Oggi le destre vogliono fare di Trieste la capitale del Revisionismo Storico. Lo sapevamo da tempo ma se siamo rimasti dalla parte del torto, non saremo mai dalla parte del silenzio. E ricordiamo.
Il fascismo, lo squadrismo, l’odio antislavo sono nati a Trieste.
1. Con l’incendio del Narodni Dom, che era la Casa del popolo e centro culturale della comunità slovena, situata a pochi passi dalla Stazione Centrale, in pieno Centro cittadino.
“Quando appiccarono il fuoco quel fatidico 13 luglio 1920, si vedevano da lontano le fiamme e il cielo che bruciava. Fu la nostra vicina Mitzi ad avvertirci dell’incendio…Ricordo che quel giorno Mitzi si precipitò giù dalle scale, “il Narodni dom ” sta bruciando disse a mia madre. Ci raccontò terrorizzata che l’avevano cosparso di benzina. C’era gente, ripeteva, che si buttava giù dalle finestre.
Mia sorella Evelina ed io, lei di 4, io di 7 anni, uscimmo di corsa sulla strada per vedere che cosa stava succedendo.Non sono più riuscito a dimenticare ciòche vidi. Quello spettacolo si impresse indelebile nei miei occhi” ( da “Tre volte no” scritto nel 2009 da Boris Pahor).
Ho avuto modo di intervistare lo scrittore sloveno nel gennaio del 2021, allora aveva 107 anni, era allettato ed accudito da due colf, ma aveva la voce ferma, il telefono fisso a portata di mano e parlava lentamente, soppesando ke parole e facendo considerazioni su come allora fu possibile che la violenza, nazionalista e fascista riuscì ad imporsi a Trieste, si impadronì del paese e complice del nazismo trascinò il paese nella seconda guerra mondiale. E come egli stesso, arruolato, fatto prigioniero dai tedeschi grazie ai collaborazionisti sloveni i cosiddetti domobranci, patì la prigionia nel Lager di Natzweiler-Struthof a 50 km da Strasburgo.
Non è un mistero che i fascisti, ieri come oggi, al soldo dei padroni, odiassero la Trieste multietnica, la democrazia popolare, la convivenza solidaristica delle etnie.
Il “mito” di Trieste città “cara al cuore di tutti gli italiani” si fondava sul nazionalismo filosabaudo, sull’appoggio degli industriali e sull’ intervento dello squadrismo fascista che di fatto si sostituiva non tanto allo “stato di polizia” austriaco, quanto ai carabinieri regi. Molti furono quindi i processi politici contro gli antifascisti. E non fu un caso che Mussolini scelse Trieste per annunciare la promulgazione delle leggi razziali nel 1938.
La città di San Giusto, allora, era stata completamente fascistizzata.
E nel 1943 dopo l’8 settembre Mussolini dovette cedere, obbedendo ad Hitler, quelle Terre Irredente “costate” 600mila morti, nella Grande Guerra, annettendole al Reich tedesco e prendendo il nome di “Litorale Adriatico” !
Gli antefatti, brevemente, vanno però citati.
2.Trieste dal 1382 ( “atto di dedizione” all’Austria) era amministrata dagli Asburgo, quindi al riparo dalle angherie della Repubblica Veneta della Serenissima – che la politica di Napoleone infine fece terminare dichiarando decaduta la sua esistenza-, e allora nella città di San Giusto si potè dar vita alla costruzione delle navi ed all’insediamento di fabbriche ed attività industriali.
Al termine della battaglia navale di Lissa, il 20 luglio 1866, nella cosiddetta “terza guerra d’indipendenza “ la flotta austriaca guidata da Wilhelm Tegethoff, che utilizzava come lingua di bordo il dialetto triestino salutò in tal modo i suoi ufficiali – forse fu solo una diceria, ma si sentì dire da più d’uno….che- “ ghe la gavemo cazada ai ‘taliani!”.
