Non Una Di Meno, di cui tu sei espressione, si connota per un approccio decoloniale, inteso come critica e superamento delle strutture di potere, dei saperi e delle gerarchie culturali ereditate dal colonialismo.
Quali possono essere a tuo parere le proposte di politica locale che possono tradurre nella pratica questa prospettiva?
Il primo elemento è riconoscere che la cittadinanza non dipende dalle leggi che la disciplinano. Chi nasce e cresce a Milano è e deve essere milanese e le istituzioni lo devono riconoscere. Inoltre, va affermato con forza che la residenza anagrafica non è una concessione, ma un diritto: nessuna persona dovrebbe essere esclusa dai servizi, dai documenti o dai percorsi di autonomia a causa di ostacoli burocratici. La città deve creare cittadinanza e per questo è necessario superare modelli di rappresentanza simbolica e costruire nuovi strumenti permanenti di partecipazione, capaci di coinvolgere comunità delle diaspore, nuove generazioni e giovani cittadine.
Questo porta con sé una riflessione sull’identità cittadina come molteplice, prodotto di tante diverse storie e di tante diverse identità, che non devono essere integrate, ma devono essere riconosciute per il sapere e le pratiche che già portano all’interno del tessuto urbano e delle relazioni. Questo deve tradursi in pratiche concrete di amministrazione, ma anche in pratiche simboliche. Penso in prima battuta alla toponomastica, che rende esplicito l’immaginario di una città: è inaccettabile, in questo senso, che un parco cittadino, tra l’altro posto a pochissima distanza dal quartiere storicamente abitato dalla comunità etiope ed eritrea, sia intitolato a Indro Montanelli, attore mai pentito della nostra storia coloniale e della violenza patriarcale che questa ha portato con sé. Questo è solo un esempio, deve essere affiancato dal riconoscimento dei rapporti di potere interni alla città, ma anche esterni ad essa: penso per esempio che Milano produce moltissima ricchezza, ma ne sottrae altrettanta ad altri territori, segnando linee di colonialismo interno, che seguono le fratture città/hinterland, ma anche nord/sud. E va riconosciuto che Milano è inserita in una rete globale, non solo di grandi capitali che si muovono attraverso la finanza, ma anche dalle rimesse e dalle relazioni che le persone migranti mantengono coi loro luoghi d’origine e che devono essere valorizzate. Infine, in questa prospettiva, il CPR rappresenta un elemento in profonda contraddizione con l’idea di Milano come città plurale. Occorre perseguire con determinazione le iniziative politiche e legali volte a contrastare un modello fondato sulla detenzione amministrativa e riaffermare una cultura dell’accoglienza e dei diritti.

Sottolinei molto l’aspetto collettivo della tua candidatura. In tempi così fortemente segnati dall’ esaltazione dell’individualità come pensi di stimolare partecipazione?
Parto dal riconoscere che la partecipazione è già presente, spesso in forme invisibili alla politica tradizionale. Il mio primo obiettivo, ma è l’obiettivo di tutta la campagna, è quello di dare spazio a questa partecipazione, di riconoscerla e di darle strumenti attraverso i quali rende parola inoltre credo che proprio il femminismo come metodo permetta di mettere al centro le vite concrete delle persone senza dimenticare la dimensione del desiderio, del sogno, della costruzione di futuri possibili. E credo che questo intreccio sia quello che serve per partecipare consapevoli di lottare non solo contro delle ingiustizie, ma anche per qualcosa che vogliamo. Infine, candidatura collettiva vuol dire che non solo nessuna si salva da sola, ma anche, come dicevo prima, che esistono delle forme di sapere prodotte nelle pratiche di vita a cui va dato spazio, anche ripensando la struttura stessa dell’intervento amministrativo: per esempio, è necessario procedere davvero con il decentramento, perché le politiche pubbliche devono essere disegnate insieme ai territori che poi le vivono, e vanno pensate in un’ottica integrata perché nessuna delle nostre vite è a “una dimensione”, ha solo un problema o solo una richiesta. E, infine, credo sia fondamentale ricordarsi che i bisogni vanno articolati e che ci sono alcuni bisogni che, quando vengono esplicitati, mettono in discussione il sistema stesso che li ha prodotti e che non riesce a risolverli: partire da questa consapevolezza significa ritenere la partecipazione fondamentale non solo per ascoltare i problemi ma anche per elaborare le soluzioni e spero che da qui possa nascere il desiderio di fare parte di questo percorso.

Sul transfemminismo, un’altra importante connotazione del movimento femminista contemporaneo che vuole integrare le esperienze e le lotte delle donne trans e delle persone queer opponendosi al binarismo di genere e al patriarcato, ritieni che saranno possibili convergenze fra le forze politiche o presumi di dover affrontare la questione in solitaria?
Questo è evidentemente un punto spinoso, perché in questi anni abbiamo visto un attacco feroce contro il transfemminismo e contro la stessa esistenza delle persone trans, non binarie e queer provenire anche da parte della sinistra. Si tratta di forme di attacco che da un lato recuperano la logica della distinzione, inesistente, tra diritti sociali e diritti civili e dall’altra non colgono la dimensione profondamente materiale di una lotta che parte dalle vite e dai corpi che, di nuovo, già esistono. Anzi, va riconosciuto che la presa capitalistica sulle lotte delle cosiddette minoranze e sulle lotte femministe è stata resa possibile anche da quella stessa sinistra che rifiuta di vedere la materialità delle oppressioni di sesso, di razza, di orientamento sessuale o di abilità.
Spero, però, che una campagna che parte proprio dalle vite incarnate possa permettere di uscire da queste false dicotomie e costruire nuove forme di complicità, riconoscendo che è proprio grazie al contributo delle donne trans* che, a partire dagli anni Ottanta, si sono sviluppate molte riflessioni femministe che mettono in discussione la categoria di donna e cercano altri modi di nominarsi che permettano diverse forme di libertà.
Credo sia essenziale, in questa fase, guardare all’attacco delle destre alle forme di vita queer e all’autodeterminazione delle donne come un attacco connesso, che riproduce rigidi ruoli di genere funzionali ad un’economia in crisi e a un regime di guerra, e trovare risposte all’altezza dell’attacco, cioè altrettanto connesse e capaci di tenere insieme l’autodeterminazione di corpi e vite diverse.

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