Così se n’è andata anche Emma Bonino. L’ultima sopravvissuta della prima delegazione di radicali in Parlamento, quattro eletti nel 1976 alla Camera con poco più dell’1% (allora era possibile), e su liste in cui si alternavano uomini e donne, e ogni capolista era una donna (quanta differenza con certe retoriche successive fatte proprie dalla stessa Bonino!). È stata con questa pattuglia di «quattro rompiscatole in Parlamento» (così una copertina dell’«Espresso», ossia Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini, che da adolescente mi svegliai alla “politica”.
Mellini, a dir la verità, me lo ricordo poco. Quanto a Pannella, anche se condividevo gran parte delle sue lotte, già da allora non amavo i leader carismatici, quindi lui mi lasciava piuttosto fredda. La mia ammirazione era tutta per Emma Bonino e Adele Faccio – quasi un’endiadi, nonostante le differenze tra le due, che si sarebbero manifestate soprattutto in seguito. Emma Bonino non l’ho mai incontrata personalmente; Adele Faccio sì, ogni tanto veniva a parlare a Varese. Erano femministe, combattive, irridenti, che sembravano incarnare nella loro sfrontatezza tutta la carica sovversiva del femminismo di allora. Erano state arrestate per aver aiutato le donne ad abortire e averlo rivendicato (tanto per dare un’idea dell’aria che poteva tirare allora: «Noi vogliamo il lavoro, non aborto libero e gratuito!» – così mi apostrofò con tutto il fanatismo della giovane età una rappresentante della FGCI del mio liceo – «noi non andiamo in giro a gridare “Col dito col dito orgasmo garantito”. TU – dito accusatore puntato – per caso sei una di quelle che va in giro a gridare “Col dito col dito orgasmo garantito??»).
La disobbedienza civile era stata un’importante pratica di lotta dei radicali in quegli anni, mutuata almeno in parte da Gandhi, dai movimenti pacifisti e dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti. Era stata praticata in Italia dagli obiettori di coscienza, che erano stati incarcerati, poi sarebbero arrivati quelli che, con Pannella in testa, fumavano pubblicamente le droghe leggere. Quello che facevo io era molto meno avventuroso – l’aiuto ai banchetti per la raccolta di firme per gli “otto referendum” abrogativi. Contro il Concordato. Contro i tribunali militari (due referendum). Contro la Commissione Inquirente «che assolve i ministri ladri e corrotti», come dicevamo. Contro il codice Rocco e i reati di opinione. Contro la Legge Reale «licenza di sparare», come c’era scritto sui muri di tutt’Italia. Contro il finanziamento pubblico ai partiti (ma chiedevamo il finanziamento in natura, sedi, carta, ciclostile, ecc.). Contro i manicomi, e fu per evitare quel referendum che fu approvata la “Legge 180”. Com’è noto, nel 1978 si votò per il referendum sulla Legge Reale e sul finanziamento pubblico ai partiti, respinti ambedue (Wikipedia mi ricorda che riguardo al primo, il PCI che aveva votato contro la Legge Reale tre anni prima, si sentì in dovere di votare no; riguardo al secondo, esso era sostenuto, oltre che dai radicali, anche da Democrazia Proletaria). Altri referendum abrogativi promossi dai radicali si tennero nel 1981: oltre a quello più noto sull’aborto, in senso liberalizzatore rispetto alla legge 194, vi furono quelli per l’abrogazione del fermo di polizia (legge Cossiga), dell’ergastolo e del porto d’armi. Tutti respinti, oltre a quello, pure respinto, promosso dal Movimento della Vita contro la legge sull’aborto.
E poi c’erano le battaglie contro l’energia nucleare e il militarismo. “No al nucleare, no al militare”, diceva un adesivo che diffondevamo, raffigurante il sole che ride che spezzava un fucile. Quelle contro la caccia, per la liberalizzazione delle droghe leggere, per la smilitarizzazione della Guardia di Finanza. Nonché altre. Come si vede, si contestava in primo luogo la violenza nei rapporti individuali, sociali e verso la natura e l’ambiente, a cominciare dalla violenza istituzionale e da quella che allora si chiamava “repressione” (un termine che adesso suona o molto tecnico o alquanto indeterminato, ma che allora aveva significati ben concreti). Ed era chiaro chi si trovava a subire maggiormente la violenza e la repressione. Altro che distinguere tra diritti civili e diritti sociali! Un libro che in quegli anni mi colpì profondamente fu Un ragazzo all’inferno: viaggio allucinante in 19 istituti di rieducazione, dove l’autore, Mario Appignani (sì, “Cavallo Pazzo”, proprio lui), raccontava la sua infanzia e giovinezza in orfanotrofi, ospizi (tra cui quello gestito a Grottaferrata da Maria Diletta Pagliuca, tristemente assurta alle cronache) e altre “istituzioni totali”. Nella sua prefazione Marco Pannella aveva denunciato il «racket clericale dell’assistenza». Forte e chiaro. In ogni caso, chi altro si interessava o si occupava di questi problemi, politicamente parlando?