Certo l’Austria Ungheria non era “un paese ordinato” come certa letteratura popolare pretende, il governo era burocratico, occhiuto, poliziesco ma non oppressivo /repressivo come invece la letteratura risorgimentale spesso lo ha dipinto, ed a ciòvalgano gli scritti di Silvio Pellico, ma anche del Caprin, che fu garibaldino e l’attività parlamentare di Renato Matteo Imbriani che nel 1877 costituì a Roma un “ comitato triestino-istriano”,per coordinare le attività irredentiste.
Nel 1872 la città di Trieste inoltre era divenuta famosa in tutta Europa in quanto Karl Weiprecht, cittadino tedesco, che aveva ottenuto la cittadinanza triestina, era riuscito a raggiungere per primo le acque ghiacciate dell’Oceano Artico ed avendo individuato l’estremo lembo di terraferma vicino al Polo, che ribattezzò col nome di “ Terra di Francesco Giuseppe” portò altra fama alla città. Che poi benignamente il sovrano austriaco donasse allo Zar di Russia quelle isole perché vi si insediasse una colonia di Samoiedi, è cosa che esula dalla nostra narrazione. Ricordiamo invece con simpatia come il poeta Carducci, che fu a Trieste nel luglio 1878 per un appuntamento sentimentale con la Giovane Carolina Cristofori, ne ebbe buona impressione e scrisse quella memorabile ode ( “A Miramar”) con parole di compianto per la triste fine di Ferdinando Massimiliano. Questi, mal cosigliato da Napoleone III, partito da Trieste sulla “ fatal Novara”, per diventare sovrano del Messico fu fucilato dai rivoluzionari di Juarez a Queretaro.
Il 20 maggio 1882 il Regno d’Italia aderì alla Triplice Alleanza, e con grande delusione vennero meno le aspettative belliciste-irredentiste di quanti avevano puntato sull’alleanza del Regno d’Italia con la Francia. In tale contesto va ricordato il “sacrificio “ di Guglielmo Oberdank che, scampato al servizio di leva e per aver voluto attentare alla vita di Francesco Giuseppe, in visita a Trieste per i 500 anni della “Dedizione” fu condannato a morte. Nonostante una larga mobilitazione di intellettuali europei, tra cui Victor Hugo, che avevano inviato una petizione a Vienna, la sentenza di morte venne eseguita.
Oberdan divenne quindi protomartire dell’irredentismo e c’è oggi nel centro di Trieste, nella Piazza che porta il suo nome, la vestigia della cella in cui egli trascorse gli ultimi giorni della sua vita prima di venire giustiziato.
3.Quasi di fronte alle Carceri si trovava invece il Balkan Hotel, progettato e costruito tra il 1901 e il 1904 dall’architetto Max Fabiani,che aveva progettato diversi edifici eleganti in molte località, tra cui Palazzo Urania a Vienna in Austria e la Krisper Haus e la Kleinmaier Haus a Lubiana.
Il Balkan Hotel può essere considerato come il primo centro polifunzionale d’Europa, non solo luogo di ritrovo della comunità slovena. E che, in nessun caso, nessuno -si trattasse di affari, incontri sentimentali, un pranzo – poteva sentirsi “estraneo” in una città multietnica e cosmopolitica come era Trieste.
Il censimento ufficiale del 1880 non lasciava adito a dubbi e dava i seguenti dati e informazioni :popolazione complessiva 141.740 abitanti, cui pertinenti al Comune di Trieste 67.622 e ad altre provincie dell’impero 52.007, appartenenti ai paesi della Corona Ungarica 1916, ed alla Bosnia Erzegovina, 64 ; risultano cittadini di Stati Esteri ( Regno d’Italia ) 1178 cittadini ; e di altri stati 3593.
