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When will they ever learn? La scuola prima vittima del Covid-19

di Francesca
Lacaita

Dietro l’umiliazione della scuola sta l’umiliazione della cittadinanza

Avevano cominciato i presidenti di alcune regioni ad avanzare nei giorni scorsi l’ipotesi di introdurre la didattica a distanza nelle scuole superiori; ipotesi respinta dalla ministra Azzolina. Poi, il 15 ottobre, l’ordinanza di De Luca, riconosciuta valida dal TAR della Campania, che ha chiuso tutte le scuole della Regione ad eccezione di quelle da 0 a 6 anni, rendendo così possibile soltanto l’insegnamento da remoto. Nell’ultimo DCPM del 18 ottobre, infine, infine, si aumenta la didattica digitale integrata per le scuole secondarie di secondo grado (che tuttavia già la prevedevano sin dall’inizio dell’anno scolastico) e si prospetta la rimodulazione degli orari d’ingresso e di uscita.

Le scuole non paiono più in effetti quelle isole relativamente sicure, con quelle percentuali trascurabili di contagi, che Azzolina descriveva sino a qualche giorno fa. Tuttavia colpisce la prontezza con cui i presidenti di regione hanno immediatamente evocato la didattica a distanza come la soluzione più scontata, in particolare la solerzia di De Luca a chiudere le scuole di una regione tra quelle con il più alto tasso di dispersione scolastica. Come può confermare qualsiasi insegnante, qualsiasi genitore, qualsiasi studente che abbia vissuto l’esperienza del lockdown della prima metà dell’anno, le lezioni a distanza costituiscono in ogni caso un netto impoverimento della relazione didattica. Lo dice molto bene Massimo Marnetto di Articolo 21: «la didattica a distanza è un palliativo, perché la compresenza è requisito essenziale – direi chimico – per generare la combustione tra emozioni e nozioni. Ecco perché non si possono chiudere le scuole con la leggerezza di pensare che tanto tutto funziona lo stesso on line. Chi blocca il flusso del sapere, mette in apnea intere generazioni. Se la fase è breve, si riprendono; se la mancanza di ossigeno è troppo lunga, i danni che avranno – che avremo – saranno permanenti». La scuola è un’istituzione fondamentale di cittadinanza attiva, il luogo dove, come dice ancora Marnetto, «succedono ogni giorno piccoli miracoli di evoluzione personale e collettiva». Certamente la priorità va alla salute, alla vita di tutti. Ma chiudere la scuola come prima misura per non pensare, o non aver pensato, ad altro, o credere di poterla sostituire con il surrogato della didattica a distanza rappresenta comunque un vulnus giustificabile solo in grave, gravissima emergenza.

Può ben darsi che ci troveremo presto tutti in questa situazione di grave, gravissima emergenza. Ma ciò non può esimere dal riflettere sul fatto che si propone la didattica a distanza mentre al tempo stesso si fa di tutto per “salvare l’economia” e compiacere Confindustria. Si accetta fatalisticamente che non sia possibile potenziare i trasporti pubblici, sebbene si parli da anni di ripensare le basi della mobilità. Ricordo sulla stampa locale milanese, prima della ripresa dei contagi, articoli preoccupati perché i mezzi di trasporto pubblici sembravano sottoutilizzati, come se valesse la pena mantenerli solo se scoppiano. Lungi dall’essere uno stimolo di revisione, di indagine e di nuove scelte, le emergenze si limitano a diventare l’occasione di “dare lavoro” a questo o a quel determinato settore (ad esempio i produttori di camici o di banchi a rotelle), senza alcuna visione strategica di fondo. A quest’ultima si sostituisce la retorica dell’emergenza che trascolora nel panico, nel richiamo alla guerra, nella ricerca del colpevole e del capro espiatorio, nell’appello alla responsabilità del comportamento individuale quale unica ancora di salvezza. Fino ad arrivare all’assurdo della Regione Lombardia – la regione il cui sistema sanitario ha mostrato tutte le sue pecche e le sue iniquità sotto i colpi del COVID-19, la regione in cui mancano i vaccini antinfluenzali – vietare la vendita di alcolici dopo le 18, persino nei supermercati. È in questo contesto che il ricorso alla didattica a distanza appare come la prima misura “ragionevolmente” possibile da prendere.

Il continuo scaricabarile sulla singola scuola, e sui singoli individui che operano in essa, accentua la tendenza a rendere l’insegnamento un affare “individuale”, che esonera il “centro” dalle proprie responsabilità. Durante lo scorso lockdown si sono ripetutamente sottolineate le difficoltà materiali, riguardanti soprattutto device e connessioni internet, incontrate dagli studenti per seguire la didattica a distanza, ancor prima che fosse infine confermata l’esclusione da essa di un terzo degli allievi. Ora che la stessa didattica a distanza viene svolta principalmente da scuola, ed è quindi frequente che la connessione sia instabile, o che il computer di classe si impalli, o abbia la batteria scarica, o elabori gli aggiornamenti proprio in quell’ora, capita spesso che i docenti facciano ricorso ai loro device, e persino ai loro giga. Non credo sia solo o tanto per malinteso spirito missionario, quanto piuttosto per la piega che ha preso, non da ieri, la professione e l’attività didattica in generale. L’anno scolastico si profila come estremamente incerto, ma la macchina dell’INVALSI, che pretende di misurare “oggettivamente” gli apprendimenti degli studenti, e valutare quindi di riflesso il lavoro dei docenti, è già stata predisposta. E in piedi rimangono, almeno per ora, le ore obbligatorie di CLIL (materia non linguistica in lingua straniera), PCTO (ex alternanza scuola lavoro), educazione civica, con cui viene imposto ciò che veramente conta nella vita.

La scuola è luogo di cittadinanza attiva. Se si volessero cogliere tutte le implicazioni di questa espressione, e agire di conseguenza…

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