I radicali non erano in realtà isolati, erano inseriti in un tessuto connettivo di lotte con vari attori e soggetti sociali, ma sapevano formulare istanze che la politica e la stampa perbene ignoravano, e porle all’attenzione dell’opinione pubblica. Poi le cose cominciarono a cambiare.
Non saprei indicare un momento di svolta, ma direi che un cambiamento cominciai a percepirlo dopo l’elezione di Toni Negri in Parlamento nelle file radicali nel 1983 e la successiva fuga in Francia. Si portavano sempre avanti campagne giustissime, magari anni prima, come quella contro la fame nel mondo, o quella contro la pena di morte, che avrebbe portato alla costituzione dell’associazione Nessuno Tocchi Caino nel 1993 e poi alla moratoria universale, e che incontravano un consenso trasversale, ben più ampio rispetto agli anni Settanta (con l’eccezione, ovviamente, del divorzio e dell’aborto). Questo consenso arrivava tuttavia a prezzo della perdita di quel filo rosso che legava insieme e dava organicità a tutte le lotte. A livello di partito avvenivano cose incomprensibili a chi li aveva seguiti prima: ancora adesso non so trovare un senso alla candidatura, alle elezioni del 1987, della pornostar Ilona Staller “Cicciolina”, se non l’intento di capitalizzare al massimo il consenso elettorale, selezionare i seguaci, che così potevano essere solo fedelissimi, e blindare quindi il gruppo dirigente. Sicuramente, comunque, il partito per cui raccoglievo le firme non esisteva più. Era diventato un insieme di operatori che orientavano i fari su un paio di personaggi e le loro gesta, sostanzialmente Emma Bonino e Marco Pannella. Adele Faccio si era ritirata dalla politica all’alba degli anni Novanta, dopo aver contribuito a fondare i Verdi Arcobaleno; sarebbe scomparsa nel 2007 a 87 anni.
Nel 1994 ci fu l’accordo con Berlusconi, ossia l’appoggio dei radicali ai candidati del Polo della Libertà nei collegi settentrionali. Fu in base a quell’accordo che Emma Bonino fu nominata commissaria europea, assieme a Mario Monti. Non si trattò di un vero e proprio salto della quaglia, bensì di una strategia pragmatica, diventata permanente, di approfittare di qualsiasi opportunità per dare una chance al partito (sotto qualunque denominazione) e alle proprie idee. Indipendentemente poi dai frutti concreti, di fatto limitati e sempre più di corto respiro. In questa prospettiva, destra e sinistra hanno perso ogni rilevanza a favore della definizione, ossessivamente ripetuta, di “liberali, liberisti, libertari”. Sono gli anni delle proposte di referendum antisindacali e anti stato sociale, e della separazione, ora per i radicali pienamente compiuta, fra diritti civili e diritti sociali – e con essa, della perdita di quella dimensione collettiva che ha storicamente caratterizzato la rivendicazione dei diritti civili quale lotta contro le discriminazioni. Sono gli anni dell’affermazione della logica geopolitica dell’Occidente, incluso il mito di Israele quale “unica democrazia del Medio Oriente”. Della promozione dell’idea di “guerra umanitaria”, che riportava la stessa guerra nell’orizzonte possibile dei progressisti e che rappresentava un’inversione a centottanta gradi rispetto all’antimilitarismo pacifista che avevo conosciuto.
Emma Bonino è stata protagonista di quest’ultima fase dei radicali (l’unica donna rimasta infine alla ribalta, da tante che erano), ma a modo suo. Non è mai stata “ladylike”, per usare il termine rivendicato da una “giovane” politica del PD per sé stessa e per le colleghe della sua generazione. C’era sempre qualcosa di anticonformista nel suo modo di porsi e di agire. Lo studio dell’arabo e il soggiorno in Egitto la pongono, per dire, su un altro livello rispetto a un’Oriana Fallaci. Lontano da lei anche il bellicismo tonitruante e sguaiato di altri suoi colleghi radicali o centristi. Ma nel contesto che aveva scelto di promuovere e in cui si trovava ad agire, tutto ciò serviva a ben poco. Ad esempio, la sua lunga e meritoria battaglia a tutti i livelli contro la pena di morte trova un limite nell’accettazione della possibilità della guerra che, per quanto “umanitaria”, implica sempre la condanna a morte di innocenti. Le sue posizioni coerentemente a favore dell’accoglienza e dei diritti dei migranti incidevano poco o niente nell’area politica centrista che lei e il suo partito occupavano. D’altro canto, Emma Bonino era appassionatamente europeista e federalista, ricordo un gran calore quando parlava di Europa che non era convenzionale, ma non ricordo espressioni di dissenso dall’“Europa reale”. Gli esempi potrebbero continuare.
Che dire di questi silenzi, sempre più frequenti ed eloquenti? Probabilmente lei non era a suo agio nel mondo attuale, che è mostrato tutt’altro che propenso ad accogliere la sua particolare visione “liberale, liberista, libertaria”. Una visione incentrata non tanto sui “valori”, di cui tutti si riempiono la bocca, soprattutto nella sua area politica, quanto sulle possibilità concrete di autodeterminazione per ciascuna e per ciascuno. È questo ciò che non le hanno perdonato coloro che si sono affrettati a insultarla appena morta.
Francesca Lacaita