Dal 1814 infine il Patriziato triestino era stato abrogato e stabilita l’eguaglianza dei cittadini. E molta gente lasciava il Regno d’Italia per trovare lavoro a Trieste, alla fine quando scoppiò la guerra tra l’Austria e l’Italia ( che aveva fatto un bel voltafaccia con gli ex alleati) molti triestini finirono a combattere sul fronte Orientale contro i Russi, mentre chi era italiano dovette ritornare nel Regno e qui veniva arruolato e preparato alla guerra voluta dai Savoia contro chi lo aveva accolto ed ospitato.
Ma oltre ai numeri degli eventi e dei fatti che si verificarono è bene conoscere la materialità e la sostanza dell’alterità triestina, poiché non si tratta né di campanilismo, né di provincialismo identitario, e come elementi di conoscenza vanno citate sedi e luoghi di culto delle tante altre comunità residenti nel Porto dell’Impero che davano alla fisionomia della città un volto plurale, singolare, eclettico : la Sinagoga ebraica, la chiesa Mechitarista degli Armeni, la Chiesa della Comunità inglese protestante, la Chiesa Luterana, la Chiesa Greco Ortodossa di san Nicola – che conserva memoria dell’arresto del patriota greco, Rigas Fereos, il cimitero turco col minareto, va e poi la gigantesca mole della cupola della Chiesa di San Spiridione della Comunità Serbo-ortodossa eretta dall’architetto milanese Macciachini.. insomma il mosaico delle fedi politiche e religiose aveva molte particolarità e sfaccettature, la stragrande maggioranza infine dei prelati vescovi del clero delle parrocchie in cui allora era divisa la citta allora in piena espansione demografica, erano quasi tutti sloveni ed all’Anagrafe della città, i documenti conservati presso l’Archivio Comunale ed anche presso l’archivio della Diocesi triestina, illustrano benissimo il quadro multietnico della città. Anche le istituzioni mercantili, commerciali, industriali erano molte e fiorenti : il palazzo della Borsa fu costruito nel 1809, i Cantieri Navali a partire dal 1830, il Gasometro, una struttura circolare in pietra e ferro alta 35 metri e larga 41 metri per l’illuminazione pubblica entrò in servizio nel 1865, poi c’era chi si arricchiva come sempre, soprattutto però dopo l’apertura del Canale di Suez, in città cresceva numericamente, con un forte proletariato industriale anche l’occupazione femminile e si aprivano sedi e luoghi di riunione del Partito socialista, si stampavano giornali, si diffondevano volantini in diverse lingue. Ma tutto va in frantumi con la Grande Guerra, quel mondo scompare e Trieste si trova.. altrove.
4.Il 13 luglio 1920 è quindi una data che sta in questa cornice, che tiene assieme passato e presente e spiega quanto accadde allora. Spiega perché i fascisti triestini, guidati da Francesco Giunta, un trentenne toscano, violento e fanatico, si accanirono contro un luogo – il Narodni Dom che tutti conoscevano come “il Balkan” – che ospitava associazioni ed enti della comunità slovena croata, serba e cecoslovacca presenti a Trieste, e come, nei giorni seguenti a quel feroce e brutale episodio, gli squadristi in camicia nera pianificassero scorribande armate contro le sedi periferiche delle organizzazione slovene e croate nei paesi del Carso e dell’Istria, ed in un ininterrotto crescendo aggredissero a mano armata il quartiere popolare di san Giacomo ( 8 -10 settembre 1920), che però si difese strenuamente, ed infine bruciassero e devastassero le sedi della Camera del Lavoro, del Circolo Giovanile Socialista, la tipografia e gli uffici del giornale “ Il Proletario”, ed ancora il 14 ottobre la sede de “Il Lavoratore”, giornale comunista di Trieste.
Fatti analoghi si verificarono a Fiume il giorno dopo, quando venne distrutta la Camera del lavoro, e con uguale tempismo anche quella di Pirano, subì la stessa sorta..
Non è esagerato sostenere che il fascismo nacque a Trieste come involuzione regressiva e reazionaria della filosofia borghese, del suo sistema di potee sostenuta dal capitalismo e dalle espressioni più intransigenti di esso e che si avvalse ugualmente sia di manodopera prezzolata e violenta sia di un “ vate” ed altri corifei “futuristi”.
L’impresa di Fiume è quindi preceduta dalla creazione di una formazione armata ed ispirata alle idee di D’Annunzio che occupa manu militari la città cosmopolita.
Ma difficilmente i fascisti che incendiavano le sedi operaie, bruciavano libri e volantini, davano i libri alle fiamme potevano risparmiare le opere di chi, storico, spiegava con i fatti, con la ricerca storica, lavorando sulle fonti, con professionalità e cognizione di causa e sopratutto con numeri alla mano chi viveva e quale fosse il retroterra storico dell’Istria e di Fiume, porto dell’Ungheria e che si pensava fosse.. italiana.
Le “Memorie per la storia della Liburnica città di Fiume” fu scritta da Giovanni Kobler che però, morendo nel 1893 lasciò l’opera incompiuta, ma gran parte del lavoro fu ultimata dai suoi collaboratori coordinati da Alfredo Fest.
I Fasci di Combattimento si erano fondati nel marzo 1919, ma non si occupavano né di filologia, né di etica politica, si muovevano a sostegno di una velleità egemonica di mera espansione militare, di annessione ed italianizzazione forzata dell’Istria e di Fiume.
La Venezia Giulia e l’Istria in primis vissero per oltre un ventennio sotto lo spietato tallone di ferro di un fascismo violento, razzistico, xenofobo, ultranazionalista che riempì le carceri, che armò le mani di assassini e delatori prezzolati, che attrasse a sé, stante l’ignavia della Monarchia, ma di concerto con l’esercito e la polizia regia, contro le masse popolari, gli operai, i contadini e che fu responsabile dell’emigrazione forzata di oltre 100.000 croati e sloveni delle cosiddette “Terre Irredente”..
5.La città di Trieste quindi anche dopo due guerre mondiali non ebbe tregua e dopo quasi un decennio di TLT (“Territorio Libero di Trieste” ) con il ritorno dell’Amministrazione Italiana divenne “luogo di sperimentazione” di quel “localismo propulsivo”, da cui sarebbe nata nel 1978 la Lista per Trieste o “Lista del Melon” ( simbolo a forma di pigna o melone con 13 spicchi, sormontato dall’alabarda cittadina che sta su una colonna romana sul Colle di san Giusto.), Ed a seguire la Lega Nord, che è qui che ha avuto le sue radici, non in Lombardia, ma l’affacciarsi nella competizione politica di un soggetto che non stava nel perimetro della Costituzione repubblicana e dei suoi valori, putrroppo non fu compreso in tempo-e divenne incubatrice di un fenomeno che poi si sarebbe esteso ed avrebbe attecchito non solo nel benestante Triangolo Industriale, dilagando come una macchia dì olio in una direttrice orizzontale che saldava i torinesi con Gipo Farassino, i lombardo veneti con Bossi e i Vianello, infine gli stessi triestini in competizione con il Movimento Friuli, per cui i “partiti tradizioanali”una miscela di particolarismo, becerume qualunquista, egoismo sociale provincialismo (da leggere l’intervento di Sergio Bologna in un articolo sul Manifesto del 1978 e l’articolo di Angelo D’Orsi su “Il manifesto” : “Vogliono fare di Trieste la capitale del revisionismo storico del 13 luglio 2019).
Boris Pahor infine mi raccontò infine nell’intervista che aveva scritto una lettera di suo pugno ed inviata al Presidente Mattarella (che fu pubblicata su Left) che la memoria storica non si perdesse. Che non venisse manipolata e/o riscritta, Trieste democratica e cosmopolita, antifascista e solidale non merita questo oltraggio alla sua memoria, al nostro dolore, alla verità storica.
Marino Calcinari